Guardia Sanframondi è un paesino della provincia di Benevento che è assurto agli onori della cronaca per la processione dei battenti, un rito che si ripete ogni sette anni.
1200 “fedeli” si sono battuti a sangue con la “spugna” strumento penitenziale provvisto di spilli durante la processione dell’Assunta.
Incappucciati e coperti da una bianca tunica, in segno di penitenza, hanno martoriato il corpo per tutta la durata della processione, macchiando di sangue le bianche tuniche: uno spettacolo tribale, che mette in evidenza ancora una volta il ruolo della superstizione.
Non capisco fin dove arriva la fede e da quando inizia lo spettacolo. Nell’uno e nell’altro caso, i settennali, così sono chiamate tali manifestazioni, sono molto cruenti e molto diseducativi, poiché, volenti o nolenti, coinvolgono generazioni di fanciulli nell’apologia del fato e di un modello penitenziale che dovrebbe essere sepolto ormai nella notte del tempo.
Il parroco del paese e il sindaco affermano che si tratta di una manifestazione “religiosa” e intanto l’antropologo Marino Niola è stato nominato “ambasciatore di Guardia Sanframondi nel mondo” e quest’anno è stata presente anche la troupe televisiva Al Jazeera mentre 150 mila spettatori, niente a che vedere con i penitenti, hanno fatto ala alla processione.
È, quindi, difficile pensare a un avvenimento religioso così spettacolare col sangue, quasi si provasse piacere a martoriare il povero corpo davanti a migliaia di spettatori.
La religione come spettacolo oltre alla religione come business.
E il nostro antropologo si compiace e parla di “un rito fortemente glocal” e afferma che “un paese intero che fa penitenza è davvero inusuale”.
Invece che compiacersi, certo ne hanno ben donde, lo studioso, il sindaco e il parroco, dovrebbero ognuno per la propria parte buttare acqua su un rito macabro e superstizioso, che ripropone sconvolgenti rappresentazioni che si associano alla “fede” che è un’altra cosa e non ha bisogno che sia spettacolarizzato. Sta scritto in Matteo (6,6): “Tu, quando vuoi pregare, entra nella tua camera e chiudi la porta. Poi prega Dio, che è in segreto”.
Se proprio vogliono promuovere il turismo, anche religioso, possono sostituire lo strumento penitenziale con uno innocuo. Non penso che Dio per perdonare ha bisogno del sangue!
23 agosto 2010
21 agosto 2010
Legge ad aziendam
Dopo le leggi ad personam ecco (ma c’era dubbio?) ecco la legge ad aziendam, che regala, togliendole dalle casse dello Stato, ben 167, 4 milioni di euro, escluse imposte, interessi, indennità di mora e sanzioni, alla Mondadori, azienda di famiglia del Presidente del Consiglio. Non voglio nemmeno parlare dell’evidente conflitto d’interesse, né di unna maggioranza parlamentare asservita, però sono disgustato.
Io potrei non sapere cosa produce la Mondadori”, né conoscerne la proprietà, ma so soltanto che l’attuale governo Berlusconi ha approvato l’ennesima legge salva evasori (si pensava che dopo lo scudo di sarebbero vergognati … ma la faccia di tolla non arrossisce mai!), so che con poco più di 8,6 milioni, pari al 5% di quanto dovuto al fisco l’azienda ha lucrato, non ha rischiato niente, molto di più dei 173 milioni dovuti.
Certo, in un momento di crisi, appare giusto aiutare le aziende in sofferenza, ma che almeno abbiano una conduzione aziendale virtuosa e siano in regola col fisco.
Ma la proprietà, anche per i suoi interessi economici diversificati, produce ville e yacht per figli e nipoti. Così, mentre il Paese è alle prese con la crisi più grave del dopoguerra, mentre molte piccole e medie aziende chiudono, lasciando i dipendenti in mezzo ad una strada, mentre le tasse aumentano e il fisco fa la voce grossa con i contribuenti da busta paga, quando c’è, il governo si preoccupa del pacco dono alla Mondadori. Il governo del fare … fa, non gli interessi dei cittadini, ma della famiglia del Presidente del Consiglio. E lo può fare perché l’Italia è un Paese virtuoso la cui economia va a gonfie vele e Tremonti … meno male che Dio ce ne ha fatto dono.
La videoinformazione, quella che entra in tutte le case, e i giornali di famiglia all’unisono ci presentano un Paese da favola, senza problemi, con le autostrade intasate, da bollino nero, e i luoghi di villeggiatura stracolmi. Le aziende chiudono? È cattiva informazione! I disoccupati o i cassaintegrati aumentano? Ma dove, forse nei Paesi vicini!
I disoccupati, i giovani in cerca di primo impiego, i pensionati, per l’informazione asservita non esistono. Sono degli ectoplasmi,meglio non parlarne, specie ad Agosto. È più redditzio parlare di Fini e dei finiani, delle elezioni o del governo tecnico … tanto tra qualche giorno inizia il campionato di calcio, inizia il tifo, che volete importi ai … telespettatori della Mondadori, di Verdini della P3 o dei ministri e sottosegretari sotto inchiesta.
Viva Berlusconi e il suo governo, viva l’Italia dell’ottimismo senza base, viva l’Italia degli affaristi e dei furbetti, degli intrallazzatori e dei piduisti, viva lItalia degli evasori e dei corrotti, viva l’Italia degli imprenditori senza dignità e senza soldi, dei giornalisti prezzolati e degli organi di controllo asserviti, viva … viva … viva … viva …
È cosa giusta e buona che i lavoratori paghino le tasse e che i nuovi cittadini ne godano!
Meno male che Silvio c’è!
P.S.: mi sembra molto interessante la proposta di Vito Mancuso. Se fossi uno degli intellettuali citati mi schiererei al suo fianco, in una campagna di denuncia su quanto sta accadendo nel nostro Paese, che mortifica il diritto e la carta costituzionale.
Io, autore Mondadori
e lo scandalo "ad aziendam"
di VITO MANCUSO 21 agosto 2010 Repubblica.it
Da quando ho letto l'articolo di Massimo Giannini 1 giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un'azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell'etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un'azienda che non solo dell'etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?
Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l'onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull'handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri.
Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli uffici open-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici...), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l'auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un'editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.
Per questo il mio dubbio, dopo l'articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l'azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l'editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l'editrice in quanto tale non c'entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l'editrice c'entra, eccome se c'entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent'anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.
Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall'altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l'editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall'altro il dovere civico di contrastare un'inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l'attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall'articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico "ad aziendam", ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?
Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c'è che non va nell'articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano... Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all'Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi... Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori
Mondadori salvata dal Fisco
scandalo "ad aziendam" per il Cavaliere
La somma dovuta dall'azienda editoriale: 173 milioni, più imposte, interessi, indennità di mora e sanzioni. Una norma che si somma ai 36 provvedimenti "ad personam" fatti licenziare alle Camere dal premier. Segrate è difesa al meglio: i suoi interessi li cura lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel '91 non ancora ministro. Marina Berlusconi mette da parte 8,6 milioni, in attesa delle integrazioni al decreto. Che puntualmente arrivano
di MASSIMO GIANNINI 19 agosto 2010
Sotto i nostri occhi, distolti dalla Parentopoli privata di Gianfranco Fini usata come arma di distruzione politica e di distrazione di massa, sta passando uno scandalo pubblico che non stiamo vedendo. Questo scandalo si chiama Mondadori. Il colosso editoriale di Segrate - di cui il premier Berlusconi è "mero proprietario" e la figlia Marina è presidente - doveva al Fisco la bellezza di 400 miliardi di vecchie lire, per una controversia iniziata nel '91. Grazie al decreto numero 40, approvato dal governo il 25 marzo e convertito in legge il 22 maggio, potrà chiudere la maxi-vertenza pagando un mini-tributo: non i 350 milioni di euro previsti (tra mancati versamenti d'imposta, sanzioni e interessi) ma solo 8,6. E amici come prima.
Un "condono riservato". Meglio ancora, una legge "ad aziendam". Che si somma alle 36 leggi "ad personam" volute e fatte licenziare dalle Camere dal Cavaliere, in questi tumultuosi quindici anni di avventurismo politico. Repubblica ha già dato la notizia, in splendida solitudine, l'11 agosto scorso. Ma ora che il centrodestra discute di una "questione morale" al suo interno, ora che la propaganda di regime costruisce teoremi assolutori sul "così fan tutti" e la macchina del fango istruisce dossier avvelenati sulle compravendite immobiliari, è utile tornarci su. E raccontare fin dall'inizio la storia, che descrive meglio di ogni altra l'enormità del conflitto di interessi del premier, il micidiale intreccio tra funzioni pubbliche e affari privati, l'uso personale del potere esecutivo e l'abuso politico sul potere legislativo.
