14 settembre 2006

BERLUSCONI E FINI: NO ALLA MISSIONE DI PACE IN LIBANO

Non capisco la richiesta di FI e AN, pretestuosa e strumentale ma autolesionista in quanto finora nessuno la capisce, nemmeno i loro elettori, di votare la missione di pace italiana in Libano solo se verrà approvato un ordine del giorno che affermi la continuità della politica estera italiana e riconosca che sia la missione italiana in Afghanistan sia quella in Iraq siano stati missioni di pace.
A smentire la continuità basta verificare il ruolo svolto dall’Italia nella crisi libanese e il coinvolgimento dell’Europa, nonché l’accettazione del ruolo centrale e della presenza italiana degli Hezbollah e di Olmert.
E’ vero che l’on. Fini è stato ministro degli esteri, ma non ha trascorso tutto il periodo del suo mandato fuori dall’Italia per non ricordare la posizione motivata espressa dal centro sinistra prima e durante il conflitto iracheno, i voti negativi al finanziamento della missione e, per ultimo, la campagna elettorale.
E allora due sono le cose: o è così Berlusconi-dipendente da sposarne ciecamente le posizioni indipendentemente dalla logica e dalla coerenza; o dello statista quale si atteggia ha solo l’impeccabile doppiopetto, anche se eccelle nella furbizia che spesso, come succede a molti politici nostrani, nasconde incapacità e malafede.
Ma non capisco nemmeno perché si debba cercare a qualsiasi costo una mediazione a queste condizioni impossibile per ottenere l’unanimità.
Certo ciò, l’unanimità, sarebbe auspicabile, ma non si può dimenticare la politica del governo Berlusconi - Fini a proposito dell’Iraq.
Ognuno in Parlamento si assuma le proprie responsabilità: è al Paese, oltre che ai loro elettori, che devono rispondere .
Compete solo al Capo dello Stato, come ha fatto, invocare un voto unanime alla missione. Prodi, capo dell’esecutivo non può accettare simili compromessi che, via di questo passo, potrebbero andare fino alle leggi che si discuteranno sul conflitto d’interesse o sul riordino delle frequenze.
Un tale governo avrebbe vita breve perché non sarebbe più in grado di mantenere gli impegni presi con gli elettori e ribaditi nel voto di fiducia in Parlamento.

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