20 dicembre 2010

ORA GLI ARRESTI PREVENTIVI E DOPO?

Il sottosegretario Mantovani, ex AN, propone di estendere il Daspo (nato per i tifosi di calcio violenti) ai manifestanti – cioè per gli studenti che hanno annunciato una manifestazione in occasione dell’approvazione della riforma Gelmini – come limitazione di presenza. Subito la proposta esalta il ministro Maroni.
Intanto il sindaco di Roma Alemanno si dice sconcertato dall’azione della Magistratura, tanto che Il ministro della giustizia Alfano invia immediatamente i suoi ispettori (a far che, dato che non è un atto intimidatorio?).
Il capogruppo del Pdl al senato Gasparri propone l’arresto preventivo di noti facenti parte dei centri sociali di tutta Italia. Per chi non avesse capito, insiste rivolgendo un appello ai genitori di tenere a casa i figli perche “quelle manifestazioni sono frequentate da potenziali fascisti”.
Un riferimento al ministro La Russa e il quadro è completo, direste.
Manca, invece, la voce autorevole del Presidente del Consiglio. Approva o non approva?
Chi tace acconsente – dice un vecchio detto - o reputa meglio restare in silenzio e aspettare gli eventi per esprimer tutto il suo rammarico o tutta la sua gioia, pronto a impossessarsi dell’esito della manifestazione se servirà alla sua immagine?
Al di là di ogni supposizione, legittima per capire cosa pensa il capo del governo elle dichiarazioni piuttosto forti, per non dire violente – perché anche le parole possono esprimere violenza – dei suoi ministri, come cittadino, desidererei che il “mio” presidente del consiglio esprimesse una chiara e netta posizione di condanna, ora e subito. E non solo!
Vista, infatti, la certezza della manifestazione, che sicuramente sarà molto numerosa, e considerati i motivi della protesta che si ripete da mesi, il capo del governo, avrebbe dovuto prendere in considerazione la possibilità di fermare l’approvazione della riforma per il tempo necessario ad ascoltare le ragioni degli studenti e degli operatori scolastici in merito alla riforma.
Una soluzione di buon senso e di disponibilità al dialogo, sicuramente apprezzata dai manifestanti, non sarebbe stata una sconfitta del governo ma un passo avanti verso il dialogo e il ritorno della serenità.
Le dichiarazioni sopraesposte vanno nella direzione opposta, come a cercare consapevolmente lo scontro. Cercare lo scontro non conviene a nessuno, né al governo né agli studenti, e un governo responsabile quanto meno non sarebbe entrato a gamba tesa.
L’augurio è che gli studenti non cadano nella trappola che è stata loro tesa. Il minimo accenno alla violenza sarà usato strumentalmente contro di loro. Gasparri e compagnia non aspettano che questo perché sanno che non è facile scoprire né isolare i “violenti di professione”, quelli che prima, in relazione a chi organizzava la manifestazione, erano definiti “infiltrati” – ora non esistono più, ci dicono.
Nei Paesi civili e di forti tradizioni democratiche il dissenso è una ricchezza della democrazia e i governanti, che ciò sanno, non fanno precipitare la protesta, non la criminalizzano ma la controllano, cercando di capirne le motivazioni.
La protesta più civile e pacifica spesso ha una forza tale da far cadere governi, specie se rappezzati e in crisi d’identità.

18 dicembre 2010

LA RUSSA SHOW: annozero può cominciare!

Il povero ministro, circondato da studenti violenti e “vigliacchi” e da ospiti “di sinistra” è caduto in un’imboscata crudele e vergognosa. L’impari confronto ha scatenato nel ministro una forte crisi d’identità, scatenando la sua proverbiale e alta retorica. Ci ha fatto capire, a noi telespettatori, cosa è “l’apologia di reato”, quando stare “zitto”, quanto tempo concedere alla controparte in un confronto, quando si può dare del “vigliacco” a una persona e come affermare l’orgoglio di essere stato fascista e di aver chiamato “rosse” le forze dell’ordine che oggi rappresenta e dalle quali è stato non solo contestato ma anche fischiato, se non erro la stessa mattina del voto di fiducia.
Lavoratori che protestano al mattino e difensori delle istituzioni al pomeriggio, qualunque sia il governo in carica. Questa è una lezione di responsabilità e un grande senso dell’appartenenza alla Repubblica, non a un governo.
La crisi d’identità del ministro deve preoccupare qualunque cittadino italiano, anche se elettore del Pdl. Non è una bella cosa vedere un proprio rappresentante arrivare a eccessi di quel genere, contestare e voler zittire, con una violenza verbale non pensabile in un rappresentante dello Stato, le ragioni degli studenti, invece di ascoltare e instaurare un dialogo civile. Ascoltare le ragioni degli altri, di quella parte che non è rappresentata in un’aula parlamentare, mentre si sta per approvare una riforma dell’Università che sarà determinante per il loro futuro, dovrebbe essere un atto di profonda responsabilità e di alto valore democratico.
Il popolo italiano ha dato a questo governo licenza di governare non licenza di imposizione. Riforme di tale portata vanno discusse a più voce e scritte a più mani.
Il passato che ritorna non sempre è buona cosa, specie se ammantato da nostalgia.