Il prologo: paura a Segrate
La vicenda inizia nel 1991, quando il marchio Mondadori, da poco entrato nell'orbita berlusconiana, decide di varare una vasta riorganizzazione nelle province dell'impero. Scatta una fusione infragruppo tra la stessa Arnoldo Mondadori Editore e la Arnoldo Mondadori Editore Finanziaria (Amef). Operazioni molto in voga, soprattutto all'epoca, per nascondere plusvalenze e pagare meno tasse. Il Fisco se ne accorge, scattano gli accertamenti, e le Finanze chiedono inizialmente 200 miliardi di imposte da versare. L'azienda ricorre e si apre il solito, lunghissimo contenzioso. Da allora, la Mondadori vince i due round iniziali, davanti alle Commissioni tributarie di primo e di secondo grado. È assistita al meglio: i suoi interessi fiscali li cura, in aula, lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel 1991 non ancora ministro delle Finanze (lo diventerà nel '94, con il primo governo Berlusconi). Nell'autunno del 2008 l'Agenzia delle Entrate presenta il suo ricorso in terzo grado, alla Cassazione. Nel frattempo la somma dovuta dall'azienda editoriale del presidente del Consiglio è lievitata: 173 milioni di euro di imposte dovute, alle quali si devono aggiungere gli interessi, le indennità di mora e le eventuali sanzioni. Il totale fa 350 milioni di euro, appunto.
Se la Suprema Corte accogliesse il ricorso, per Segrate sarebbe un salasso pesantissimo. Soprattutto in una fase di crisi drammatica per il mercato editoriale, affogato quanto e più di altri settori dalla "tempesta perfetta" dei mutui subprime che dal 2007 in poi sommerge l'economia del pianeta. Così, nel silenzio che aleggia sull'intera vicenda e nel circuito perverso del berlusconismo che lega la famiglia naturale alla famiglia politica, scatta un piano con le relative contromisure. Che non sono aziendali, secondo il principio del liberalismo classico: mi difendo "nel" mercato, e non "dal" mercato. Ma normative, secondo il principio del liberismo berlusconiano: se dal mercato non mi posso difendere, cambio le leggi. Un "metodo" collaudato, ormai, che anche sul fronte dell'economia (come avviene da anni su quello della giustizia) esige il "salto di qualità": chiamando in causa la politica, mobilitando il partito del premier, militarizzando il Parlamento. Un "metodo" che, nel caso specifico, si tradurrà in tre tentativi successivi di piegare l'ordinamento generale in funzione di un vantaggio particolare. I primi due falliranno. Il terzo centrerà l'obiettivo.
Il primo tentativo: il "pacchetto giustizia"
Siamo all'inverno 2008. Nessuno sa nulla, del braccio di ferro che vede impegnate la Mondadori e l'Amministrazione Finanziaria. Nel frattempo, il 13 aprile dello stesso anno il Cavaliere ha stravinto le elezioni, è di nuovo capo del governo, e Tremonti, da "difensore" del colosso di Segrate in veste di tributarista, è diventato "accusatore" del gruppo, in veste di ministro dell'Economia. Può scattare il primo tentativo. E nessuno si insospettisce, quando nel mese di dicembre un altro ministro del Berlusconi Terzo, il guardasigilli Angelino Alfano, presenta il suo corposo "pacchetto giustizia" nel quale, insieme al processo breve e alla nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche, compare anche la cosiddetta "definizione agevolata delle liti tributarie". Una norma stringatissima: prevede che nelle controversie fiscali nelle quali abbia avuto una sentenza favorevole, in primo e in secondo grado, il contribuente può estinguere la pendenza, senza aspettare l'eventuale pronuncia successiva in terzo grado (cioè la Cassazione) versando all'erario il 5% del dovuto. È un piccolo "colpo di spugna", senz'altro. Ma è l'ennesimo, e sembra rientrare nella logica delle sanatorie generalizzate, delle quali i governi di centrodestra sono da sempre paladini. In realtà, è esattamente il "condono riservato" che serve alla Mondadori.
L'operazione non riesce. Il treno del "pacchetto giustizia", che veicola la pillola avvelenata di quello che poi sarà ribattezzato il "Lodo Cassazione", non parte. La dura reazione del Quirinale, dei magistrati e dell'opposizione, sia sul processo breve che sulle intercettazioni, costringe Alfano allo stop. "Il pacchetto giustizia è rinviato al prossimo anno", dichiara il Guardasigilli alla vigilia di Natale. Così si blocca anche la "leggina" salva-Mondadori. Ma dietro le quinte, nei primi mesi del 2009, non si blocca il lavoro dell'inner circle del presidente del Consiglio. Il tempo stringe: la Cassazione ha già fissato l'udienza per il 28 ottobre 2009, di fronte alla sezione tributaria, per discutere della controversia fiscale tra l'Agenzia delle Entrate e l'azienda di Segrate. Così scatta il secondo tentativo. In autunno si discute alla Camera la Legge Finanziaria per il 2010. È il secondo "treno" in partenza, e per chi lavora a tutelare gli affari del premier è da prendere al volo.
Il secondo tentativo: la Finanziaria
Giusto alla vigilia dell'udienza davanti alla sezione tributaria della Suprema Corte, presieduta da un magistrato notoriamente inflessibile come Enrico Altieri, accadono due fatti. Il primo fatto accade al "Palazzaccio" di Piazza Cavour: il 27 ottobre il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone (che poi risulterà pesantemente coinvolto nello scandalo della cosiddetta P3) decide a sorpresa di togliere la causa Agenzia delle Entrate/Mondadori alla sezione tributaria, e di affidarla alle Sezioni Unite come richiesto dagli avvocati di Segrate, con l'ovvio slittamento dei tempi in cui verrà discussa. Il secondo fatto accade a Montecitorio: il 29 ottobre, in piena notte, il presidente della Commissione Bilancio Antonio Azzolini, ovviamente del Pdl, trasmette alla Camera il testo di due emendamenti alla Finanziaria. Il primo innalza da 75 a 78 anni l'età di pensionamento per i magistrati della Cassazione (Carbone, il presidente che due giorni prima ha deciso di attribuire la causa Mondadori alle Sezioni Unite, sta per compiere proprio 75 anni, e quindi dovrebbe lasciare il servizio di lì a poco). Il secondo riproduce testualmente la "definizione agevolata delle liti tributarie" già prevista un anno prima dal "pacchetto giustizia" di Alfano. È di nuovo la legge "ad aziendam", che stavolta, con la corsia preferenziale della manovra economica, non può non arrivare al traguardo.
Ma anche questo secondo tentativo fallisce. Stavolta, a bloccarlo, è Gianfranco Fini. La mattina del 30 ottobre, cioè poche ore dopo il blitz notturno di Azzolini, il relatore alla Finanziaria Maurizio Sala (ex An) avverte il presidente della Camera: "Leggiti questo emendamento che consente a chi è in causa con il Fisco e ha avuto ragione in primo e in secondo grado di evitare la Cassazione pagando un obolo del 5%: c'è del marcio in Danimarca...". Fini legge, e capisce tutto. È l'emendamento salva-Mondadori, con la manovra non c'entra nulla, e non può passare. La norma salta ancora una volta. E non a caso, proprio in quella fase, cominciano a crescere le tensioni politiche tra Berlusconi e Fini, che due anni dopo porteranno alla rottura. Ma crescono anche le preoccupazioni di Marina sull'andamento dei conti di Segrate. Per questo il premier e i suoi uomini non demordono, e di lì a poco tornano all'attacco. Scatta il terzo tentativo. Siamo ai primi mesi del 2010, e sui binari di Palazzo Chigi c'è un terzo "treno" pronto a partire. Il 25 marzo il governo vara il decreto legge numero 40. È il cosiddetto "decreto incentivi", un provvedimento monstre, dove l'esecutivo infila di tutto. Durante l'iter di conversione, il Parlamento completa l'opera. Il 28 aprile, ancora una volta durante una seduta notturna, un altro parlamentare del Pdl, Alessandro Pagano, ripete il blitz, e ripresenta un emendamento con la norma salva-Mondadori.
Il terzo tentativo: il "decreto incentivi"
Stavolta, finalmente, l'operazione riesce. Il 22 maggio le Camere convertono definitivamente il decreto. All'articolo 3, relativo alla "rapida definizione delle controversie tributarie pendenti da oltre 10 anni e per le quali l'Amministrazione Finanziaria è risultata soccombente nei primi due gradi di giudizio", il comma 2 bis traduce in legge la norma "ad aziendam": "Il contribuente può estinguere la controversia pagando un importo pari al 5% del suo valore (riferito alle sole imposte oggetto di contestazione, in primo grado, senza tener conto degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni)". E pazienza se il presidente della Repubblica Napolitano, poco dopo, sul "decreto incentivi" invia alle Camere un messaggio per esprimere "dubbi in ordine alla sussistenza dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza, per alcune nuove disposizioni introdotte, con emendamento, nel corso del dibattito parlamentare". E pazienza se la critica del Quirinale riguarda proprio quell'articolo 3, comma 2 bis. Ormai il gioco è fatto. Il colosso editoriale di proprietà del presidente del Consiglio è sostanzialmente salvo. Per consentire alla Mondadori di chiudere definitivamente i conti con il Fisco manca ancora un banale dettaglio, che rende necessario un ultimo passaggio parlamentare. Il decreto 40 non ha precisato che, per considerare concluso a tutti gli effetti il contenzioso, occorre la certificazione da parte dell'Amministrazione Finanziaria.
