15 maggio 2010

La Chiesa deve scomunicare Scajola “buon cristiano” che scappa

13-05-2010 di don Paolo Farinella

Il nipote del proprietario del «mezzanino» con vista sul Colosseo, Marco Scajola, vice sindaco di Imperia e autentico talent scout alle ultime regionale per meriti personali, ha l’impudenza di dichiarare che «lo zio è un uomo di chiesa, un cristiano vero. Conosce il valore del perdono» (la Repubblica 6 maggio 2010, p. 10). Di fronte a tanta sfrontatezza, occorre che la Chiesa dichiari la scomunica «latae sententiae» cioè immediata) per la famiglia Scajola, in linea ascendente, discendente e collaterale fino alla settima generazione.

Se lo zietto Claudio Scajola fosse stato cristiano non sarebbe mai stato democristiano come lo è stato lui. Se fosse stato un cristiano, non avrebbe fatto eleggere nipoti, fratelli e parenti occupando anche i buchi delle serrature liguri. Se fosse cristiano vero non sosterrebbe da 15 anni un malfattore, corrotto e corruttore, evasore, frequentatore di minorenni e prostitute a pagamento come il presidente del consiglio, di cui si onora di essere amico, sodale e difensore. Se fosse cristiano anche di passaggio non avrebbe offeso la memoria del morto Marco Biagi e non farebbe il ministro tronfio e spocchioso che non si accorge nemmeno di uno che gli paga 2/3 di casa senza che lui se ne accorga; e poi dicono che la Provvidenza non esiste. Scajola zio e nipote incorporato ne sono la prova vivente.

Il nipote Scajola, disinteressato servitore della Patria (?), non sa che i veri cristiani sono coloro che non fanno «cricca» con i corrotti che, a quanto pare, avevano un accesso privilegiato in Vaticano, dove preti lascivi e monsignori atei in combutta con affaristi corrotti, ma «gentiluomini di sua santità», hanno deturpato il volto della Chiesa, servendosene con lussuria. Con voi non abbiamo nulla da spartire. Volete essere cristiani veri? Restituite 4 volte quello che avete rubato e in più date la metà dei vostri beni ai poveri. Voi non siete cristiani, ma solo utilizzatori finali della Chiesa che trattate come una prostituta; la gerarchia cattolica che dovrebbe custodirne la verginità, purtroppo si associa al lupanare e, colpevole più di voi, vi usa lasciandosi usare. Malaffare mistico e degrado civile.

Della compagnia della «cricca» pare facesse parte il cerimoniere del papa, certo monsignor Francesco Camaldo che invece di cerimoniare con pizzi e merletti da piccolo uomo travestito da donna e a colori, di notte studiava il rituale e di giorno trafficava con i malfattori. Sono convinto che sia stato lui a proporre gli imputati come gentiluomini di sua santità. Cerimoniere è colui che leva e mette il berretto al papa, come se questi non potesse imberrettarsi da solo.

È proprio vero sono scomparse le mezze stagione e anche le mezze religioni, restano solo i veri cristiani alla Scajola, tutto evasione e chiesa, e corrotti che fanno affari, ridendo sui morti e rubando alla collettività. Coloro che lo hanno votato hanno votato uno che li derubava e li ha derubati per tutta la vita.

Ora anche la moglie di Bertolaso emette fatture per lo Sport Village: eh, già! La moglie addobbava il luogo dove il marito sarebbe andato a farsi risollevare dalle stanchezze delle protezione civile da ragazze brasiliane, bravissime per curare la cervicale. Così tutto resta in famiglia: la moglie addobba, il marito usa, lo Stato paga e l’Italia fa a fondo.

Sette ministri sono coinvolti in traffici loschi e furti di Stato e il capo del governo siede su una montagna di malaffare eppure detiene ancora un’alta percentuale di consensi. Si direbbe che gli Italiani siano diventato masochisti: più li deruba, più li distrugge, più li annienta e più lo osannano.

Sembra che dopo le elezioni regionali, abbia chiamato Bertone e gli abbia detto: «Ce l’abbiamo fatto a non fare eleggere Bonino». Immagino che l’altro abbia risposto concedendolgi l’indulgenza papale perpetua.

Italia che va, Vaticano che viene! Amen

tratto da: "domani.arcorois.tv del 13/05/2010

08 maggio 2010

INTERCETTAZIONI

La legge che ordina
il silenzio stampa
di STEFANO RODOTÀ
SE LA legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull'esercizio dei poteri, le possibilità d'indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l'annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d'intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.

Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l'obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l'odiata magistratura, l'insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul "mostruoso connubio" tra politica e affari, sull'illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l'occhio dell'informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest'ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più presto. E questo è coerente con l'affermazione del presidente del Consiglio, secondo il quale in Italia "c'è fin troppa libertà di stampa". Quale migliore occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?

Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza dell'informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall'origine il circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima d'essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.

Si arriva così all'infinito silenzio stampa, all'opinione pubblica impotente perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto delittuoso fino all'udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere lontano anni dal momento in cui l'indagine era stata aperta. Che cosa resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto "governo del popolo", ma pure governo "in pubblico"? In tempi di corruzione dilagante si abbandona ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in democrazia "la luce del sole è il miglior disinfettante". Stiamo per essere traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e corruttori, di faccendieri e di veri criminali.

Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all'interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d'indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad un "turismo delle notizie", alla pubblicazione su qualche giornale straniero di informazioni "proibite" che poi rimbalzerebbero in Italia.

Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e dei diritti. Dal diritto d'informazione in primo luogo, che non è privilegio dei giornalisti, ma diritto fondamentale d'ogni persona, la premessa della sua cittadinanza attiva, del suo "conoscere per deliberare". Ce lo ricordano le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, dov'è sempre ripetuto che "la libertà d'informazione ha importanza fondamentale in una società democratica". In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi autori d'un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l'importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d'informazione: che cosa dovremmo dire quando, da noi, il testo all'esame del Senato impugna come una clava le sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione

Un velo d'ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È l'opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo quale veramente è. Nasce così un'anomalia culturale, prima ancora che giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica, e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari Certo la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non è detto che rimanga inascoltata.
Tratto da "la Repubblica.it dell'08 maggio 2010

07 maggio 2010

RIFLESSIONI SUL “DOPO” ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Ho scritto codesto post in riferimento alla situazione politica di Cologno Monzese, ma, penso, si possa riferire a qualsiasi Comune d'Italia.

L’altra sera ho assistito alla prima seduta, quella d’insediamento, del Consiglio Comunale.
Tutto si è svolto secondo un iter ben collaudato: qualche contestazione dell’opposizione con richiami al regolamento, le risposte della maggioranza, gli interventi passionali dei cittadini. Alla fine tutti i punti all’o.d.g. sono stati esperiti e la giunta, il motore dell’amministrazione, è pronta a operare.
Voglio fare due considerazioni che dovrebbero indurre politici e cittadini a una riflessione sul futuro della politica a Cologno.
La prima riguarda la composizione della Giunta.
Premettendo che non intendo parlare delle specifiche competenze degli assessori, che do per certe e per buone, risalta la continuità di questa Giunta con la precedente dell’amministrazione Soldano. È vero che tre degli assessori sono nuovi, ma i restanti cinque, che rappresentano il fulcro della Giunta, sono politici di lungo corso von varie esperienze assessorili.
Non s’intende cadere nel solito dibattito del “vecchio” che occupa il potere (inteso, in questo caso, come servizio) e del nuovo che non avanza o, come si dice, che non c’è, ma è proprio da questo dualismo che occorre partire, se vogliamo capire come mai l’Italia è il Paese, forse l’unico, che, a partire dalle più alte istituzioni, ha i politici più vecchi nei posti di “comando”. È uno scontro generazionale che, nonostante il famoso sessantotto, si conclude sempre con la vittoria dei padri.

La seconda considerazione riguarda la facilità con cui le alleanze si disfano.
Mi riferisco al caso della lista civica “Vivi Cologno”, che, pur non essendo presente in Giunta, appoggia, la maggioranza di governo della città.
Il Sindaco spiega che le cause vanno ricercate nelle dichiarazioni pubbliche di “Vivi Cologno” considerate come un aut aut e, quindi dirompenti; il capogruppo parla di una mancata accettazione di una loro proposta di discontinuità rispetto al passato nella composizione della Giunta.
Perché questo contrasto è emerso durante gli incontri per definire la Giunta e non nel momento in cui la coalizione si è composta?
Quest’atto di discontinuità è stato contrattato o è stato un episodio estemporaneo? Quali conseguenze si avranno nel futuro dell’Amministrazione. “Vivi Cologno” si allontanerà dalla maggioranza o sarà ripescata?
È un episodio di non poco conto se si mette in relazione con quanto è successo alcuni mesi fa all’interno dell’Amministrazione Velluto, che per contrasti interni alla maggioranza ha portato al commissariamento del Comune e a nuove elezioni.
È un degrado della politica dovuto alla presenza di numerose liste civiche o un eccessivo personalismo visibile in ogni stato delle istituzioni? O le liste civiche rappresentano una risposta del cittadino al degrado della politica?
Sono tante domande che, secondo la mia opinione, meritano delle risposte, che vanno dibattute, senza far ricorso a quelle “verità” che rendono asfittico qualsiasi confronto.
Giuseppe Governanti