16 dicembre 2010

BONDI E L’ARROGANZA PERPETUA

Bondi scrive una lettera al Pd con la quale chiede che venga ritirata la mozione di sfiducia nei suoi confronti, “considerandola un atto parlamentare così spropositato”.
Uno pensa che un ministro che ha trovato la forza di chiedere al Pd il ritiro della mozione di sfiducia sia mosso da un minimo di umiltà. Basta, però, leggere la lettera per constatare tutto il contrario. Nemmeno in un momento così grave per la sua immagine, riesce, non solo a pensare ma nemmeno a esprimere un approccio di corretta modestia. Infatti, l’atto parlamentare per il ministro è “pretestuoso e dirompente sul piano umano e rappresenterebbe un’onta non per me che lo subisco ma per voi che lo proponete”. Poi accusa di acredine della sinistra nei suoi riguardi perché li ha lasciati per approdare in Forza Italia “per la consapevolezza dell’impossibilità di una evoluzione socialdemocratica del Pci”. Infine con un’ingenuità piena d’ipocrisia non si capacità che si possa chiedere la mozione di sfiducia per “i crolli avvenuti a Pompei” poiché “altri crolli sono avvenuti nel passato, e probabilmente (!) altri avverranno nel futuro, senza (ecco la ciliegina che esprime tutta l’arroganza e la supponenza di un ministro, espressione di un governo proiettato verso il culto della persona) che a nessuno passi per testa di chiedere le dimissioni del ministro …”.
Il ministro dovrebbe spiegare ai cittadini, mentre chiede loro di accettare i tagli come necessari per rafforzare l’economia, alcune sue scelte, come apprendiamo dai quotidiani, piuttosto discutibili, anche come casi umani, che sembrano ai nostri occhi inesperti degli sperperi:
- Vengono stanziati 400.000 euro per consegnare il premio “Action for women” all’attrice bulgara Michelle Bonev (chi?), arrivata con 40 (quaranta) connazionali al seguito. Forse per occupare due file della sala, arricchita dalla presenza della ministra Carfagna e del ministro Galan.
- Un posto al ministero per il figlio della compagna, l’onorevole del Pdl Emanuela Repetti.
- 25.000 euro dei fondi FUS (fondo unico per lo spettacolo) all’ex marito della compagna.
Poi sono stati stanziati per decreto 670.000 euro a Novi, dove il ministro ha trasferito la residenza, per lavori in due chiese; 285.000 euro per la compagnia teatrale di Mariano Anagni. Per carità tutto regolare, ma, visto i tagli alla cultura, il ministro potrebbe illustrarci, almeno come rispetto che si deve ai soci pagatori dello stipendio che percepisce, quali criteri usa nel destinare i residui fondi?
Spero che il Pd non ritiri la mozione di sfiducia, sia per un senso di coerenza e serietà, sia per l’uso negativo che il ministro ha fatto della delega.

Berlusconi ha vinto, Berlusconi ha perso

1867,398 miliardi di euro è il nuovo record del debito pubblico. In ottobre ci siamo divorati 23 miliardi, a settembre il debito era di 1844 miliardi. Nello stesso giorno del record che ci trascina verso l'abisso economico, il 14 dicembre 2010, alla Camera dei deputati Berlusconi ha vinto per 314 a 311.
Si è svolto nella sala di velluti rossi un confronto osceno di compari che sentono l'odore della rivoluzione nelle strade e cercano di salvarsi con un doppio carpiato come Fini, rinnegando 15 anni di inciuci come Bersani e Casini. Nell'aula ridotta a un palcoscenico di mestieranti con battute da avanspettacolo e applausi improvvisi che scacciavano la paura del futuro (come quelli alla bara portata a braccia quando esce dalla chiesa) ci sarebbe voluta la follia di un Lombroso per interpretare volti, smorfie, ghigni, gesti. Per illustrare una nuova antropologia: quella della merda. In un Parlamento di venduti non è possibile parlare di voti comprati, come non è possibile trovare vergini in un lupanare. La recita dei deputati ha avuto ancora una volta la sua rappresentazione. Attori con stipendi stellari, macchine blu, finanziamenti (furti) elettorali da un miliardo di euro bocciati da un referendum, giornalisti al loro servizio pagati con una mancia di 329 milioni mentre il Paese va a picco. Guardateli, non vi fanno schifo?
La Camera dall'alto sembrava questa mattina un ritrovo di vecchi compari, Berlusconi che accarezza il collo di Casini, il Bocchino tradito, il Fini paralizzato da una votazione che lo manda in pensione dopo 40 anni di carriera politica in cui non ha visto nulla, sentito nulla, detto nulla prima di uscire dal sarcofago, la "vajassa" di Fassino. Le labbra della Mussolini e quelle della Carfagna, gli occhiali da sole di Frattini. Le donne incinte, tra cui l'avvocatessa del prescritto per mafia Andreotti in carrozzella. La corte dei miracoli aveva più dignità, un circo ha più serietà, un bordello più dignità.
Nel 2011 la crisi economica spazzerà via questa umanità ridente che si è appropriata dello Stato e dei media. Straccioni sociali che hanno avuto nella politica l'unica via per il successo, per sentirsi importanti, indispensabili, "onorevoli". Io non salvo nessuno e auguro a tutti di ritirarsi per tempo, prima che lo faccia la Storia che è, come si sa, imprevedibile e feroce.