Per questo, nel bilancio semestrale 2010 del gruppo di Segrate, presentato il 30 giugno scorso, Marina Berlusconi fa accantonare "8.653 migliaia di euro relativi al versamento dell'importo previsto dal decreto legge 25 marzo 2010, numero 40" sulla "chiusura delle liti pendenti", e fa scrivere, a pagina 61, al capitolo "Altre attività correnti": "Pur nella convinzione della correttezza del proprio operato, e con l'obiettivo di non esporre la società a una situazione di incertezza ulteriore, sono state attuate le attività preparatorie rispetto al procedimento sopra richiamato. In particolare si è proceduto all'effettuazione del versamento sopra richiamato. Nelle more della definizione del quadro normativo, a fronte dell'introduzione di specifiche attestazioni da parte dell'Amministrazione Finanziaria previste nelle ultime modifiche al decreto, e tenuto anche conto del fatto che gli atti necessari per il perfezionamento del procedimento e l'acquisizione dei relativi effetti non sono stati ancora completati, la società ha ritenuto di iscrivere l'importo anticipato nella posta in esame...". Ricapitolando: la Mondadori mette da parte poco più di 8,6 milioni di euro, cioè il 5% dei 173 che avrebbe dovuto al Fisco (al netto di sanzioni e interessi), in attesa di considerare perfezionato il versamento al Fisco in base alle ultime integrazioni al decreto che saranno effettuate in Parlamento. E le integrazioni arrivano puntuali, alla Camera, il 7 luglio: nella manovra 2011 il relatore Antonio Azzolini (ancora lui) inserisce l'emendamento finale: "L'avvenuto pagamento estingue il giudizio a seguito dell'attestazione degli uffici dell'Amministrazione Finanziaria comprovanti la regolarità dell'istanza e il pagamento integrale di quanto dovuto". Ci siamo: ora il "delitto" è davvero perfetto. La Mondadori può pagare pochi spiccioli, e chiudere in gloria e per sempre la guerra con l'Erario, che a sua volta gliene da atto rilasciandogli regolare "quietanza".
L'epilogo: una nazione "ad personam"?
Sembra un romanzaccio di fanta-finanza o di fanta-politica. È invece la pura e semplice cronaca di un pasticciaccio di regime. Nel quale tutto è vero, tutto torna e tutto si tiene. Stavolta Berlusconi non può dire "non mi occupo degli affari delle mie aziende": non è forse vero che il 3 dicembre 2009 (come riportato testualmente dalle intercettazioni dell'inchiesta di Trani) nel pieno del secondo tentativo di far passare la legge "ad aziendam" dice al telefono al commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi "è una cosa pazzesca, ho il fisco che mi chiede 900 milioni... De Benedetti che me li chiede ma ha già avuto una sentenza a favore, 750 milioni, pensa te, e mia moglie che mi chiede 90 miliardi delle vecchie lire all'anno... sono messo bene, no?". Stavolta Berlusconi non può dire che Carboni, Martino e Lombardi sono solo "quattro sfigati in pensione": non è forse vero che nelle 15 mila pagine dell'inchiesta delle procure sulla cosiddetta P3 la parola "Mondadori" ricorre 430 volte (insieme alle 27 in cui si ripete la parola "Cesare") e che nella frenetica attività della rete criminale creata per condizionare i magistrati nell'interesse del premier sono finiti sia il presidente della Cassazione Carbone (cui come abbiamo visto spettava il compito di dirottare alle Sezioni Unite la vertenza Mondadori-Agenzia delle Entrate) sia il presidente dell'Avvocatura dello Stato Oscar Fiumara (cui competeva il necessario via libera a quel "dirottamento"?).
È tutto agli atti. Una sola domanda: di fronte a un simile sfregio delle norme del diritto, un simile spregio dei principi del mercato e un simile spreco di denaro pubblico, ci si chiede come possano tacere le istituzioni, le forze politiche, le Confindustrie, gli organi di informazione. Possibile che "ad personam", o "ad aziendam", sia ormai diventata un'intera nazione?
m.giannini@repubblica. It
Io potrei non sapere cosa produce la Mondadori”, né conoscerne la proprietà, ma so soltanto che l’attuale governo Berlusconi ha approvato l’ennesima legge salva evasori (si pensava che dopo lo scudo di sarebbero vergognati … ma la faccia di tolla non arrossisce mai!), so che con poco più di 8,6 milioni, pari al 5% di quanto dovuto al fisco l’azienda ha lucrato, non ha rischiato niente, molto di più dei 173 milioni dovuti.
Certo, in un momento di crisi, appare giusto aiutare le aziende in sofferenza, ma che almeno abbiano una conduzione aziendale virtuosa e siano in regola col fisco.
Ma la proprietà, anche per i suoi interessi economici diversificati, produce ville e yacht per figli e nipoti. Così, mentre il Paese è alle prese con la crisi più grave del dopoguerra, mentre molte piccole e medie aziende chiudono, lasciando i dipendenti in mezzo ad una strada, mentre le tasse aumentano e il fisco fa la voce grossa con i contribuenti da busta paga, quando c’è, il governo si preoccupa del pacco dono alla Mondadori. Il governo del fare … fa, non gli interessi dei cittadini, ma della famiglia del Presidente del Consiglio. E lo può fare perché l’Italia è un Paese virtuoso la cui economia va a gonfie vele e Tremonti … meno male che Dio ce ne ha fatto dono.
La videoinformazione, quella che entra in tutte le case, e i giornali di famiglia all’unisono ci presentano un Paese da favola, senza problemi, con le autostrade intasate, da bollino nero, e i luoghi di villeggiatura stracolmi. Le aziende chiudono? È cattiva informazione! I disoccupati o i cassaintegrati aumentano? Ma dove, forse nei Paesi vicini!
I disoccupati, i giovani in cerca di primo impiego, i pensionati, per l’informazione asservita non esistono. Sono degli ectoplasmi,meglio non parlarne, specie ad Agosto. È più redditzio parlare di Fini e dei finiani, delle elezioni o del governo tecnico … tanto tra qualche giorno inizia il campionato di calcio, inizia il tifo, che volete importi ai … telespettatori della Mondadori, di Verdini della P3 o dei ministri e sottosegretari sotto inchiesta.
Viva Berlusconi e il suo governo, viva l’Italia dell’ottimismo senza base, viva l’Italia degli affaristi e dei furbetti, degli intrallazzatori e dei piduisti, viva lItalia degli evasori e dei corrotti, viva l’Italia degli imprenditori senza dignità e senza soldi, dei giornalisti prezzolati e degli organi di controllo asserviti, viva … viva … viva … viva …
È cosa giusta e buona che i lavoratori paghino le tasse e che i nuovi cittadini ne godano!
Meno male che Silvio c’è!
P.S.: mi sembra molto interessante la proposta di Vito Mancuso. Se fossi uno degli intellettuali citati mi schiererei al suo fianco, in una campagna di denuncia su quanto sta accadendo nel nostro Paese, che mortifica il diritto e la carta costituzionale.
Io, autore Mondadori
e lo scandalo "ad aziendam"
di VITO MANCUSO 21 agosto 2010 Repubblica.it
Da quando ho letto l'articolo di Massimo Giannini 1 giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un'azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell'etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un'azienda che non solo dell'etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?
Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l'onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull'handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri.
Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli uffici open-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici...), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l'auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un'editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.
Per questo il mio dubbio, dopo l'articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l'azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l'editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l'editrice in quanto tale non c'entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l'editrice c'entra, eccome se c'entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent'anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.
Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall'altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l'editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall'altro il dovere civico di contrastare un'inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l'attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall'articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico "ad aziendam", ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?
Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c'è che non va nell'articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano... Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all'Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi... Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori
Mondadori salvata dal Fisco
scandalo "ad aziendam" per il Cavaliere
La somma dovuta dall'azienda editoriale: 173 milioni, più imposte, interessi, indennità di mora e sanzioni. Una norma che si somma ai 36 provvedimenti "ad personam" fatti licenziare alle Camere dal premier. Segrate è difesa al meglio: i suoi interessi li cura lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel '91 non ancora ministro. Marina Berlusconi mette da parte 8,6 milioni, in attesa delle integrazioni al decreto. Che puntualmente arrivano
di MASSIMO GIANNINI 19 agosto 2010
Sotto i nostri occhi, distolti dalla Parentopoli privata di Gianfranco Fini usata come arma di distruzione politica e di distrazione di massa, sta passando uno scandalo pubblico che non stiamo vedendo. Questo scandalo si chiama Mondadori. Il colosso editoriale di Segrate - di cui il premier Berlusconi è "mero proprietario" e la figlia Marina è presidente - doveva al Fisco la bellezza di 400 miliardi di vecchie lire, per una controversia iniziata nel '91. Grazie al decreto numero 40, approvato dal governo il 25 marzo e convertito in legge il 22 maggio, potrà chiudere la maxi-vertenza pagando un mini-tributo: non i 350 milioni di euro previsti (tra mancati versamenti d'imposta, sanzioni e interessi) ma solo 8,6. E amici come prima.
