Non dal Pd, che il cavaliere ritiene la vera e unica opposizione, il governo Berlusconi IV riceve una pesante critica, ma dalla Chiesa, attraverso Famiglia Cristiana, che, oltre ad essere “il primo governo senza un solo ministro del mondo cattolico”, viene definito “di basso profilo ma fortemente compatto, perché alla competenza si è preferita la fedeltà”.
Il Pdl replica sciorinando la lista dei tanti ministri cattolici, ma dalla quale mancano Ruini e Bertoni ai quali si sarebbe potuto affidare almeno lo scomparso ministero della famiglia e la delega al potenziamento e finanziamento delle scuole cattoliche.
Non è tanto il giudizio sul governo, potrebbe trovarmi d’accordo, che mi fa indignare, quanto la pretesa che il mondo cattolico debba avere un ministro…con tanto d’etichetta, come i vini, doc o igt.
Famiglia Cristiana passa poi al giudizio sui provvedimenti in esame del governo e si chiede: “E’ più urgente il federalismo fiscale o il quoziente familiare?”, mentre è sicura che “alle politiche familiari non basterà certo il colpo di teatro dell’abolizione dell’ICI, che non porterà alcun beneficio”.
Provo un senso di colpa, che deriva da anni di catechismo, dire che siamo di fronte all’ennesima invadenza di campo, alla solita ingerenza nella politica di uno stato sovrano e laico, ma non posso fare a meno di ripeterlo.
La mancanza di una ferma e motivata reazione dei politici nostrani, mostra il loro elevato grado di sudditanza e il loro basso profilo culturale.
Finché il nostro Stato si avvarrà delle cure della Santa Sede e finché questa classe politica, destra o sinistra per me pari sono, non avrà consapevolezza che nemmeno il papa può entrare nel merito delle leggi di uno stato laico, dettando condizioni e uomini, saremo una italietta piccola piccola.
16 maggio 2008
14 maggio 2008
UN’ULTERIORE INGERENZA DI RATZINGER
Ratzinger, il papa più litigioso e integralista della storia recente, ha indicato la via: “la 194 è una ferita per la società italiana”. Come percorrerla, almeno ufficialmente, spetterà a Carlo Casini, il presidente del Movimento per la vita.
Ancora u una volta assistiamo ad una forte e illegittima ingerenza di uno Stato straniero nella politica interna. E non mi si venga a dire che il papa, nella sua duplice funzione di capo della Chiesa e massima (?) autorità etica, ha il diritto di esplicitare il suo pensiero.
Questa volta Ratzinger, mi sia consentito, va oltre poiché non si limita ad esprimere un giudizio sull’aborto in sé, ma parla esplicitamente, di una legge dello Stato Italiano, appunto la 194, approvata dal parlamento nel pieno delle funzioni espresse dalla Costituzione e usando per di più, giornalmente o quasi, la TV italiana (compare in TV più il papa che il presidente della Repubblica!).
All’udienza papale in questione mancava l’ateo fedele G. Ferrara e la trinità era completa.
La 194 “non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto un’ulteriore ferita (…)”. Nessuna legge risolve tutti i problemi relativi, ma forse al papa non è stato detto che dal 1982 le interruzioni di gravidanza sono diminuite del 46 % (da 234.801 a 127.038) e che gli interventi clandestini, escludendo i casi dovuti al gran numero di ginecologi obiettori sono scomparsi. Basterebbero solo questi dati per far emergere la positività della Legge.
Le “molte donne” di cui il papa parla, sono “le donne” offese e umiliate perché costrette a ricorrere alle mammane che operavano in cantine trasformate all’occorrenza in camere operatorie o a metodi improvvisate, spesso lasciandoci la vita o sopportando conseguenze invalidanti permanenti.
Forse il papa farebbe bene a chiedere l’applicazione della legge in tutte le sue parti!
Ma l’intromissione del papa va oltre. Afferma, infatti, che la Chiesa promuoverà iniziative per la “tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”.
Come si può notare, ritorna il vecchio ritornello, rivolto ai politici: no alle unioni di fatto, no alle convivenze, no…sempre e solo “no”.
Io penso che la politica dovrebbe reagire energicamente alle ingerenze, specialmente quando sono così evidente e attaccano le leggi di uno stato sovrano e laico.
Ma siamo in Italia e i politici sono quel che sono: accattoni di sacrestia!
Ancora u una volta assistiamo ad una forte e illegittima ingerenza di uno Stato straniero nella politica interna. E non mi si venga a dire che il papa, nella sua duplice funzione di capo della Chiesa e massima (?) autorità etica, ha il diritto di esplicitare il suo pensiero.