dal blog di Beppe grillo del 16/12/2010

15 dicembre 2010

BERLUSCONI HA VINTO E IL PAESE?

Secondo i dati diffusi dalla Banca d’Italia, a ottobre il debito pubblico è aumentato del 5,9% rispetto all’inizio dell’anno, attestandosi a 1.867 miliardi di euro, mentre nello stesso periodo le entrate fiscali sono diminuite dell’1.8%.
Il governo continua a dire che tutto va bene, che l’Europa è soddisfatta dei nostri conti pubblici, che il ministro Tremonti è stato bravo – anche molti cronisti di sinistra sono convinti della competenza e del buon lavoro svolto dal ministro dell’economia che nemmeno ci informano come il nostro eroe è stato declassato nella classifica dei migliori ministri economici, promossa dal “Financial Times”, dal 5° al 14° posto su 19 – che il governo del fare ha agito nel migliore dei modi possibili e se qualcosa non va, la colpa è della sinistra e di Fini, che gli studenti universitari protestano perché non vogliono studiare, che i ricercatori si lamentano per boicottare la riforma Gelmini, che le forze dell’ordine … che a Terzigno … che gli edili … che la cassa integrazione … che la disoccupazione giovanile … che l’informazione … che la benzina … che la giustizia … che gli stipendi … che il Meridione … che le infrastrutture … che la corruzione …
Al cittadino comune, quale io sono, si presentano due ipotesi: la prima è che tutto va bene e che ciò che vede attorno a sé non esiste, è una distorsione della fantasia; la seconda è che con la fantasia non si paga il mutuo né si fa la spesa al supermercato né si arriva alla fine del mese e che la fantasia non può nascondere la realtà che è quella che le famiglie toccano con mano.
Allora il governo mente pur sapendo di mentire. Ciò lo rende ancora più colpevole agli occhi dei cittadini che non hanno fantasia per nascondere il loro stato d’indigenza.
Ieri, a pranzo – è una combinazione, non una battuta – la Camera ha respinto, per soli tre voti la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni. Berlusconi, ancora una volta ha mostrato che gli affari li sa fare molto bene, la politica un po’ meno.
Ma non voglio portare il discorso sul referendum pro o contro Berlusconi, come ormai fa il mondo politico e dell’informazione, farcita da politologi di ogni genere e appartenenza. Sarebbe la cosa più facile e la questione politica si ridurrebbe a una questione di tifo da stadio.
Berlusconi ha vinto! Berlusconi ha perso! Vedrete, ci sarà ancora un secondo tempo in cui Berlusconi si esalterà, annunciava ier sera il direttore “tempo”, Sechi.
Berlusconi ha vinto algebricamente ma non politicamente … ha lanciato un messaggio ai moderati sparsi nel Parlamento … la maggioranza si allargherà a Casini … no, la fiducia gli servirà per andare alle elezioni anticipate … sarà Bossi a staccare la spina quando si accorgerà per il federalismo … la campagna acquisti continuerà ancora più violenta … faremo la riforma elettorale (un senato con premio di maggioranza nazionale) … le opposizioni, Pd in testa, non hanno presentato una controproposta alternativa né il nome del probabile leader ... la tempistica è stata sbagliata … sarebbe stato un ribaltone … eccetera, eccetera, eccetera.
A nessuno dei commentatori è passato per la mente che il Parlamento, considerato come l’insieme di nominati delle segreterie - ecco perché si può parlare di tradimenti - non è stato umiliato da qualcuno, ma ha dimostrato di non essere più un’istituzione né politicamente né moralmente credibile. Non rappresenta il Paese, occupato non a risolvere i problemi reali ma a litigare e a risolvere problemi “altri”. Vive nel “Palazzo”, asserragliato e attaccato con i suoi privilegi alla poltrona, estraneo a ciò che succede alle centinaia di migliaia di famiglie che pagano le tasse e permettono “agli onorevoli parlamentari” di ricevere un lauto stipendio e ancor più lauti benefit, tra cui una pensione dopo tre anni di presenza non necessariamente continua – i mortali lavoratori aspetteranno lo scoccare del sessantacinquesimo anno d’età ... se ce la faranno.
Lo spettacolo parlamentare è stato degradante e umiliante per un Paese civile, ma ancor più degradante è stato lo spettacolo mediatico.
Come si fa a dire che la sfiducia è stata un atto contro Berlusconi, senza una motivazione politica, come si fa ad accusare le opposizioni di mancanza di proposte programmatiche?
Fli ha motivato con delle ragioni politiche, magari non condivisibili, assai evidenti il distacco dal Pdl, sforzandosi di proporre un programma alternativo, come ha fatto l’Udc e come ha fatto il Pd, che l’ha addirittura proposto sabato scorso in una grande manifestazione a Roma.
Non riconoscere ciò è boicottaggio e malafede. È paradossale chiedere alle opposizioni un programma di governo per giustificare la richiesta di sfiducia. Non sarà l’elettore a votare la sfiducia, ma il parlamento con gli schieramenti ben individuati, con qualche incerto in attesa di un’offerta. Tra l’altro le motivazioni della richiesta della sfiducia rappresentano già un’alternativa al programma svolto o no dal governo.
Un governo alternativo, anche solo per cambiare la legge elettorale e rivedere la legge finanziaria, non sarebbe stato un ribaltone, avrebbe solo sancito l’incapacità di questo governo di governare e avrebbe dato all’Italia una nuova legge elettorale, diversa dal porcellum attuale che determina un cospicuo premio di maggioranza alla coalizione anche vincendo per un solo voto, al 30%. Sta proprio qui, nel premio di maggioranza così stabilito, che sta il paradosso di vedere il settanta per cento del Paese all’opposizione. Non regge il consiglio che si dà alle opposizioni di coalizzarsi, perché è risaputo che ci sono tra di esse notevoli differenze ideologiche che rendono difficile se non impossibile una coalizione.
Berlusconi ha vinto e allora governi serenamente, affrontando i problemi dei cittadini e non pensi all’undici Gennaio 2011.