Un "condono riservato". Meglio ancora, una legge "ad aziendam". Che si somma alle 36 leggi "ad personam" volute e fatte licenziare dalle Camere dal Cavaliere, in questi tumultuosi quindici anni di avventurismo politico. Repubblica ha già dato la notizia, in splendida solitudine, l'11 agosto scorso. Ma ora che il centrodestra discute di una "questione morale" al suo interno, ora che la propaganda di regime costruisce teoremi assolutori sul "così fan tutti" e la macchina del fango istruisce dossier avvelenati sulle compravendite immobiliari, è utile tornarci su. E raccontare fin dall'inizio la storia, che descrive meglio di ogni altra l'enormità del conflitto di interessi del premier, il micidiale intreccio tra funzioni pubbliche e affari privati, l'uso personale del potere esecutivo e l'abuso politico sul potere legislativo.
Il prologo: paura a Segrate
La vicenda inizia nel 1991, quando il marchio Mondadori, da poco entrato nell'orbita berlusconiana, decide di varare una vasta riorganizzazione nelle province dell'impero. Scatta una fusione infragruppo tra la stessa Arnoldo Mondadori Editore e la Arnoldo Mondadori Editore Finanziaria (Amef). Operazioni molto in voga, soprattutto all'epoca, per nascondere plusvalenze e pagare meno tasse. Il Fisco se ne accorge, scattano gli accertamenti, e le Finanze chiedono inizialmente 200 miliardi di imposte da versare. L'azienda ricorre e si apre il solito, lunghissimo contenzioso. Da allora, la Mondadori vince i due round iniziali, davanti alle Commissioni tributarie di primo e di secondo grado. È assistita al meglio: i suoi interessi fiscali li cura, in aula, lo studio tributario di Giulio Tremonti, nel 1991 non ancora ministro delle Finanze (lo diventerà nel '94, con il primo governo Berlusconi). Nell'autunno del 2008 l'Agenzia delle Entrate presenta il suo ricorso in terzo grado, alla Cassazione. Nel frattempo la somma dovuta dall'azienda editoriale del presidente del Consiglio è lievitata: 173 milioni di euro di imposte dovute, alle quali si devono aggiungere gli interessi, le indennità di mora e le eventuali sanzioni. Il totale fa 350 milioni di euro, appunto.
Se la Suprema Corte accogliesse il ricorso, per Segrate sarebbe un salasso pesantissimo. Soprattutto in una fase di crisi drammatica per il mercato editoriale, affogato quanto e più di altri settori dalla "tempesta perfetta" dei mutui subprime che dal 2007 in poi sommerge l'economia del pianeta. Così, nel silenzio che aleggia sull'intera vicenda e nel circuito perverso del berlusconismo che lega la famiglia naturale alla famiglia politica, scatta un piano con le relative contromisure. Che non sono aziendali, secondo il principio del liberalismo classico: mi difendo "nel" mercato, e non "dal" mercato. Ma normative, secondo il principio del liberismo berlusconiano: se dal mercato non mi posso difendere, cambio le leggi. Un "metodo" collaudato, ormai, che anche sul fronte dell'economia (come avviene da anni su quello della giustizia) esige il "salto di qualità": chiamando in causa la politica, mobilitando il partito del premier, militarizzando il Parlamento. Un "metodo" che, nel caso specifico, si tradurrà in tre tentativi successivi di piegare l'ordinamento generale in funzione di un vantaggio particolare. I primi due falliranno. Il terzo centrerà l'obiettivo.
Il primo tentativo: il "pacchetto giustizia"
Siamo all'inverno 2008. Nessuno sa nulla, del braccio di ferro che vede impegnate la Mondadori e l'Amministrazione Finanziaria. Nel frattempo, il 13 aprile dello stesso anno il Cavaliere ha stravinto le elezioni, è di nuovo capo del governo, e Tremonti, da "difensore" del colosso di Segrate in veste di tributarista, è diventato "accusatore" del gruppo, in veste di ministro dell'Economia. Può scattare il primo tentativo. E nessuno si insospettisce, quando nel mese di dicembre un altro ministro del Berlusconi Terzo, il guardasigilli Angelino Alfano, presenta il suo corposo "pacchetto giustizia" nel quale, insieme al processo breve e alla nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche, compare anche la cosiddetta "definizione agevolata delle liti tributarie". Una norma stringatissima: prevede che nelle controversie fiscali nelle quali abbia avuto una sentenza favorevole, in primo e in secondo grado, il contribuente può estinguere la pendenza, senza aspettare l'eventuale pronuncia successiva in terzo grado (cioè la Cassazione) versando all'erario il 5% del dovuto. È un piccolo "colpo di spugna", senz'altro. Ma è l'ennesimo, e sembra rientrare nella logica delle sanatorie generalizzate, delle quali i governi di centrodestra sono da sempre paladini. In realtà, è esattamente il "condono riservato" che serve alla Mondadori.
L'operazione non riesce. Il treno del "pacchetto giustizia", che veicola la pillola avvelenata di quello che poi sarà ribattezzato il "Lodo Cassazione", non parte. La dura reazione del Quirinale, dei magistrati e dell'opposizione, sia sul processo breve che sulle intercettazioni, costringe Alfano allo stop. "Il pacchetto giustizia è rinviato al prossimo anno", dichiara il Guardasigilli alla vigilia di Natale. Così si blocca anche la "leggina" salva-Mondadori. Ma dietro le quinte, nei primi mesi del 2009, non si blocca il lavoro dell'inner circle del presidente del Consiglio. Il tempo stringe: la Cassazione ha già fissato l'udienza per il 28 ottobre 2009, di fronte alla sezione tributaria, per discutere della controversia fiscale tra l'Agenzia delle Entrate e l'azienda di Segrate. Così scatta il secondo tentativo. In autunno si discute alla Camera la Legge Finanziaria per il 2010. È il secondo "treno" in partenza, e per chi lavora a tutelare gli affari del premier è da prendere al volo.
Il secondo tentativo: la Finanziaria
Giusto alla vigilia dell'udienza davanti alla sezione tributaria della Suprema Corte, presieduta da un magistrato notoriamente inflessibile come Enrico Altieri, accadono due fatti. Il primo fatto accade al "Palazzaccio" di Piazza Cavour: il 27 ottobre il presidente della Cassazione Vincenzo Carbone (che poi risulterà pesantemente coinvolto nello scandalo della cosiddetta P3) decide a sorpresa di togliere la causa Agenzia delle Entrate/Mondadori alla sezione tributaria, e di affidarla alle Sezioni Unite come richiesto dagli avvocati di Segrate, con l'ovvio slittamento dei tempi in cui verrà discussa. Il secondo fatto accade a Montecitorio: il 29 ottobre, in piena notte, il presidente della Commissione Bilancio Antonio Azzolini, ovviamente del Pdl, trasmette alla Camera il testo di due emendamenti alla Finanziaria. Il primo innalza da 75 a 78 anni l'età di pensionamento per i magistrati della Cassazione (Carbone, il presidente che due giorni prima ha deciso di attribuire la causa Mondadori alle Sezioni Unite, sta per compiere proprio 75 anni, e quindi dovrebbe lasciare il servizio di lì a poco). Il secondo riproduce testualmente la "definizione agevolata delle liti tributarie" già prevista un anno prima dal "pacchetto giustizia" di Alfano. È di nuovo la legge "ad aziendam", che stavolta, con la corsia preferenziale della manovra economica, non può non arrivare al traguardo.
Ma anche questo secondo tentativo fallisce. Stavolta, a bloccarlo, è Gianfranco Fini. La mattina del 30 ottobre, cioè poche ore dopo il blitz notturno di Azzolini, il relatore alla Finanziaria Maurizio Sala (ex An) avverte il presidente della Camera: "Leggiti questo emendamento che consente a chi è in causa con il Fisco e ha avuto ragione in primo e in secondo grado di evitare la Cassazione pagando un obolo del 5%: c'è del marcio in Danimarca...". Fini legge, e capisce tutto. È l'emendamento salva-Mondadori, con la manovra non c'entra nulla, e non può passare. La norma salta ancora una volta. E non a caso, proprio in quella fase, cominciano a crescere le tensioni politiche tra Berlusconi e Fini, che due anni dopo porteranno alla rottura. Ma crescono anche le preoccupazioni di Marina sull'andamento dei conti di Segrate. Per questo il premier e i suoi uomini non demordono, e di lì a poco tornano all'attacco. Scatta il terzo tentativo. Siamo ai primi mesi del 2010, e sui binari di Palazzo Chigi c'è un terzo "treno" pronto a partire. Il 25 marzo il governo vara il decreto legge numero 40. È il cosiddetto "decreto incentivi", un provvedimento monstre, dove l'esecutivo infila di tutto. Durante l'iter di conversione, il Parlamento completa l'opera. Il 28 aprile, ancora una volta durante una seduta notturna, un altro parlamentare del Pdl, Alessandro Pagano, ripete il blitz, e ripresenta un emendamento con la norma salva-Mondadori.