Questa volta Ratzinger, mi sia consentito, va oltre poiché non si limita ad esprimere un giudizio sull’aborto in sé, ma parla esplicitamente, di una legge dello Stato Italiano, appunto la 194, approvata dal parlamento nel pieno delle funzioni espresse dalla Costituzione e usando per di più, giornalmente o quasi, la TV italiana (compare in TV più il papa che il presidente della Repubblica!).
All’udienza papale in questione mancava l’ateo fedele G. Ferrara e la trinità era completa.
La 194 “non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto un’ulteriore ferita (…)”. Nessuna legge risolve tutti i problemi relativi, ma forse al papa non è stato detto che dal 1982 le interruzioni di gravidanza sono diminuite del 46 % (da 234.801 a 127.038) e che gli interventi clandestini, escludendo i casi dovuti al gran numero di ginecologi obiettori sono scomparsi. Basterebbero solo questi dati per far emergere la positività della Legge.
Le “molte donne” di cui il papa parla, sono “le donne” offese e umiliate perché costrette a ricorrere alle mammane che operavano in cantine trasformate all’occorrenza in camere operatorie o a metodi improvvisate, spesso lasciandoci la vita o sopportando conseguenze invalidanti permanenti.
Forse il papa farebbe bene a chiedere l’applicazione della legge in tutte le sue parti!
Ma l’intromissione del papa va oltre. Afferma, infatti, che la Chiesa promuoverà iniziative per la “tutela dell’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”.
Come si può notare, ritorna il vecchio ritornello, rivolto ai politici: no alle unioni di fatto, no alle convivenze, no…sempre e solo “no”.
Io penso che la politica dovrebbe reagire energicamente alle ingerenze, specialmente quando sono così evidente e attaccano le leggi di uno stato sovrano e laico.
Ma siamo in Italia e i politici sono quel che sono: accattoni di sacrestia!
10 maggio 2008
IL CARRO DEL VINCITORE
Chi vince ha sempre ragione. E’ la forza incontrastata dei numeri: maggioranza schiacciante sia alla camera che al senato. Chi vince ha un carro molto capiente, pieno di strapuntini, che in tanti cercheranno di occupare. Alcuni, per la verità, danno l’impressione di essere già saliti. Alcuni letti giornalisti di certa affermata stampa indipendente fanno le prove e già si esibiscono in sperticati elogi al potere del cavaliere sugli alleati soggiogati dal suo carisma, al suo decisionismo illuminato che salverà l’Italia com’ebbe a fare nel quinquennio 2001/2006, poco importa se Bruxelles ha annullato la procedura per deficit avviata nel 2005, premier Berlusconi, ministro dell’economia Tremonti il Magnifico…svenditore dei beni dello Stato per risanare le finanze statali.
Mi chiedo: se non ha risanato in cinque anni con la sua finanza creativa, come ce la farà oggi col barile oltre i 120 dollari? Certo, io mi auguro, per me, per i miei figli e per tutti gli Italiani che non arrivano alla terza settimana anche per quelli che le settimane non le contano nemmeno che possa farcela! Auguri, signor ministro!
Si elogia il premier per la velocità con cui è stato formato il governo. Perfino il presidente Napolitano esprime soddisfazione ed esalta la “limpida collaborazione”. Non si capisce se per mettere le mani avanti o per unirsi al coro. Chi vivrà, vedrà.
Io penso che i rapporti col Quirinale non saranno così limpidi non appena il governo affronterà i tanti temi scottanti come quelli del federalismo o della giustizia o della sicurezza, tanto per citarne alcuni. E’ possibile, com’è sempre accaduto tanto da diventare prassi, che per non disturbare il guidatore e non esser additati come il “male d’Italia”, che l’omertà politica abbia il sopravvento.
Così non si parlerà più di frequenze televisive (Rete quattro ed Europa 7), di legge sul conflitto d’interesse, di Dico, di liberalizzazioni o di riforma della legge elettorale con la restituzione al popolo del potere di scegliere i propri rappresentanti col ripristino del voto di preferenza.
Massimo Franco, editorialista del Corriere della sera scrive: “A Berlusconi è stato relativamente facile soddisfare e insieme moderare (siamo proprio sicuri?) le richieste di An; ed assecondare (!) la Lega. L’equilibrio raggiunto tenta di bilanciare(?) l’ipoteca nordista con la presenza di esponenti del Sud, come al vertice delle due Camere”.
A Franco sfugge, come si legge nello stesso quotidiano, che il governo è nato “sotto il segno del Lombardo-veneto”. Sono dieci i componenti che provengono dalle due regioni”. Con Scajola, genovese, arriviamo a 11. Ma questo non vuol dire niente. Se c’è una locomotiva, quella del Nord, è giusto rafforzarla e agganciare alcuni vagoni, anche se un po’ sgangherati.
Auguriamoci che il premier non s’impegni troppo a “svezzare le bambine”.