09 dicembre 2010

IL TEATRINO DELLA POLITICA RITORNA

Mi ero ripromesso di non scrivere di politica fino al giorno 15 p.v., ma la mia sopportazione, assistendo a quanto di peggio la politica possa mostrare, non può andare oltre.
È uno spettacolo indegno anche per l’ultimo dei Paesi civili, se mai ce ne fosse uno dietro il nostro. I nostri politici, super-stipendiati e super - garantiti (pensione, buona uscita, benefit d’ogni genere e … sostanza), super- rispettosi e super-presidenzialisti stanno mostrando, se ce ne fosse stato bisogno, il super di sé (il meglio che va molto al di la). Sono dei super strateghi, dei super ipocriti, dei super mangia pani a tradimento (tanto, per restare in tema), dei super commedianti (ironicamente parlando e senza voler offendere i commedianti, quelli che si esibiscono a teatro) della nostra politica perché altrove, nell’ultimo Paese civile dietro di noi, sarebbero solo pessimi cabarettisti di locali malfamati.
Sono indignato, come dovrebbero esserlo gli italiani (tutti, meno i parlamentari – s’intende per parlamentari coloro che parlano non sapendo cosa fare … o forse no? Quelli che alzano il dito quando gli viene ordinato, quelli che non si guardano allo specchio per paura di … insomma quelli che non sono stati votati ma nominati -, i sodali, quelli che con loro s’identificano, quelli che evadono le tasse perché … la legge glielo permette, quelli dei capitali all’estero, quelli delle superbarche intestate alle società, quelli delle società offshore, quelli che vivono di sotterfugi e quelli che sfruttano i diversi ma poi scendono in piazza contro gli immigrati, ecc. …) e durante i tigi mi vergogno per loro.
Uno di loro, credo quello che chiamano cavaliere, quando entrò in politica dichiarò che avrebbe salvato l’Italia dai comunisti (mi viene da ridere quando penso ai comunisti italiani!), avrebbe eliminato la disoccupazione, avrebbe rilanciato l’economia, avrebbe … avrebbe … non mi ricordo, ma avrebbe fatto tante altre cose. Ecco … mi ricordo … non avremmo più assistito al teatrino della politica perché il cavaliere avrebbe “fatto” non “recitato”.
Di cose da allora ne ha fatte tante come per esempio le leggi ad personam, la legge porcellum, i condoni tombali, lo scudo fiscale, poi … poi … e poi … non è che posso ricordarmi tutto! Dimenticavo, ha fatto scomparire la spazzatura di Napoli, ma ha conservato le macerie de L’Aquila a memoria futura.
Il teatrino, che era stato chiuso, proprio come la Camera dei deputati, per restauri, è esploso con tutta la sua potenza attrattiva. I figuranti sono tanti, ma i capocomici, vecchi mestieranti senza talento, sono pochi. Cercano, poverini di far ridere, ma hanno sbagliato rappresentazione: non una farsa ma un dramma. Si sforzano di far ridere, ma fanno solo piangere. Sul palcoscenico si susseguono scene da basso impero, mentre sul palcoscenico della vita, all’esterno del Palazzo, pardon del teatro le scene sono vere: operai che muoiono mentre lavorano nella completa indifferenza dei politic-anti, impiegati e operai che scioperano perché hanno perso il lavoro, studenti e professori e ricercatori che protestano ormai da settimane senza che il Palazzo si accorga di loro, i poliziotti che protestano davanti alla residenza del premier per i tagli alla sicurezza (mancano i soldi per la benzina), gli edili - operai e imprenditori - che scendono in piazza, l’informazione che non informa, la giustizia che non riceve i mezzi per farla funzionare, se società d’intercettazione che non sono pagati dallo stato, la P3, la spazzatura a Napoli che non intende nascondersi, le infrastrutture autostradali e aeroportuali che non ci sono, le classifiche internazionali che vedono l’Italia relegata agli ultimi posti (per le auto blu e per gli stipendi ai parlamentari di ogni grado e ordine siamo al primo posto), i pensionati che tirano a campare, la disoccupazione che si avvicina al 12% e quella giovanile attestata oltre il 20, la fuga dei cervelli, la scuola che funziona perché i genitori si tassano per comprare materiale di consumo e igienico cui lo stato dovrebbe provvedere, Pompei che si sbriciola, il debito pubblico sempre più alto … mi fermo perché sono già in depressione.
Nonostante tutto ciò, una speranza di salvezza ce la stanno dando alcuni onorevoli, per ora solo tre, che, in vista della sfiducia, hanno formato “Il movimento di responsabilità nazionale”.
Onorevoli con le palle che si sono stancati di essere tirati per la giacchetta, come fossero oggetti da comprare e mettere tra l’argenteria di famiglia, che hanno il senso dello stato e faranno di tutto, responsabilmente, per esprimere un voto di fiducia per un governo del fare che potrebbe realizzare ancora di più se il premier si accorgesse di loro nell’assegnazione di ministeri e sottosegretariati, non come forma di riconoscenza, badate, ma solo per la loro competenza e il loro amore per l’Italia.