Il terzo tentativo: il "decreto incentivi"
Stavolta, finalmente, l'operazione riesce. Il 22 maggio le Camere convertono definitivamente il decreto. All'articolo 3, relativo alla "rapida definizione delle controversie tributarie pendenti da oltre 10 anni e per le quali l'Amministrazione Finanziaria è risultata soccombente nei primi due gradi di giudizio", il comma 2 bis traduce in legge la norma "ad aziendam": "Il contribuente può estinguere la controversia pagando un importo pari al 5% del suo valore (riferito alle sole imposte oggetto di contestazione, in primo grado, senza tener conto degli interessi, delle indennità di mora e delle eventuali sanzioni)". E pazienza se il presidente della Repubblica Napolitano, poco dopo, sul "decreto incentivi" invia alle Camere un messaggio per esprimere "dubbi in ordine alla sussistenza dei presupposti di straordinaria necessità ed urgenza, per alcune nuove disposizioni introdotte, con emendamento, nel corso del dibattito parlamentare". E pazienza se la critica del Quirinale riguarda proprio quell'articolo 3, comma 2 bis. Ormai il gioco è fatto. Il colosso editoriale di proprietà del presidente del Consiglio è sostanzialmente salvo. Per consentire alla Mondadori di chiudere definitivamente i conti con il Fisco manca ancora un banale dettaglio, che rende necessario un ultimo passaggio parlamentare. Il decreto 40 non ha precisato che, per considerare concluso a tutti gli effetti il contenzioso, occorre la certificazione da parte dell'Amministrazione Finanziaria.
Per questo, nel bilancio semestrale 2010 del gruppo di Segrate, presentato il 30 giugno scorso, Marina Berlusconi fa accantonare "8.653 migliaia di euro relativi al versamento dell'importo previsto dal decreto legge 25 marzo 2010, numero 40" sulla "chiusura delle liti pendenti", e fa scrivere, a pagina 61, al capitolo "Altre attività correnti": "Pur nella convinzione della correttezza del proprio operato, e con l'obiettivo di non esporre la società a una situazione di incertezza ulteriore, sono state attuate le attività preparatorie rispetto al procedimento sopra richiamato. In particolare si è proceduto all'effettuazione del versamento sopra richiamato. Nelle more della definizione del quadro normativo, a fronte dell'introduzione di specifiche attestazioni da parte dell'Amministrazione Finanziaria previste nelle ultime modifiche al decreto, e tenuto anche conto del fatto che gli atti necessari per il perfezionamento del procedimento e l'acquisizione dei relativi effetti non sono stati ancora completati, la società ha ritenuto di iscrivere l'importo anticipato nella posta in esame...". Ricapitolando: la Mondadori mette da parte poco più di 8,6 milioni di euro, cioè il 5% dei 173 che avrebbe dovuto al Fisco (al netto di sanzioni e interessi), in attesa di considerare perfezionato il versamento al Fisco in base alle ultime integrazioni al decreto che saranno effettuate in Parlamento. E le integrazioni arrivano puntuali, alla Camera, il 7 luglio: nella manovra 2011 il relatore Antonio Azzolini (ancora lui) inserisce l'emendamento finale: "L'avvenuto pagamento estingue il giudizio a seguito dell'attestazione degli uffici dell'Amministrazione Finanziaria comprovanti la regolarità dell'istanza e il pagamento integrale di quanto dovuto". Ci siamo: ora il "delitto" è davvero perfetto. La Mondadori può pagare pochi spiccioli, e chiudere in gloria e per sempre la guerra con l'Erario, che a sua volta gliene da atto rilasciandogli regolare "quietanza".
L'epilogo: una nazione "ad personam"?
Sembra un romanzaccio di fanta-finanza o di fanta-politica. È invece la pura e semplice cronaca di un pasticciaccio di regime. Nel quale tutto è vero, tutto torna e tutto si tiene. Stavolta Berlusconi non può dire "non mi occupo degli affari delle mie aziende": non è forse vero che il 3 dicembre 2009 (come riportato testualmente dalle intercettazioni dell'inchiesta di Trani) nel pieno del secondo tentativo di far passare la legge "ad aziendam" dice al telefono al commissario dell'Agcom Giancarlo Innocenzi "è una cosa pazzesca, ho il fisco che mi chiede 900 milioni... De Benedetti che me li chiede ma ha già avuto una sentenza a favore, 750 milioni, pensa te, e mia moglie che mi chiede 90 miliardi delle vecchie lire all'anno... sono messo bene, no?". Stavolta Berlusconi non può dire che Carboni, Martino e Lombardi sono solo "quattro sfigati in pensione": non è forse vero che nelle 15 mila pagine dell'inchiesta delle procure sulla cosiddetta P3 la parola "Mondadori" ricorre 430 volte (insieme alle 27 in cui si ripete la parola "Cesare") e che nella frenetica attività della rete criminale creata per condizionare i magistrati nell'interesse del premier sono finiti sia il presidente della Cassazione Carbone (cui come abbiamo visto spettava il compito di dirottare alle Sezioni Unite la vertenza Mondadori-Agenzia delle Entrate) sia il presidente dell'Avvocatura dello Stato Oscar Fiumara (cui competeva il necessario via libera a quel "dirottamento"?).
È tutto agli atti. Una sola domanda: di fronte a un simile sfregio delle norme del diritto, un simile spregio dei principi del mercato e un simile spreco di denaro pubblico, ci si chiede come possano tacere le istituzioni, le forze politiche, le Confindustrie, gli organi di informazione. Possibile che "ad personam", o "ad aziendam", sia ormai diventata un'intera nazione?
m.giannini@repubblica. It
14 agosto 2010
Chissà cosa può succedere a don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana
12-08-2010 di Ippolito Mauri
Avevamo immaginato che nel cuore delle vacanze la scrittura potesse inventare realtà diverse dalla politica avvelenata che sfinisce le nostre speranze. Ecco i racconti di viaggio di chi sta viaggiando non pensando al ritorno. Ci siamo illusi di liberare la fantasia allontanando, per un attimo, i problemi della realtà perché la vacanza è una dimensione dello spirito: di chi guarda e racconta e di chi ascolta, aspettando. Insomma, un ferragosto così. Ma ecco che il grande corruttore, i suoi giornali e le sue tv, mobilitano le piazze, raccolgono firme contro l’avversario interno del libero partito, colpevole di una colpa privata. Non ha rubato soldi di stato. Non ha truffato la comunità distribuendo appalti agli amici. Non ha sovrapposto l’egoismo delle aziende (che non ha) agli interessi degli elettori. È protagonista di una storia opaca che ne avvilisce l’immagine, ma è una storia privata, estranea alle storie nere di chi ha corrotto il paese. Per non arrendersi ai numeri del Parlamento, il padrino-padrone fa strisciare un colpo di stato al momento sotterraneo, ricatto nelle mani di giornalisti-killer e politici dalla cortigianeria ben renumerata. Raccontare terre lontane quando la terra vicina è in fiamme è il paradosso di questa vacanza paradossale. La serenità del mare e della montagna o delle città vuote per chi non può partire, è la felicità a ore di un futuro prossimo minacciato da chi non ha ormai futuro politico ed è spaventatissimo del possibile futuro giudiziario. Nodi dopo anni al pettine e gioca la carte della disperazione che è anche la disperazione dei «collaborazionisti» che lo aiutano a galleggiare.
L’informazione normale subito la prima vittima. Racconta Mario Giordano, direttore de Il Giornale, costretto alle dimissioni per far posto a Vittorio Feltri; racconta del disgusto nello sfogliare dossier killer, più o meno veri, che mani neanche tanto misteriose (lui sa quali mani) facevano arrivare sul suo tavolo. Storie private da ingigantire, piccoli peccati da far scoppiare; insomma, pistole puntate su obbedienti tiepidi davanti ai dogmi del padrone unico del partito unico. Fare il giornalista vuol dire testimoniare la realtà non esasperarla nella falsificazione per gli ordini di qualcuno. Ecco perché chi racconta che il re é nudo e il re non vuol farlo sapere, può finire male.
Sono sicuro che don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, non nasconda altre vite nei cassetti, ma la minaccia resta. Spiegare da un pulpito trasparente che la «concezione padronale dello Stato ha ridotto ministri e politici a “servitori”. Semplici esecutori dei voleri del capo. Quali che siano. Poco importa che il paese vada allo sfascio. Non si ammettono repliche al pensiero unico. Guai a chi osa sfiorare il potere assoluto»; spiegare che i cortigiani esaltano lo splendore degli abiti di un sovrano che non li indossa; insomma, mentire ed essere smascherati da un prete che fa il giornalista, diventa insopportabile per il signore degli anelli. Ecco la rabbia di chi lo protegge incollato alla sua poltrona. Come è successo al povero direttore dell’Avvenire, si possono inventare tante cose e poi chiedere scusa, appena diventa impossibile andare avanti con l’imbroglio. Ma il risultato è quello sperato: fargli perdere il posto mentre la minaccia mafiosa lampeggia nell’aria: chi tocca il capo muore. Don Sciortino deve fare l’esame di coscienza: se ha dimenticato di pagare una multa, la paghi. Non si sa mai. Nel Brasile anni ’70, la dittatura militare nascondeva la violenza dietro il paravento del «Dio, patria e famiglia», che nelle abitudini di leader politici cattolici italiani può essere moltiplicato in tante «famiglie». E quando vescovi e preti del Brasile non sopportavano l’imbroglio finivano in galera con l’aiuto o il silenzio di giornali e tv, editori compiacenti dalla fede milionaria. Coyotes in doppiopetto, ma coyote senza incarichi politici. Il dramma Italia è questa differenza.