Mi chiedo: se non ha risanato in cinque anni con la sua finanza creativa, come ce la farà oggi col barile oltre i 120 dollari? Certo, io mi auguro, per me, per i miei figli e per tutti gli Italiani che non arrivano alla terza settimana anche per quelli che le settimane non le contano nemmeno che possa farcela! Auguri, signor ministro!
Si elogia il premier per la velocità con cui è stato formato il governo. Perfino il presidente Napolitano esprime soddisfazione ed esalta la “limpida collaborazione”. Non si capisce se per mettere le mani avanti o per unirsi al coro. Chi vivrà, vedrà.
Io penso che i rapporti col Quirinale non saranno così limpidi non appena il governo affronterà i tanti temi scottanti come quelli del federalismo o della giustizia o della sicurezza, tanto per citarne alcuni. E’ possibile, com’è sempre accaduto tanto da diventare prassi, che per non disturbare il guidatore e non esser additati come il “male d’Italia”, che l’omertà politica abbia il sopravvento.
Così non si parlerà più di frequenze televisive (Rete quattro ed Europa 7), di legge sul conflitto d’interesse, di Dico, di liberalizzazioni o di riforma della legge elettorale con la restituzione al popolo del potere di scegliere i propri rappresentanti col ripristino del voto di preferenza.
Massimo Franco, editorialista del Corriere della sera scrive: “A Berlusconi è stato relativamente facile soddisfare e insieme moderare (siamo proprio sicuri?) le richieste di An; ed assecondare (!) la Lega. L’equilibrio raggiunto tenta di bilanciare(?) l’ipoteca nordista con la presenza di esponenti del Sud, come al vertice delle due Camere”.
A Franco sfugge, come si legge nello stesso quotidiano, che il governo è nato “sotto il segno del Lombardo-veneto”. Sono dieci i componenti che provengono dalle due regioni”. Con Scajola, genovese, arriviamo a 11. Ma questo non vuol dire niente. Se c’è una locomotiva, quella del Nord, è giusto rafforzarla e agganciare alcuni vagoni, anche se un po’ sgangherati.
Auguriamoci che il premier non s’impegni troppo a “svezzare le bambine”.
07 maggio 2008
QUALCHE RIFLESSIONE SULL’ARCOBALENO DI SINISTRA
Destra, sinistra, centro e le relative combinazioni che noi italiani conosciamo bene, hanno un comune denominatore: una concezione della politica vecchia perché fatta da politici vecchi non solo, quindi, anagraficamente.
Da quanto emerso dalle elezioni, facendo i conti della serva, con tutto il rispetto per lei, visto il gran numero d’Italiani che vivono al di sotto della soglia di povertà, è chiaro che le ideologie del Novecento, strumento primo del nostro recente, ma ormai passato, benessere, hanno ricevuto un colpo mortale. Il più antico e il più glorioso partito italiano (quello dei Turati, dei Pertini e dei Nenni) di fatto non esiste più, i partiti della coalizione elettorale arcobaleno sono al di sotto della soglia del 4% ma, grazie alla legge del rimborso elettorale (nonostante un referendum abbia abolito il finanziamento pubblico ai partiti), per cinque anni manterranno gli apparati e urleranno nelle piazze la loro difesa dei lavoratori, chiedendo (sarà poi vero?) una moratoria delle morti bianche, una legge che metta al bando le fonti d’inquinamento, un’altra per produrre energia pulita, un’altra ancora per dare la casa a chi non l’ha, vorranno risolvere il conflitto d’interesse o annullare le leggi ad personam o una giustizia più veloce che dia la certezza delle pene. E infine, che le città siano vissute in sicurezza, che l’informazione sia libera, che finisca il duopolio nella TV e si applichi la direttiva europea su Rete 4 e tanti e poi tanti altri provvedimenti…
Che ne sarà di Pecoraro Scanio, di Diliberto, di Mussi e di Bertinotti…di quella sinistra che per due volte al governo, ne è stata la causa della caduta, senza pensare, come ogni politico deve fare, alle conseguenze per quel popolo di cui a parole vogliono il benessere.
Povero Bertinotti, privato dei salotti televisivi; povero Diliberto…ma lui è occupato a cercare la falce e il martello perduti assieme alla stella di Lenin (o di Stalin?) e un qualsiasi corteo di protesta dove comparirà in prima fila lo troverà sempre; povero Pecoraro interessato a ritrovare il verde pascolo nascosto da collinari discariche che assieme a Matteoli ha contribuito a creare.
Mentre i giovani corrono, cari politici dello strapuntino e della poltrona, fatti fessi dal duo Berlusconi – Veltroni e dall’arroganza d’essere necessari, i vecchi, i poveri di spirito arrancano.
Anche se ormai siete entrati nel personaggio, se volete che ancora qualcuno in Italia si ricordi della sinistra lasciate il passo ai giovani nella speranza che almeno loro avviino un serio confronto a sinistra, creando le basi di un nuovo sogno.