26 novembre 2010

PIATUSU

Piatusu, dal Vocabolario Siciliano Italiano di A. Traina: che muove pietà, meschino.
Sto parlando di Emilio Fede, il direttore di Rete quattro, un messinese che sicuramente ricorda ancora qualche parola della sua terra, un mio conterraneo, da cui prendo le distanze, che è molto “civile” come uno dei suoi ultimi tg – ad onor del vero io non guardo mai perché qualche volta che l’ho fatto ho provato vergogna … per lui , s’intende - ci ha mostrato, il cui grado di civiltà emerge ogni qual volta apre bocca. Potrei dire che forse sarebbe bene che la bocca in certi casi la tenesse ben serrata, ma sarei accusato di voler limitare la libertà d’espressione e, in un Paese civile come il nostro, le persone “civili” come il signor Fede hanno diritto di esprimersi … come sanno, anche per farsi conoscere meglio, se ce ne fosse bisogno.
Il signor Fede inizia la sua arringa affermando che “la violenza assunta come protesta sta diventando una moda grazie all’effetto mediatico di certe stampa e di certe televisioni”. Per questo giornalista, sempre misurato nelle parole e chiaro nei concetti, ogni forma di protesta ormai è assimilabile alla violenza. Bisogna protestare civilmente, magari inviando qualche lettera: “ Signor ministro Maroni, ho seguito la procedura per avere il permesso di soggiorno ma ancora lo sto aspettando. Che faccio, aspetto ancora o salgo sulla gru ... mi faccia sapere. Nell’attesa di una sua, la saluto molto distintamente.” Oppure: “Esimia ministra M. S. Gelmini, noi insegnanti universitari, ricercatori precari, noi studenti senza futuro, non condividiamo certi aspetti della sua riforma. Prima che sia approvata dal Parlamento, potremmo avere un confronto civile, s’intende, con lei, così potrà spiegarci perché sono stati stanziati soldi per le scuole e le università private, ma solo per rispondere a quei patetici comunisti che non hanno proposte, studenti ripetenti. In attesa di una sua risposta, senza protestare, come la civiltà prevede, seguiteremo a svolgere i nostri rispettivi ruoli. La preghiamo solamente di non farci attendere troppo. Se vuole, ma solo se vuole, potrebbe suggerirci una forma molto civile di protesta, visto che tra noi ci sono troppi facinorosi, organizzati per bande. Un evidente inchino e un augurio di immensa fortuna”. O, ancora: “ Signor Presidente del consiglio, la fabbrica dove lavoravo con mia moglie ha chiuso perché ha de-localizzato. Ho due bambini e un mutuo … potrebbe risolvere il mio caso umano, magari telefonando ad un suo amico imprenditore o assumendomi come uomo di fatica in una delle sue tante ville? Resto in attesa di una sua risposta. Nel frattempo riascolto una delle sue potentissime barzellette … con simpatia e stima”.
Si sono comportati malissimo gli studenti, fomentati e organizzate dall’estremismo rosso, come il direttore afferma. Hanno occupato dei monumenti o dei tetti delle università, ma come si permettono … mica sono di loro proprietà. Hanno “assalito il Senato”, hanno “violato il tempio della Costituzione - il signor Fede a proposito della costituzione fa un po’ di confusione. Quale Costituzione? Quella immaginata o quella che viene calpestata senza ritegno … forse perché non la si conosce -, hanno aggredito le forze dell’ordine, procurando feriti e contusi … una violenza inaudita – quale? Ma che telegiornale ha visto? Ora anche gli studenti hanno i manganelli e si vestono i abiti antisommossa, mentre i piccioni lasciano cadere le uova fuori dal nido - “Cresce, ci informa, la rabbia e l’indignazione tra i cittadini per bene”, cioè, mi chiedo, tra i padri, le mogli, i fratelli, i figli di coloro che stanno protestando per sperare su un futuro migliore?
“È gentaglia” e “un popolo civile come noi siamo, quando si trova in queste situazioni dovrebbe intervenire e menarli perché questi capiscono solo [di essere menati (traduco: quando sono menati. È la conseguenza della premessa)].
Ecco, il paladino della non-violenza, il nuovo Gandhi, ha sentenziato
Qualcuno leggendo le sue considerazioni, potrebbe pensare che il suo è un linguaggio violento, che il suo discorso e un incitamento alla violenza. Ma poi uno si chiede: - Ma vi sembra possibile che un ometto piccolo, così si è definito dopo l’aggressione dell’imprenditore Giuliani, e inoffensivo come lui e di grande cultura, aggiungo, possa solo pensare o incitare alla violenza? Ma non dite stupidate, lui che va in giro con scorta per non fare brutti incontri … ma fatemi il piacere.
Certe volte mi chiedo: - Come mai molti giornalisti di centro destra hanno la scorta e altri no? È un argomento che mi piacerebbe capire.