Un’estate fa, il ritorno di Feltri nel Giornale inventato da Montanelli doveva far capire cosa stava per succedere. Era rientrato nelle grazie del Cavaliere sbattendo sulla prima pagina di ‘Libero’ i seni nudi di Veronica Lario, signora Berlusconi, madre di tre ragazzi Berlusconi, moglie avvilita che raccomanda al marito di smetterla con le ragazze più giovani delle figlie. Fulmineo il soccorso di Feltri: signora desnuda: “Veronica velina pentita”. E il difensore della famiglia e dell’Italia cristiana capisce di aver bisogno di un tipo così. Non vuol tornare ai dolori del giovane Berlusconi primo ministro, Bossi che gli dà del mafioso in Parlamento e lo fa cadere. Chi attraversa la sua strada deve sapere cosa lo aspetta.
Prende forma l’operazione giornalisti Kgb. Qualche giorno fa, quando il governo si ferma a 299 voti, lontano dai 316 necessari alla maggioranza, Il Giornale di Feltri e Sallusti ha già in canna la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta pagina dedicate al Fini traditore con casa sospetta a Montecarlo. L’agonia dell’egemonia di Arcore si nasconde attorno a pagina 9. Giornali e tv, Mediaset e fedeli Rai, non molleranno fino a quando Fini si nasconderà a Canossa. L’altro giornalista Kgb è il Belpietro ridens, devoto a Berlusconi nell’inventare lo scandalo Telekom Serbia nel quale ha coinvolto Prodi, Fassino e i protagonisti scomodi della sinistra. Per tre mesi, ogni mattina, Il Gionale-Belpietro pubblicava dossier giurati da un testimone finito in galera per simulazione: imbroglio gigantesco che ha avvilito la dignità di una commissione parlamentare. All’improvviso ogni notizia scompare. Chissà cos’hanno pensato i lettori.
Feltri aveva lasciato Il Giornale nel 1997 sbattendo la porta “quando ho capito che la famiglia Berlusconi aveva bisogno di un foglio di partito. È un mestiere che non so fare. Impossibile mettermi al servizio di qualcuno diverso dai lettori. Metà Forza Italia mi odiava. A Silvio stavo sulle palle perché una volta lo difendo e una volta lo punzecchio. Ma se il Giornale non andava male una ragione ci sarà e ne ho tenuto conto nella parcella”. Soldi, soldi. In realtà è andato via per aver ammesso sulle carte bollate che le inchieste che infangavano Di Pietro erano inventate di sana pianta. Confessione in prima pagina, campagna berlusconiana sbriciolata. Disinvoltura che lo accompagna da una poltrona all’altra. Quando era direttore dell’Indipendente esaltava quel Di Pietro che subito copre d’infamia appena arriva la chiamata di Berlusconi. Scriveva sull’Indipendente, anni Mani Pulite: “Ammesso che un magistrato abbia sbagliato, ecceduto, ciò non deve autorizzare i ladri e i tifosi dei ladri, gli avvoltoi del garantismo, a gettare anche la più piccola ombra sulla lodevole e non sufficientemente apprezzata attività di Borrelli e Di Pietro…Di Pietro non si è lasciato condizionare da critiche e minacce di mezzo mondo (diciamo dal regime del quale l’appesantito Bettino è campione suonato). Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui grandi giornali. Craxi ha commesso l’errore di spacciare i compagni suicidi come vittime di un complotto antisocialista. È una menzogna, onorevole”. Con quale imbarazzo può adesso guidare l’ammiraglia di Berlusconi con Stefania Craxi pilastro del governo? Tranquilli: un professionista così non trema mai. E non si imbarazza se Chiara Moroni, figlia del suicida di Craxi, con ingratitudine eroica, esce dalla file del partito della libertà «dove non si può aprire bocca» per cercare la libertà nelle truppe finiane. Il Giornale si indigna. Ed è solo l’inizio dell’Italia che ritroveremo dopo viaggi, racconti, vacanze. Se Chiara resiste sulla barricata può venir fuori di tutto. Vero o falso, cosa importa. Il mostro in prima pagina funziona sempre.
Ecco perché don Antonio Sciortino dovrebbe misurare le parole. Non sa com’è pericoloso ripetere che «se qualcosa è bianco dirò sempre bianco» e che non «mi arrampicherò sugli specchi per dimostrare che, guardando meglio, è grigio se non addirittura nero. Perché così vuole il capo. E così i servili replicanti devono ripetere». Gli agenti Betulla sono forse già al lavoro. Dalla vita di don Antonio ai bilanci delle Edizioni San Paolo, il linciaggio non può attendere. Auguri.
tratto da "domani"/arcoiris.tv
12-08-2010 di Ippolito Mauri
Avevamo immaginato che nel cuore delle vacanze la scrittura potesse inventare realtà diverse dalla politica avvelenata che sfinisce le nostre speranze. Ecco i racconti di viaggio di chi sta viaggiando non pensando al ritorno. Ci siamo illusi di liberare la fantasia allontanando, per un attimo, i problemi della realtà perché la vacanza è una dimensione dello spirito: di chi guarda e racconta e di chi ascolta, aspettando. Insomma, un ferragosto così. Ma ecco che il grande corruttore, i suoi giornali e le sue tv, mobilitano le piazze, raccolgono firme contro l’avversario interno del libero partito, colpevole di una colpa privata. Non ha rubato soldi di stato. Non ha truffato la comunità distribuendo appalti agli amici. Non ha sovrapposto l’egoismo delle aziende (che non ha) agli interessi degli elettori. È protagonista di una storia opaca che ne avvilisce l’immagine, ma è una storia privata, estranea alle storie nere di chi ha corrotto il paese. Per non arrendersi ai numeri del Parlamento, il padrino-padrone fa strisciare un colpo di stato al momento sotterraneo, ricatto nelle mani di giornalisti-killer e politici dalla cortigianeria ben renumerata. Raccontare terre lontane quando la terra vicina è in fiamme è il paradosso di questa vacanza paradossale. La serenità del mare e della montagna o delle città vuote per chi non può partire, è la felicità a ore di un futuro prossimo minacciato da chi non ha ormai futuro politico ed è spaventatissimo del possibile futuro giudiziario. Nodi dopo anni al pettine e gioca la carte della disperazione che è anche la disperazione dei «collaborazionisti» che lo aiutano a galleggiare.
L’informazione normale subito la prima vittima. Racconta Mario Giordano, direttore de Il Giornale, costretto alle dimissioni per far posto a Vittorio Feltri; racconta del disgusto nello sfogliare dossier killer, più o meno veri, che mani neanche tanto misteriose (lui sa quali mani) facevano arrivare sul suo tavolo. Storie private da ingigantire, piccoli peccati da far scoppiare; insomma, pistole puntate su obbedienti tiepidi davanti ai dogmi del padrone unico del partito unico. Fare il giornalista vuol dire testimoniare la realtà non esasperarla nella falsificazione per gli ordini di qualcuno. Ecco perché chi racconta che il re é nudo e il re non vuol farlo sapere, può finire male.
Sono sicuro che don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, non nasconda altre vite nei cassetti, ma la minaccia resta. Spiegare da un pulpito trasparente che la «concezione padronale dello Stato ha ridotto ministri e politici a “servitori”. Semplici esecutori dei voleri del capo. Quali che siano. Poco importa che il paese vada allo sfascio. Non si ammettono repliche al pensiero unico. Guai a chi osa sfiorare il potere assoluto»; spiegare che i cortigiani esaltano lo splendore degli abiti di un sovrano che non li indossa; insomma, mentire ed essere smascherati da un prete che fa il giornalista, diventa insopportabile per il signore degli anelli. Ecco la rabbia di chi lo protegge incollato alla sua poltrona. Come è successo al povero direttore dell’Avvenire, si possono inventare tante cose e poi chiedere scusa, appena diventa impossibile andare avanti con l’imbroglio. Ma il risultato è quello sperato: fargli perdere il posto mentre la minaccia mafiosa lampeggia nell’aria: chi tocca il capo muore. Don Sciortino deve fare l’esame di coscienza: se ha dimenticato di pagare una multa, la paghi. Non si sa mai. Nel Brasile anni ’70, la dittatura militare nascondeva la violenza dietro il paravento del «Dio, patria e famiglia», che nelle abitudini di leader politici cattolici italiani può essere moltiplicato in tante «famiglie». E quando vescovi e preti del Brasile non sopportavano l’imbroglio finivano in galera con l’aiuto o il silenzio di giornali e tv, editori compiacenti dalla fede milionaria. Coyotes in doppiopetto, ma coyote senza incarichi politici. Il dramma Italia è questa differenza.
Un’estate fa, il ritorno di Feltri nel Giornale inventato da Montanelli doveva far capire cosa stava per succedere. Era rientrato nelle grazie del Cavaliere sbattendo sulla prima pagina di ‘Libero’ i seni nudi di Veronica Lario, signora Berlusconi, madre di tre ragazzi Berlusconi, moglie avvilita che raccomanda al marito di smetterla con le ragazze più giovani delle figlie. Fulmineo il soccorso di Feltri: signora desnuda: “Veronica velina pentita”. E il difensore della famiglia e dell’Italia cristiana capisce di aver bisogno di un tipo così. Non vuol tornare ai dolori del giovane Berlusconi primo ministro, Bossi che gli dà del mafioso in Parlamento e lo fa cadere. Chi attraversa la sua strada deve sapere cosa lo aspetta.