Da quanto emerso dalle elezioni, facendo i conti della serva, con tutto il rispetto per lei, visto il gran numero d’Italiani che vivono al di sotto della soglia di povertà, è chiaro che le ideologie del Novecento, strumento primo del nostro recente, ma ormai passato, benessere, hanno ricevuto un colpo mortale. Il più antico e il più glorioso partito italiano (quello dei Turati, dei Pertini e dei Nenni) di fatto non esiste più, i partiti della coalizione elettorale arcobaleno sono al di sotto della soglia del 4% ma, grazie alla legge del rimborso elettorale (nonostante un referendum abbia abolito il finanziamento pubblico ai partiti), per cinque anni manterranno gli apparati e urleranno nelle piazze la loro difesa dei lavoratori, chiedendo (sarà poi vero?) una moratoria delle morti bianche, una legge che metta al bando le fonti d’inquinamento, un’altra per produrre energia pulita, un’altra ancora per dare la casa a chi non l’ha, vorranno risolvere il conflitto d’interesse o annullare le leggi ad personam o una giustizia più veloce che dia la certezza delle pene. E infine, che le città siano vissute in sicurezza, che l’informazione sia libera, che finisca il duopolio nella TV e si applichi la direttiva europea su Rete 4 e tanti e poi tanti altri provvedimenti…
Che ne sarà di Pecoraro Scanio, di Diliberto, di Mussi e di Bertinotti…di quella sinistra che per due volte al governo, ne è stata la causa della caduta, senza pensare, come ogni politico deve fare, alle conseguenze per quel popolo di cui a parole vogliono il benessere.
Povero Bertinotti, privato dei salotti televisivi; povero Diliberto…ma lui è occupato a cercare la falce e il martello perduti assieme alla stella di Lenin (o di Stalin?) e un qualsiasi corteo di protesta dove comparirà in prima fila lo troverà sempre; povero Pecoraro interessato a ritrovare il verde pascolo nascosto da collinari discariche che assieme a Matteoli ha contribuito a creare.
Mentre i giovani corrono, cari politici dello strapuntino e della poltrona, fatti fessi dal duo Berlusconi – Veltroni e dall’arroganza d’essere necessari, i vecchi, i poveri di spirito arrancano.
Anche se ormai siete entrati nel personaggio, se volete che ancora qualcuno in Italia si ricordi della sinistra lasciate il passo ai giovani nella speranza che almeno loro avviino un serio confronto a sinistra, creando le basi di un nuovo sogno.
19 aprile 2008
17 aprile 2008
L’AGONIA DEI SOCIALISTI SI PUO’ FERMARE
La lenta e inesorabile agonia del Partito Socialista è continuata, ma era prevedibile, anche nella campagna elettorale testé conclusa. Non ci sono giustificazioni!
Ho letto alcuni commenti d’esponenti storici del partito. Tutti concludono l’analisi del voto con l’esortazione a fare quadrato, a solidarizzare, a organizzarci per “cogliere le crepe che si libereranno nello schema di quel bipartitismo, sostiene De Michelis, che è stato messo fortemente in dubbio dagli stessi elettori ” (!).
Il vizio di fondo di qualsiasi discussione è, comunque, affermare che la colpa della nostra “debacle” è stata di Veltroni (cannibalizzazione del Pd verso il resto della sinistra, afferma Biscardini e non solo), della legge elettorale e di qualche altra diavoleria che metta al riparo la dirigenza di qualsiasi responsabilità. Quando parlo di dirigenza mi riferisco a tutti i livelli, dalla sezione, alla provincia, alla Direzione nazionale, o, com’è più gradito, ai “Comitati per la Costituente”.
Il compagno Nigra, individuate le colpe, indica una ventina tra province e di comuni dove il voto amministrativo è stato migliore rispetto al politico, sottolineando che “sono dati che evidenziano il radicamento territoriale, la popolarità dei nostri candidati”.
E’ vero che chi corre per sé corre per tre o forse più di tre, e ciò spiega il successo dei candidati locali, che ci distrae da un’analisi più accorta della sconfitta. Ricordiamo che il disimpegno di questi porta sempre ad un’alta perdita di consensi, come, d’altronde, ha dimostrato il contemporaneo voto politico. E’ giusto però “valorizzarli nella formazione del gruppo dirigente”, che non sia più quello della tradizione e delle sconfitte, quello insomma delle tante repubbliche succedutesi dopo tangentopoli. Ma un gruppo dirigente nuovo rispetto al passato, certo non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, e, soprattutto, giovane mosso da entusiasmo e dal convincimento che il socialismo riformista, liberale e laico non è stato un incidente storico da archiviare, ma una necessità oggi più forte che mai.