Concludo, ho già perso troppo tempo, con un detto siciliano:
- “Lu putiaru zoccu havi abbannia”. Traduco letteralmente: “Il bottegaio dà voce a ciò che ha”. Per meglio capire: “Ognuno dà quello che ha”.
P. S.: Vivo sicuramente in un Paese civile i cui semplici cittadini rispettano la Costituzione e le regole. Conosco il significato di poche parole e mi guardo bene dal modificarlo. Desidererei che i miei governanti fossero altrettanto ligi e non pensassero che la democrazia si compia con l’espressione del voto. La democrazia si realizza anche dopo con forme le più diverse di partecipazione I cittadini hanno il diritto di chiedere il confronto con i loro rappresentanti, su quei provvedimenti legislativi determinanti per il vivere civile. Il Parlamento, quindi non è solo il tempio della Costituzione, ma è anche il tempio della democrazia e gli eletti del popolo devono rispondere ad esso in tutti i momenti della legislatura … anche se oggi i parlamentari sono nominati dalle segreterie dei partiti e a queste s’inchinano, purtroppo.

24 novembre 2010

L'osceno normalizzato

di BARBARA SPINELLI Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l'ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell'Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s'è fatto banale e scuote poco gli animi.

Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi - futuro Premier - aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent'anni, almeno fino al '92. Dell'Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell'incontro a Milano della primavera '74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest'ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d'un "uomo di garanzia".



La sentenza attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell'87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s'aggiunga il "regalo" a Riina (5 milioni) per "aggiustare la situazione delle antenne televisive" in Sicilia. Fu Dell'Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l'allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe "finito sotto i ponti o in galera per mafia" (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell'Utri, in un'intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: "A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera".

C'è dell'osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna - nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi - presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell'Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: "Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (...) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (...) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale".

Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l'influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L'1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell'economia: "Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d'indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un'afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni".

In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell'illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale - fa capire - potrebbe degenerare in collasso greco. È l'atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: "Se non vi adeguate ve li scateno contro". Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l'ordigno infine non funzionerà: l'atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne - Veronica Lario, Mara Carfagna - che hanno denunciato il "ciarpame senza pudore" del Cavaliere, e le "guerre per bande" orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all'astio che suscita per il solo fatto che impersona un'Italia che ama molto le persone oneste, l'antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.

Questa normalizzazione dell'osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l'apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C'è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l'assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre '92 - condividendo le opinioni del ministro dell'Interno Mancino e del capo della polizia Parisi - di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all'ombra di un patto.

Il patto non è obbligatoriamente formale. L'universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch'essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell'osceno. Osceno è l'accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per "concorso esterno in associazione mafiosa". Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.

Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s'intesero con la Mafia per liberare l'Italia. L'accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l'effetto di rendere "antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d'influenza". Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa "di sinistra", ma di ben più essenziale: l'era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con "vocazione maggioritaria", ma l'essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l'anima, ma l'Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il '45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre '44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: "È un mostro col capo d'idra. Non crediate d'averlo ucciso".
(24 NOVEMBRE 2010 DA WWW.REPUBBLICA IT

18 novembre 2010

Tratto dal Blog | di Paolo Farinella
18 novembre 2010
L’”ammucchiata” che salverà B.
Scorrendo i giornali sembra ventilarsi una ipotesi che se fosse vera, ma credo che la «grande ammucchiata» l’abbia già deciso, sarebbe la negazione di vent’anni di lotta contro il berlusconismo e la morte definitiva del concetto stesso di «Diritto». Se il Pd sta a questo gioco perverso e a questa soluzione tragica, è meglio che vada a ibernarsi al polo nord.

L’ipotesi è: per convincere Berlusconi a farsi da parte e a rassegnare le dimissioni per permettere alla destra berlusconista e finiana di fare un nuovo governo con un programma di destra, appoggiato dagli stessi berlusconisti (con Berlusocni dietro le quinte), gli si confeziona un salvacondotto definitivo, per cui anche se non è più presidente del Consiglio «si slava dai tribunali» e se ne può andare a spasso come se niente fosse stato. Berlusconi, imputato di reati gravissimi commessi da cittadino senza incarichi politici, è assolto dalla politica, buttando al macero codici di procedura, sentenze della Corte e la stessa carta straccia della Costituzione.

In questo modo, Berlusconi ha raggiunto il suo obiettivo, il solo per cui è entrato in politica: salvarsi dal carcere e salvare le sue aziende, cioè i suoi delittuosi guadagni. Non deve fare nemmeno lo sforzo di una legge apposita, perché «la grande ammucchiata» da sinistra e da destra che sono ben felici di attribuire questa «porcata» alla sinistra gli faranno il regalo di Natale che più desidera: essere impunito per oggi, per domani e per sempre.

Se il Pd e chiunque altro che fino ad oggi si è battuto per la sopravvivenza dello Stato di Diritto, credono di essere furbi, è meglio che recedano e non si lascino nemmeno tentare da una simile ignobile e ributtante ipotesi. Noi non possiamo accettarlo. Noi non possiamo tollerarlo. Noi ci opporremo con la forza della nostra onestà e con lo spessore della nostra dignità con le quali abbiamo combattuto una battaglia impari, mentre deputati e senatori cincischiavano tra loro camarille e interessi e riscuotendo alla fine di ogni santo mese un lauto compenso non inferiore a € 20.000,00 mentre noi pagavamo di tasca nostra ogni iniziativa e ogni trasferta.

Berlusconi deve andarsene perché ha fatto fallire il Paese e perché ha fallito anche il suo programma che partiva dai suoi interessi personali e finiva ai suoi interessi personali. Qualunque salvacondotto non è solo illecito, ma è indegno e immorale e nessuno si azzardi a pensarlo perché si troverà contro un muro di onestà e una diga di indignazione che li travolgerà tutti quanti. Se vogliono sfidare l’ira degli onesti lo facciano, ma sappiano che ne pagheranno le conseguenze amaramente. Berlusconi deve semplicemente essere processato, e se è colpevole, deve essere condannato: nessun salvacondotto di transizione o per qualsiasi altro motivo è lecito e tollerabile. Il principio semplice e trasparente della innocenza/assoluzione e colpevole/condannato deve restare integro e nessuno lo può stravolgere, nemmeno per mandare via Berlusconi «prima del tempo» e nemmeno per paura che egli voglia fare la politica del «muoia Sansone con tutti i Filistei».

Nemmeno in politica il fine giustifica i mezzi. Lo dovrebbero sapere i signori cardinali che hanno tenuto bordone a un individuo ripugnante moralmente, insano politicamente e riprovevole socialmente. Lo sanno anche i figliocci dei cardinali che bevono acqua benedetta dalla mattina alla sera, baciano pile con devozione e poi fanno affari illeciti e immorali: «le loro mani grondano sangue» e nessuna acqua benedetta o rancida li potrà mai lavare. Nessuno si azzardi a salvare Berlusconi per facilitarne l’uscita perché un salvacondotto «per breviorem», potrebbe essere un’arma nelle sue mani per rientrare alla prima occasione che, immorale come è, non esiterà a creare. I suoi manutengoli, infatti, sono a sua immagine e somiglianza: complici in corruzione e manomissione di verità.