Prende forma l’operazione giornalisti Kgb. Qualche giorno fa, quando il governo si ferma a 299 voti, lontano dai 316 necessari alla maggioranza, Il Giornale di Feltri e Sallusti ha già in canna la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta pagina dedicate al Fini traditore con casa sospetta a Montecarlo. L’agonia dell’egemonia di Arcore si nasconde attorno a pagina 9. Giornali e tv, Mediaset e fedeli Rai, non molleranno fino a quando Fini si nasconderà a Canossa. L’altro giornalista Kgb è il Belpietro ridens, devoto a Berlusconi nell’inventare lo scandalo Telekom Serbia nel quale ha coinvolto Prodi, Fassino e i protagonisti scomodi della sinistra. Per tre mesi, ogni mattina, Il Gionale-Belpietro pubblicava dossier giurati da un testimone finito in galera per simulazione: imbroglio gigantesco che ha avvilito la dignità di una commissione parlamentare. All’improvviso ogni notizia scompare. Chissà cos’hanno pensato i lettori.
Feltri aveva lasciato Il Giornale nel 1997 sbattendo la porta “quando ho capito che la famiglia Berlusconi aveva bisogno di un foglio di partito. È un mestiere che non so fare. Impossibile mettermi al servizio di qualcuno diverso dai lettori. Metà Forza Italia mi odiava. A Silvio stavo sulle palle perché una volta lo difendo e una volta lo punzecchio. Ma se il Giornale non andava male una ragione ci sarà e ne ho tenuto conto nella parcella”. Soldi, soldi. In realtà è andato via per aver ammesso sulle carte bollate che le inchieste che infangavano Di Pietro erano inventate di sana pianta. Confessione in prima pagina, campagna berlusconiana sbriciolata. Disinvoltura che lo accompagna da una poltrona all’altra. Quando era direttore dell’Indipendente esaltava quel Di Pietro che subito copre d’infamia appena arriva la chiamata di Berlusconi. Scriveva sull’Indipendente, anni Mani Pulite: “Ammesso che un magistrato abbia sbagliato, ecceduto, ciò non deve autorizzare i ladri e i tifosi dei ladri, gli avvoltoi del garantismo, a gettare anche la più piccola ombra sulla lodevole e non sufficientemente apprezzata attività di Borrelli e Di Pietro…Di Pietro non si è lasciato condizionare da critiche e minacce di mezzo mondo (diciamo dal regime del quale l’appesantito Bettino è campione suonato). Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui grandi giornali. Craxi ha commesso l’errore di spacciare i compagni suicidi come vittime di un complotto antisocialista. È una menzogna, onorevole”. Con quale imbarazzo può adesso guidare l’ammiraglia di Berlusconi con Stefania Craxi pilastro del governo? Tranquilli: un professionista così non trema mai. E non si imbarazza se Chiara Moroni, figlia del suicida di Craxi, con ingratitudine eroica, esce dalla file del partito della libertà «dove non si può aprire bocca» per cercare la libertà nelle truppe finiane. Il Giornale si indigna. Ed è solo l’inizio dell’Italia che ritroveremo dopo viaggi, racconti, vacanze. Se Chiara resiste sulla barricata può venir fuori di tutto. Vero o falso, cosa importa. Il mostro in prima pagina funziona sempre.
Ecco perché don Antonio Sciortino dovrebbe misurare le parole. Non sa com’è pericoloso ripetere che «se qualcosa è bianco dirò sempre bianco» e che non «mi arrampicherò sugli specchi per dimostrare che, guardando meglio, è grigio se non addirittura nero. Perché così vuole il capo. E così i servili replicanti devono ripetere». Gli agenti Betulla sono forse già al lavoro. Dalla vita di don Antonio ai bilanci delle Edizioni San Paolo, il linciaggio non può attendere. Auguri.
tratto da "domani"/arcoiris.tv
15 maggio 2010
La Chiesa deve scomunicare Scajola “buon cristiano” che scappa
13-05-2010 di don Paolo Farinella
Il nipote del proprietario del «mezzanino» con vista sul Colosseo, Marco Scajola, vice sindaco di Imperia e autentico talent scout alle ultime regionale per meriti personali, ha l’impudenza di dichiarare che «lo zio è un uomo di chiesa, un cristiano vero. Conosce il valore del perdono» (la Repubblica 6 maggio 2010, p. 10). Di fronte a tanta sfrontatezza, occorre che la Chiesa dichiari la scomunica «latae sententiae» cioè immediata) per la famiglia Scajola, in linea ascendente, discendente e collaterale fino alla settima generazione.
Se lo zietto Claudio Scajola fosse stato cristiano non sarebbe mai stato democristiano come lo è stato lui. Se fosse stato un cristiano, non avrebbe fatto eleggere nipoti, fratelli e parenti occupando anche i buchi delle serrature liguri. Se fosse cristiano vero non sosterrebbe da 15 anni un malfattore, corrotto e corruttore, evasore, frequentatore di minorenni e prostitute a pagamento come il presidente del consiglio, di cui si onora di essere amico, sodale e difensore. Se fosse cristiano anche di passaggio non avrebbe offeso la memoria del morto Marco Biagi e non farebbe il ministro tronfio e spocchioso che non si accorge nemmeno di uno che gli paga 2/3 di casa senza che lui se ne accorga; e poi dicono che la Provvidenza non esiste. Scajola zio e nipote incorporato ne sono la prova vivente.
Il nipote Scajola, disinteressato servitore della Patria (?), non sa che i veri cristiani sono coloro che non fanno «cricca» con i corrotti che, a quanto pare, avevano un accesso privilegiato in Vaticano, dove preti lascivi e monsignori atei in combutta con affaristi corrotti, ma «gentiluomini di sua santità», hanno deturpato il volto della Chiesa, servendosene con lussuria. Con voi non abbiamo nulla da spartire. Volete essere cristiani veri? Restituite 4 volte quello che avete rubato e in più date la metà dei vostri beni ai poveri. Voi non siete cristiani, ma solo utilizzatori finali della Chiesa che trattate come una prostituta; la gerarchia cattolica che dovrebbe custodirne la verginità, purtroppo si associa al lupanare e, colpevole più di voi, vi usa lasciandosi usare. Malaffare mistico e degrado civile.
Della compagnia della «cricca» pare facesse parte il cerimoniere del papa, certo monsignor Francesco Camaldo che invece di cerimoniare con pizzi e merletti da piccolo uomo travestito da donna e a colori, di notte studiava il rituale e di giorno trafficava con i malfattori. Sono convinto che sia stato lui a proporre gli imputati come gentiluomini di sua santità. Cerimoniere è colui che leva e mette il berretto al papa, come se questi non potesse imberrettarsi da solo.
È proprio vero sono scomparse le mezze stagione e anche le mezze religioni, restano solo i veri cristiani alla Scajola, tutto evasione e chiesa, e corrotti che fanno affari, ridendo sui morti e rubando alla collettività. Coloro che lo hanno votato hanno votato uno che li derubava e li ha derubati per tutta la vita.
Ora anche la moglie di Bertolaso emette fatture per lo Sport Village: eh, già! La moglie addobbava il luogo dove il marito sarebbe andato a farsi risollevare dalle stanchezze delle protezione civile da ragazze brasiliane, bravissime per curare la cervicale. Così tutto resta in famiglia: la moglie addobba, il marito usa, lo Stato paga e l’Italia fa a fondo.
Sette ministri sono coinvolti in traffici loschi e furti di Stato e il capo del governo siede su una montagna di malaffare eppure detiene ancora un’alta percentuale di consensi. Si direbbe che gli Italiani siano diventato masochisti: più li deruba, più li distrugge, più li annienta e più lo osannano.
Sembra che dopo le elezioni regionali, abbia chiamato Bertone e gli abbia detto: «Ce l’abbiamo fatto a non fare eleggere Bonino». Immagino che l’altro abbia risposto concedendolgi l’indulgenza papale perpetua.
Italia che va, Vaticano che viene! Amen
tratto da: "domani.arcorois.tv del 13/05/2010
Il nipote del proprietario del «mezzanino» con vista sul Colosseo, Marco Scajola, vice sindaco di Imperia e autentico talent scout alle ultime regionale per meriti personali, ha l’impudenza di dichiarare che «lo zio è un uomo di chiesa, un cristiano vero. Conosce il valore del perdono» (la Repubblica 6 maggio 2010, p. 10). Di fronte a tanta sfrontatezza, occorre che la Chiesa dichiari la scomunica «latae sententiae» cioè immediata) per la famiglia Scajola, in linea ascendente, discendente e collaterale fino alla settima generazione.