Un socialismo che metta al centro della speculazione politica l’uomo come soggetto attivo, come protagonista del suo futuro, l’uomo che vive in sé le gioie e le sofferenze di tutta l’umanità e, quindi, consapevole che il suo è il destino di tutta l’umanità.
Se vogliamo continuare il percorso, dobbiamo esaminare con attenzione sia la fase pre-elettorale, quella della costituente, e quella elettorale, con la sua organizzazione centrale e periferica, il messaggio di cui siamo stati portatori e le motivazioni che hanno indotto gli elettori a non votarci.
L’esame fatta da De Michelis mi sembra la più chiara e la più franca e anch’egli, però deve assumersi parte delle responsabilità, promovendo lo svecchiamento anagrafico, e nono solo.
I giovani sono la linfa, rappresentano il futuro. Una società di vecchi, che questi privilegia nel governo delle istituzioni è una società destinata a scomparire, figuriamoci un partito politico. Il nostro, come un’indagine fatta durante la campagna elettorale ha detto, sarebbe stato votato da elettori di età compresa tra i 55 e i 65 anni. Bel futuro! I giovani, non ancorati e repressi da vecchi formule e schemi stantie, possono dare la vera svolta. I giovani responsabili, assieme ai dirigenti storici, della gestione e della programmazione di un progetto che non abbiamo.
I cittadini devono avere chiaro non solo il messaggio immediato, quello che affronta la quotidianità, ma anche e soprattutto idrogetto di una società nuova, più solidale e più “uguale”, dove i privilegi di pochi non possono essere considerati diritti, dove la dignità dell’uomo non deve essere mortificata dalla mancanza di lavoro o da una distribuzione della ricchezza “diseguale”, dove la libertà d’informazione sia reale come reale sia l’istruzione per tutti.
Un progetto di società condiviso e il cammino chiaro e in umiltà, senza cercare a qualsiasi costo la sopravvivenza a spese dell’identità, sono le ragioni che il congresso deve affrontare.
Ma prima del congresso, sono necessari nell’immediato, assemblee che mettano a confronto iscritti e che determinino con certezza le linee entro le quali il partito deve muoversi.
Una cosa che non bisogna dimenticare è che non basta associare, come è stato fatto, lo SDI e il Nuovo PSI, per costruire un partito, perché spesso le somme diventano sottrazioni.
Nel Paese sono presenti associazioni e micro partiti che vanno coinvolti, non cooptati. Sono ricchezze del territorio che vanno valorizzate e coinvolte, ascoltando e facendo proprie le loro idee, sottolineando sempre ciò che ci unisce più che ciò che potrebbe dividerci.
Ho letto alcuni commenti d’esponenti storici del partito. Tutti concludono l’analisi del voto con l’esortazione a fare quadrato, a solidarizzare, a organizzarci per “cogliere le crepe che si libereranno nello schema di quel bipartitismo, sostiene De Michelis, che è stato messo fortemente in dubbio dagli stessi elettori ” (!).
Il vizio di fondo di qualsiasi discussione è, comunque, affermare che la colpa della nostra “debacle” è stata di Veltroni (cannibalizzazione del Pd verso il resto della sinistra, afferma Biscardini e non solo), della legge elettorale e di qualche altra diavoleria che metta al riparo la dirigenza di qualsiasi responsabilità. Quando parlo di dirigenza mi riferisco a tutti i livelli, dalla sezione, alla provincia, alla Direzione nazionale, o, com’è più gradito, ai “Comitati per la Costituente”.
Il compagno Nigra, individuate le colpe, indica una ventina tra province e di comuni dove il voto amministrativo è stato migliore rispetto al politico, sottolineando che “sono dati che evidenziano il radicamento territoriale, la popolarità dei nostri candidati”.
E’ vero che chi corre per sé corre per tre o forse più di tre, e ciò spiega il successo dei candidati locali, che ci distrae da un’analisi più accorta della sconfitta. Ricordiamo che il disimpegno di questi porta sempre ad un’alta perdita di consensi, come, d’altronde, ha dimostrato il contemporaneo voto politico. E’ giusto però “valorizzarli nella formazione del gruppo dirigente”, che non sia più quello della tradizione e delle sconfitte, quello insomma delle tante repubbliche succedutesi dopo tangentopoli. Ma un gruppo dirigente nuovo rispetto al passato, certo non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, e, soprattutto, giovane mosso da entusiasmo e dal convincimento che il socialismo riformista, liberale e laico non è stato un incidente storico da archiviare, ma una necessità oggi più forte che mai.
Un socialismo che metta al centro della speculazione politica l’uomo come soggetto attivo, come protagonista del suo futuro, l’uomo che vive in sé le gioie e le sofferenze di tutta l’umanità e, quindi, consapevole che il suo è il destino di tutta l’umanità.