Una volta ottenuto il salvacondotto «tombale», chi potrà impedirgli di ritornare in gioco e aspirare alla presidenza della Repubblica? Chi è così stupido da fidarsi degli uomini e donne (queste poi!) di destra? Chi garantisce che non sia una trappola? L’unico che ne beneficia è Berlusconi. Possibile che la bicamerale di D’Alema non abbia insegnato nulla e che questi ultimi sedici anni siano passati invano? Se qualcuno si assume il compito di salvare Berlusconi dai processi a cui deve soggiacere in forza del primo comma dell’articolo 3 della Costituzione, si assume l’onere della vergogna e della gogna e porterà il peso morale e politico di avere minato dalle fondamenta l’architrave della Costituzione suprema di una Repubblica decente: «Tutti i cittadini sono uguali davanti alla Legge». Tolto questo architrave, tutto l’impianto non è che una manciata di macerie: la Pompei del Diritto.

«Quod non fecererunt barbari, fecerunt Barberini» sentenziarono i Romani contro Urbano VIII che, tra gli scempi edilizi e le malefatte indicibili, nel 1625 fece fondere i bronzi antichi del Pantheon per fare i cannoni di Castel Sant’Angelo. Spero e prego che nessun altro «Barberino» voglia fondere la decenza democratica e la sovranità del Diritto e farne un cannone di inciviltà da mettere nelle mani di un delinquente, di un ladro, di un evasore, di un corrotto, di un corruttore, di un immorale come Silvio Berlusconi.

La corruzione del berlusconismo è arrivata così in profondità da inquinare anche le falde profonde della vita democratica: se anche la sinistra simil-pelle arriva a pensare di aggirare la Legge per salvare un delinquente potente, è segno che questo Paese non può più salvarsi, ma avrà bisogno di una batosta epocale che azzeri tutto e faccia ripartire su basi nuove che sono quelle antiche: la Costituzione Italiana e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dell’Onu. Il Pd e gli illusi illusionisti di turno sono avvertiti. Le prossime elezioni potrebbero essere uno tzunami che, per loro, salvatori di Berlusconi motu proprio, sarà senza ciambella di salvataggio.

13 novembre 2010

UNA POLITICA PICCOLA PICCOLA n° 7

L’ancienne regime e la Rivoluzione
“Una politica piccola piccola” non basta più a identificare questa fase storica in cui la politica ormai non esiste, le regole sono scritte ma non vengono rispettate e i “politici” si comportano come se si stessero movendo dentro una farsa teatrale, dimenticando che il Paese è precipitato nel dramma assoluto.
Il governo col suo Presidente è latitante. Non c’è famiglia che non sia toccata dalla crisi economica e sociale; non c’è istituzione che non sia toccata dalla crisi morale.
Mi chiedo come sia possibile superare una crisi economica gravissima, se questa è sovrastata da una crisi morale devastante, che investe tutti gangli del potere. Dalla prima si può uscire, dalla seconda, considerando gli attori, è molto difficile, quasi – un “quasi” di ottimismo - non c’è speranza.
Mi sembra di essere nella Francia di Luigi XVI e di Maria Antonietta. Il popolo moriva letteralmente di fame e la regina indicava nelle brioss la soluzione; il popolo protestava i propri diritti e veniva aggredito dall’esercito; i cittadini più illuminati raccoglievano le rivendicazioni nei cahier des doleances e a Versailles ci si divertiva in feste sfarzose; l’ancienne regime era alla fine e nei palazzi del potere le giornate passavano tra luci e musica.
Potevano evitare la rivoluzione? Forse sì. Ma il re e la corte ormai vivevano lontani dai problemi, la casta a Versailles non sentiva il dolore, non conosceva i problemi in cui si dibatteva la popolazione, non capiva perché ormai anche quel sottile filo di moralità che portava al rispetto dell’altro era reciso.
Le tasse erano i pochi a pagarle – la Chiesa e la nobiltà erano esenti e non solo –, gli appalti erano gestiti allegramente; la delinquenza dilagava; i ricchi divenivano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, se alla povertà è possibile dare un segno più.
Nei nostri palazzi sembra andare in scena l’ancienne regime. Gli attori con i loro vizi ci sono tutti, appalti gonfiati, furti legalizzati, combriccole, lobby, affaristi, crimine …
Cosa ci manca per sentirci nella Francia della vigilia della Rivoluzione?
Forse niente, forse poco … chissà! Un fatto, però, è certo: da noi la classe politica sta andando verso il suicidio senza accorgersi, ammantata in quella furbizia bizantina che pensano li metta al riparo dalle brutte sorprese. Si credono immortali e sono con la bava alla bocca.
Un’aggravante hanno i nostri politici. Sono cattolici professanti e perciò conoscono la frase pronunciata da Sansone: “Muore Sansone con tutti i Filistei”.
La paura oggi è che i nostri grandi statisti pur di non lasciare il potere commetta una serie di azioni strampalate e poi non riescano a fermarne la deriva, buttando il paese nel caos politico e istituzionale, verso soluzioni violente di regime.
Basta guardare alle due mozioni presentare in Parlamento: una di sfiducie del Pd e IdV alla Camera e l’altra di fiducia del Pdl al Senato. Il tutto per rendere ingovernabile la crisi che già c’è ed è abbastanza grave.
La Rivoluzione Francese ha avuto una sua grandezza …