20 novembre 2008

RUINI E LA RICETTA DELLA VITA

Su ogni aspetto della vita umana, la Chiesa ha la sua ricetta, spesso contraddittoria ma considerata universale e assoluta.
I suoi interventi, specie in Italia, considerata una propria dependance (come se Porta Pia non sia mai esistita e il papa-re permanga sul suo trono, avvolto nel manto dell’infallibilità dallo stesso stabilita), i casi d’ingerenza non si contano più.
Prima era solo Ruini, ora è anche Bagnasco e papa-re che invadono non solo la vita dello Stato, ma anche la vita di ognuno di noi. La nostra vita privata è, come per lo spettacolo, un grande fratello: la Chiesa, più che lo Stato, deve sapere, deve condizionare, deve intervenire, in un’intrusione senza fine e senza rispetto della vita privata e della libertà di ognuno.
E’ il caso di Eluana Englaro, in coma vegetativo da quasi 17 anni, divenuto un caso di esercizio retorico che non tiene in nessun conto i sentimenti dei genitori e le sue volontà, in virtù delle quali è stata concessa l’autorizzazione d’interrompere idratazione e alimentazione che, per chi non lo sapesse, avvengono artificialmente attraverso l’introduzione forzata di un sondino.
Non voglio entrare in merito alla questione, perché essa rientra nella sfera personale dell’interessato e dei suoi familiari il cui dolore va rispettato e qualsiasi decisione vista come un atto d’amore da non criminalizzare, come sta avvenendo per tutte egli interventi di una Chiesa lontana anni luce da una realtà che continua a essere la sua ossessione e che non sa o non riesce a guidare.
Ruini parla di “decisione tragicamente sbagliata” e afferma che “c’è il rischio che decisioni come questa spingano verso una concezione dell’uomo considerato come oggetto”.
Ruini, come tutta la gerarchia vaticana, è abituato, dall’alto della tuttologia infusa, a sentenziare in maniera infallibile. Credendosi in possesso della verità, ci dice che la decisione è sbagliata, ma dimentica di dirci “per chi”. Sicuramente per lui e per quelli che come lui non hanno vissuto, o non vivono, in modo diretto la sofferenza, perché, come dice un proverbio siciliano, “una cosa è piangere, un’altra cosa è veder piangere”, il problema non si pone…basta l’assioma.
Faccio notare al cardinale che Luana è una cittadina italiana e per la Costituzione non c’è l’obbligo di farsi curare (art.32, comma 2: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario e non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”).
Quanto al rischio che “decisioni come questa” spingano a considerare “l’uomo come oggetto”, mi preme fare due considerazioni.
Decisioni come questa, che rispettano la libertà della persona umana, non mortificano ma esaltano il valore umano dell’uomo e la sua dignità. Ben vengano!
Riflettendo, quindi, sull’affermazione che l’uomo non è un oggetto manipolabile, mi rendo conto dell’ipocrisia diffusa nella Chiesa. Condivido il valore assoluto dell’affermazione, però mi chiedo, anzi chiedo a Ruini e alla gerarchia, che cosa è l’indottrinamento religioso dei bambini attraverso il “catechismo”, se non una manipolazione, ancora più grave perché perpetrata in bambini in tenera età non ancora forniti degli strumenti culturali necessari, se non una riduzione dell’uomo in oggetto? A tal proposito ricordo a Ruini che la Chiesa non ha ancora firmato la “Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo”. Perché?
Che cosa rappresenta, per la Chiesa, un uomo che vegeta da anni, se non un oggetto su cui accanirsi con una terapia di mantenimento o su cui esaltare il valore della carità cristiana, salvo delegarla ad altri?
Penso che la Chiesa, farebbe bene a considerare l’uomo veramente soggetto attivo del suo destino, in ogni momento della sua vita, non solo in alcuni casi, quando deve esercitare un potere che non le compete. S’interessi dell’uomo quando ha fame, quando ha sete, quando muore per de nutrimento o per guerra o per malattia, quando viene oppresso da regimi illiberali.
Scenda nelle strade della fame e della guerra, si spogli dell’opulenza e dia parte, anche tutto se è il caso, del suo mantello al povero e al bisognoso, abbandoni il pulpito e stia tra la gente senza domandarsi chi è, cosa fa o cosa dovrebbe fare.
Soprattutto, rispetto e condivisione

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