Se vogliamo continuare il percorso, dobbiamo esaminare con attenzione sia la fase pre-elettorale, quella della costituente, e quella elettorale, con la sua organizzazione centrale e periferica, il messaggio di cui siamo stati portatori e le motivazioni che hanno indotto gli elettori a non votarci.
L’esame fatta da De Michelis mi sembra la più chiara e la più franca e anch’egli, però deve assumersi parte delle responsabilità, promovendo lo svecchiamento anagrafico, e nono solo.
I giovani sono la linfa, rappresentano il futuro. Una società di vecchi, che questi privilegia nel governo delle istituzioni è una società destinata a scomparire, figuriamoci un partito politico. Il nostro, come un’indagine fatta durante la campagna elettorale ha detto, sarebbe stato votato da elettori di età compresa tra i 55 e i 65 anni. Bel futuro! I giovani, non ancorati e repressi da vecchi formule e schemi stantie, possono dare la vera svolta. I giovani responsabili, assieme ai dirigenti storici, della gestione e della programmazione di un progetto che non abbiamo.
I cittadini devono avere chiaro non solo il messaggio immediato, quello che affronta la quotidianità, ma anche e soprattutto idrogetto di una società nuova, più solidale e più “uguale”, dove i privilegi di pochi non possono essere considerati diritti, dove la dignità dell’uomo non deve essere mortificata dalla mancanza di lavoro o da una distribuzione della ricchezza “diseguale”, dove la libertà d’informazione sia reale come reale sia l’istruzione per tutti.
Un progetto di società condiviso e il cammino chiaro e in umiltà, senza cercare a qualsiasi costo la sopravvivenza a spese dell’identità, sono le ragioni che il congresso deve affrontare.
Ma prima del congresso, sono necessari nell’immediato, assemblee che mettano a confronto iscritti e che determinino con certezza le linee entro le quali il partito deve muoversi.
Una cosa che non bisogna dimenticare è che non basta associare, come è stato fatto, lo SDI e il Nuovo PSI, per costruire un partito, perché spesso le somme diventano sottrazioni.
Nel Paese sono presenti associazioni e micro partiti che vanno coinvolti, non cooptati. Sono ricchezze del territorio che vanno valorizzate e coinvolte, ascoltando e facendo proprie le loro idee, sottolineando sempre ciò che ci unisce più che ciò che potrebbe dividerci.
13 aprile 2008
Il rumore di oggi mi tormenta.
Alla malinconia
dell’animo irrequieto
aggiunto
stravolge la mia vita.
Mi allontana dai ricordi.
Mi distoglie dai progetti.
Si gridano le parole.
Stordisce la musica.
Ogni cosa copre
della natura impotente
la voce.
Solo il silenzio
della notte
diventa dell’anima
il rifugio.
L’angoscia mi abbandona.
Timoroso mi tuffo
nel verde fiume
della fantasia. (G.G.)
Alla malinconia
dell’animo irrequieto
aggiunto
stravolge la mia vita.
Mi allontana dai ricordi.
Mi distoglie dai progetti.
Si gridano le parole.
Stordisce la musica.
Ogni cosa copre
della natura impotente
la voce.
Solo il silenzio
della notte
diventa dell’anima
il rifugio.
L’angoscia mi abbandona.
Timoroso mi tuffo
nel verde fiume
della fantasia. (G.G.)
10 aprile 2008
LETTERA A SILVIO
Cologno M.se, 10 Aprile 2008
“Caro” Silvio
(uso lo stesso retorico Tuo aggettivo, pur non trovando una ragione per cui Tu – anche il Tu uso come il caro - mi possa essere caro), già in passato ebbi a scriverti di non allietarmi, ora scocciarmi, con le Tue lettere d’infima propaganda elettorale, tanto da me il voto non lo avrai mai.
La cosa che mi preoccupa di più, e non so se definirla una minaccia, è il Tuo voler “riprendere il cammino interrotto due anni fa” ripristinando “un modo di operare che avevamo gia messo in atto” che indusse la Commissione europea a sanzionare l’Italia del creativo Tremonti.
Non mi soffermo sull’Italia del quinquennio, tanto felice che “i coglioni” Italiani non Ti hanno votato, né voglio contestarti le leggi ad personam o le svendite di Stato o l’abolizione del falso in bilancio o le tante altre nefandezze.
Di Te ho vivida l’immagine di quando hai fondato il Pdl: a Piazza San Babila a Milano, dall’alto del predellino dell’auto, hai comunicato la nascita della Tua creatura. Lasciamo perdere i commenti coevi del tuo fedelissimo alleato Fini, oggi più fedele di Fede, delfino senza futuro di un qualsiasi Luigi XVI.
Altro che “una nuova forza politica, nata perché voluta dalla gente”, non fammi ridere, per piacere!
Sicuramente Veltroni non è, come affermi, “nuovo” come non sono nuovi “i soliti vecchi campioni della sinistra”, ma Tu a loro contrapponi Tu stesso, Fini, Bossi, Calderoli, Tremonti, Mussolini, Gasparri, Ciarrapico, Dell’Utri, il già comunista Bondi, Scaiola, Vito….
Non mi sembra il nuovo, più nuovo del Pd, quanto una squadra di reduci pronti per la partita d’addio.
Nel confermarti che non voterò il Pdl, non ricambio il “forte, cordiale abbraccio”, proprio non me la sento, ma Ti auguro una buona salute
Giuseppe Governanti
“Caro” Silvio
(uso lo stesso retorico Tuo aggettivo, pur non trovando una ragione per cui Tu – anche il Tu uso come il caro - mi possa essere caro), già in passato ebbi a scriverti di non allietarmi, ora scocciarmi, con le Tue lettere d’infima propaganda elettorale, tanto da me il voto non lo avrai mai.
La cosa che mi preoccupa di più, e non so se definirla una minaccia, è il Tuo voler “riprendere il cammino interrotto due anni fa” ripristinando “un modo di operare che avevamo gia messo in atto” che indusse la Commissione europea a sanzionare l’Italia del creativo Tremonti.
Non mi soffermo sull’Italia del quinquennio, tanto felice che “i coglioni” Italiani non Ti hanno votato, né voglio contestarti le leggi ad personam o le svendite di Stato o l’abolizione del falso in bilancio o le tante altre nefandezze.
Di Te ho vivida l’immagine di quando hai fondato il Pdl: a Piazza San Babila a Milano, dall’alto del predellino dell’auto, hai comunicato la nascita della Tua creatura. Lasciamo perdere i commenti coevi del tuo fedelissimo alleato Fini, oggi più fedele di Fede, delfino senza futuro di un qualsiasi Luigi XVI.
Altro che “una nuova forza politica, nata perché voluta dalla gente”, non fammi ridere, per piacere!
Sicuramente Veltroni non è, come affermi, “nuovo” come non sono nuovi “i soliti vecchi campioni della sinistra”, ma Tu a loro contrapponi Tu stesso, Fini, Bossi, Calderoli, Tremonti, Mussolini, Gasparri, Ciarrapico, Dell’Utri, il già comunista Bondi, Scaiola, Vito….
Non mi sembra il nuovo, più nuovo del Pd, quanto una squadra di reduci pronti per la partita d’addio.
Nel confermarti che non voterò il Pdl, non ricambio il “forte, cordiale abbraccio”, proprio non me la sento, ma Ti auguro una buona salute
Giuseppe Governanti
LA GIUNGLA DEI MANIFESTI
In questa campagna elettorale, come in tutte le precedenti, assistiamo all’affissione indiscriminata e senza regole dei manifesti. Per la verità, le regole ci sono ma non tutti i partiti le rispettano, tanto l’entità delle multe è così irrilevante che si può…pagare, sempre che le istituzioni locali riescano a dimostrare la responsabilità degli imbrattatori.
Nella giungla dei manifesti si distinguono per mancanza di senso civico e di rispetto degli atri partiti, più numerosi di altri, quelli del Pdl di Berlusconi.
Non solo occupano gli spazi ad altri assegnati, ma vengono attaccati anche fuori di essi, su muri, recinzioni e quant’altro, purché posto in verticale.
Questo segno d’inciviltà e di arroganza verso le istituzioni rappresentano bene l’immagine del partito e del suo leader.
Ciò dovrebbe bastare ai cittadini italiani per non votarlo, per la sua invadenza calcolata, per la protervia che segna ogni suo atto.
Nella giungla dei manifesti si distinguono per mancanza di senso civico e di rispetto degli atri partiti, più numerosi di altri, quelli del Pdl di Berlusconi.
Non solo occupano gli spazi ad altri assegnati, ma vengono attaccati anche fuori di essi, su muri, recinzioni e quant’altro, purché posto in verticale.
Questo segno d’inciviltà e di arroganza verso le istituzioni rappresentano bene l’immagine del partito e del suo leader.
Ciò dovrebbe bastare ai cittadini italiani per non votarlo, per la sua invadenza calcolata, per la protervia che segna ogni suo atto.
06 aprile 2008
IN OLANDA LO FANNO
Dal gennaio 2009 in Olanda, non certo nel Paese più povero d’Europa, coloro che percepiscono un reddito di 500 mila euro netti l’anno dovranno pagare una tassa supplementare del 30% su liquidazioni e indennità, mentre si prevede di fissare un tetto di 185 mila euro agli stipendi pubblici, equiparandoli a quello del primo ministro.
In Olanda, il veltroniano “si può fare” diventerà, come esperienza insegna, un “è giusto farlo”. In Olanda come in molti Paesi europei, la politica è una cosa seria, è ancora un servizio e i provvedimenti legislativi ne tengono conto. In Italia avviene il contrario: la politica è un mestiere che elargisce piaceri e prebende ad amici e viciniori, senza che alcuno arrossisca perché ormai tutto rientra nella normalità. Da noi è anormale quello che è successo in Olanda: una tassa sul sudato guadagno…non scherziamo. Riflettete un momento. Cimoli, supermanager pubblico che passava disinvoltamente dalle FFSS (guadagno: 1,5 milioni di euro l’anno) all’Alitalia (2,7 milioni annui), così bravo da portare entrambe le aziende al fallimento (un mio amico continua a dirmi che sarebbe stato più bravo di lui – ha portato al fallimento per ben tre volte l’azienda di famiglia – e avrebbe chiesto meno soldi), in Olanda sarebbe stato licenziato su due piedi, dopo aver dato conto della sua incompetenza, mentre in Italia …ha avuto anche la buonuscita…e che buonuscita!
La “casta” non difende solo i suoi privilegi, ma garantisce, in barba ai superiori interessi dei cittadini, i fedeli collaboratori una presenza invasiva, “peggio assai” della gramigna, negli enti pubblici, dai Comuni alle AS, indipendentemente dal valore delle loro competenze.
Il cittadino italiano, da sempre considerato suddito, si emancipava durante la campagna elettorale grazie al voto di preferenza, per poi rientrare nel suo ruolo; oggi è suddito e basta, umiliato nella sua dignità d’uomo libero.
In questa campagna elettorale ricca di costose promesse, nessun candidato premier ha affrontato il problema del rapporto tra lo stipendio minimo dell’operaio e lo stipendio massimo dei manager di stato, permettendo alla forbice di allargarsi sempre più (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri). Anzi qualcuno prevede di abbassare le aliquote Irpef a tutti come segno di uguaglianza.
P.S.: il premier olandese guadagna € 15.400 al mese, molto meno, credo, dei nostri parlamentari, che paghiamo pure per trattenere rapporti col loro elettorato e per averli sempre al massimo della forma gli mettiamo a disposizione, gratuitamente, momenti ricreativi sia fisici sia mentali (mens sana in corpore sano…Calderoni è stato un’eccezione…tutto il parlamento era stressato alla fine della legislatura…
In Olanda, il veltroniano “si può fare” diventerà, come esperienza insegna, un “è giusto farlo”. In Olanda come in molti Paesi europei, la politica è una cosa seria, è ancora un servizio e i provvedimenti legislativi ne tengono conto. In Italia avviene il contrario: la politica è un mestiere che elargisce piaceri e prebende ad amici e viciniori, senza che alcuno arrossisca perché ormai tutto rientra nella normalità. Da noi è anormale quello che è successo in Olanda: una tassa sul sudato guadagno…non scherziamo. Riflettete un momento. Cimoli, supermanager pubblico che passava disinvoltamente dalle FFSS (guadagno: 1,5 milioni di euro l’anno) all’Alitalia (2,7 milioni annui), così bravo da portare entrambe le aziende al fallimento (un mio amico continua a dirmi che sarebbe stato più bravo di lui – ha portato al fallimento per ben tre volte l’azienda di famiglia – e avrebbe chiesto meno soldi), in Olanda sarebbe stato licenziato su due piedi, dopo aver dato conto della sua incompetenza, mentre in Italia …ha avuto anche la buonuscita…e che buonuscita!
La “casta” non difende solo i suoi privilegi, ma garantisce, in barba ai superiori interessi dei cittadini, i fedeli collaboratori una presenza invasiva, “peggio assai” della gramigna, negli enti pubblici, dai Comuni alle AS, indipendentemente dal valore delle loro competenze.
Il cittadino italiano, da sempre considerato suddito, si emancipava durante la campagna elettorale grazie al voto di preferenza, per poi rientrare nel suo ruolo; oggi è suddito e basta, umiliato nella sua dignità d’uomo libero.
In questa campagna elettorale ricca di costose promesse, nessun candidato premier ha affrontato il problema del rapporto tra lo stipendio minimo dell’operaio e lo stipendio massimo dei manager di stato, permettendo alla forbice di allargarsi sempre più (i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri). Anzi qualcuno prevede di abbassare le aliquote Irpef a tutti come segno di uguaglianza.
P.S.: il premier olandese guadagna € 15.400 al mese, molto meno, credo, dei nostri parlamentari, che paghiamo pure per trattenere rapporti col loro elettorato e per averli sempre al massimo della forma gli mettiamo a disposizione, gratuitamente, momenti ricreativi sia fisici sia mentali (mens sana in corpore sano…Calderoni è stato un’eccezione…tutto il parlamento era stressato alla fine della legislatura…
Iscriviti a:
Post (Atom)