Se lo zietto Claudio Scajola fosse stato cristiano non sarebbe mai stato democristiano come lo è stato lui. Se fosse stato un cristiano, non avrebbe fatto eleggere nipoti, fratelli e parenti occupando anche i buchi delle serrature liguri. Se fosse cristiano vero non sosterrebbe da 15 anni un malfattore, corrotto e corruttore, evasore, frequentatore di minorenni e prostitute a pagamento come il presidente del consiglio, di cui si onora di essere amico, sodale e difensore. Se fosse cristiano anche di passaggio non avrebbe offeso la memoria del morto Marco Biagi e non farebbe il ministro tronfio e spocchioso che non si accorge nemmeno di uno che gli paga 2/3 di casa senza che lui se ne accorga; e poi dicono che la Provvidenza non esiste. Scajola zio e nipote incorporato ne sono la prova vivente.
Il nipote Scajola, disinteressato servitore della Patria (?), non sa che i veri cristiani sono coloro che non fanno «cricca» con i corrotti che, a quanto pare, avevano un accesso privilegiato in Vaticano, dove preti lascivi e monsignori atei in combutta con affaristi corrotti, ma «gentiluomini di sua santità», hanno deturpato il volto della Chiesa, servendosene con lussuria. Con voi non abbiamo nulla da spartire. Volete essere cristiani veri? Restituite 4 volte quello che avete rubato e in più date la metà dei vostri beni ai poveri. Voi non siete cristiani, ma solo utilizzatori finali della Chiesa che trattate come una prostituta; la gerarchia cattolica che dovrebbe custodirne la verginità, purtroppo si associa al lupanare e, colpevole più di voi, vi usa lasciandosi usare. Malaffare mistico e degrado civile.
Della compagnia della «cricca» pare facesse parte il cerimoniere del papa, certo monsignor Francesco Camaldo che invece di cerimoniare con pizzi e merletti da piccolo uomo travestito da donna e a colori, di notte studiava il rituale e di giorno trafficava con i malfattori. Sono convinto che sia stato lui a proporre gli imputati come gentiluomini di sua santità. Cerimoniere è colui che leva e mette il berretto al papa, come se questi non potesse imberrettarsi da solo.
È proprio vero sono scomparse le mezze stagione e anche le mezze religioni, restano solo i veri cristiani alla Scajola, tutto evasione e chiesa, e corrotti che fanno affari, ridendo sui morti e rubando alla collettività. Coloro che lo hanno votato hanno votato uno che li derubava e li ha derubati per tutta la vita.
Ora anche la moglie di Bertolaso emette fatture per lo Sport Village: eh, già! La moglie addobbava il luogo dove il marito sarebbe andato a farsi risollevare dalle stanchezze delle protezione civile da ragazze brasiliane, bravissime per curare la cervicale. Così tutto resta in famiglia: la moglie addobba, il marito usa, lo Stato paga e l’Italia fa a fondo.
Sette ministri sono coinvolti in traffici loschi e furti di Stato e il capo del governo siede su una montagna di malaffare eppure detiene ancora un’alta percentuale di consensi. Si direbbe che gli Italiani siano diventato masochisti: più li deruba, più li distrugge, più li annienta e più lo osannano.
Sembra che dopo le elezioni regionali, abbia chiamato Bertone e gli abbia detto: «Ce l’abbiamo fatto a non fare eleggere Bonino». Immagino che l’altro abbia risposto concedendolgi l’indulgenza papale perpetua.
Italia che va, Vaticano che viene! Amen
tratto da: "domani.arcorois.tv del 13/05/2010
08 maggio 2010
INTERCETTAZIONI
La legge che ordina
il silenzio stampa
di STEFANO RODOTÀ
SE LA legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull'esercizio dei poteri, le possibilità d'indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l'annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.
Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d'intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.
Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.
Ma l'obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l'odiata magistratura, l'insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul "mostruoso connubio" tra politica e affari, sull'illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l'occhio dell'informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest'ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più presto. E questo è coerente con l'affermazione del presidente del Consiglio, secondo il quale in Italia "c'è fin troppa libertà di stampa". Quale migliore occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?
Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza dell'informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall'origine il circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima d'essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.
Si arriva così all'infinito silenzio stampa, all'opinione pubblica impotente perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto delittuoso fino all'udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere lontano anni dal momento in cui l'indagine era stata aperta. Che cosa resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto "governo del popolo", ma pure governo "in pubblico"? In tempi di corruzione dilagante si abbandona ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in democrazia "la luce del sole è il miglior disinfettante". Stiamo per essere traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e corruttori, di faccendieri e di veri criminali.
Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all'interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d'indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad un "turismo delle notizie", alla pubblicazione su qualche giornale straniero di informazioni "proibite" che poi rimbalzerebbero in Italia.
Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e dei diritti. Dal diritto d'informazione in primo luogo, che non è privilegio dei giornalisti, ma diritto fondamentale d'ogni persona, la premessa della sua cittadinanza attiva, del suo "conoscere per deliberare". Ce lo ricordano le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, dov'è sempre ripetuto che "la libertà d'informazione ha importanza fondamentale in una società democratica". In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi autori d'un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l'importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d'informazione: che cosa dovremmo dire quando, da noi, il testo all'esame del Senato impugna come una clava le sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione
Un velo d'ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È l'opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo quale veramente è. Nasce così un'anomalia culturale, prima ancora che giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica, e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari Certo la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non è detto che rimanga inascoltata.
Tratto da "la Repubblica.it dell'08 maggio 2010
il silenzio stampa
di STEFANO RODOTÀ
SE LA legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull'esercizio dei poteri, le possibilità d'indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l'annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.
Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d'intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.
Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.
Ma l'obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l'odiata magistratura, l'insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul "mostruoso connubio" tra politica e affari, sull'illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l'occhio dell'informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest'ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più presto. E questo è coerente con l'affermazione del presidente del Consiglio, secondo il quale in Italia "c'è fin troppa libertà di stampa". Quale migliore occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?
Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza dell'informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall'origine il circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima d'essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.
Si arriva così all'infinito silenzio stampa, all'opinione pubblica impotente perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto delittuoso fino all'udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere lontano anni dal momento in cui l'indagine era stata aperta. Che cosa resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto "governo del popolo", ma pure governo "in pubblico"? In tempi di corruzione dilagante si abbandona ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in democrazia "la luce del sole è il miglior disinfettante". Stiamo per essere traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e corruttori, di faccendieri e di veri criminali.
Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all'interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d'indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad un "turismo delle notizie", alla pubblicazione su qualche giornale straniero di informazioni "proibite" che poi rimbalzerebbero in Italia.
Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e dei diritti. Dal diritto d'informazione in primo luogo, che non è privilegio dei giornalisti, ma diritto fondamentale d'ogni persona, la premessa della sua cittadinanza attiva, del suo "conoscere per deliberare". Ce lo ricordano le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, dov'è sempre ripetuto che "la libertà d'informazione ha importanza fondamentale in una società democratica". In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi autori d'un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l'importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d'informazione: che cosa dovremmo dire quando, da noi, il testo all'esame del Senato impugna come una clava le sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione
Un velo d'ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È l'opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo quale veramente è. Nasce così un'anomalia culturale, prima ancora che giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica, e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari Certo la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non è detto che rimanga inascoltata.
Tratto da "la Repubblica.it dell'08 maggio 2010
07 maggio 2010
RIFLESSIONI SUL “DOPO” ELEZIONI AMMINISTRATIVE
Ho scritto codesto post in riferimento alla situazione politica di Cologno Monzese, ma, penso, si possa riferire a qualsiasi Comune d'Italia.
L’altra sera ho assistito alla prima seduta, quella d’insediamento, del Consiglio Comunale.
Tutto si è svolto secondo un iter ben collaudato: qualche contestazione dell’opposizione con richiami al regolamento, le risposte della maggioranza, gli interventi passionali dei cittadini. Alla fine tutti i punti all’o.d.g. sono stati esperiti e la giunta, il motore dell’amministrazione, è pronta a operare.
Voglio fare due considerazioni che dovrebbero indurre politici e cittadini a una riflessione sul futuro della politica a Cologno.
La prima riguarda la composizione della Giunta.
Premettendo che non intendo parlare delle specifiche competenze degli assessori, che do per certe e per buone, risalta la continuità di questa Giunta con la precedente dell’amministrazione Soldano. È vero che tre degli assessori sono nuovi, ma i restanti cinque, che rappresentano il fulcro della Giunta, sono politici di lungo corso von varie esperienze assessorili.
Non s’intende cadere nel solito dibattito del “vecchio” che occupa il potere (inteso, in questo caso, come servizio) e del nuovo che non avanza o, come si dice, che non c’è, ma è proprio da questo dualismo che occorre partire, se vogliamo capire come mai l’Italia è il Paese, forse l’unico, che, a partire dalle più alte istituzioni, ha i politici più vecchi nei posti di “comando”. È uno scontro generazionale che, nonostante il famoso sessantotto, si conclude sempre con la vittoria dei padri.
La seconda considerazione riguarda la facilità con cui le alleanze si disfano.
Mi riferisco al caso della lista civica “Vivi Cologno”, che, pur non essendo presente in Giunta, appoggia, la maggioranza di governo della città.
Il Sindaco spiega che le cause vanno ricercate nelle dichiarazioni pubbliche di “Vivi Cologno” considerate come un aut aut e, quindi dirompenti; il capogruppo parla di una mancata accettazione di una loro proposta di discontinuità rispetto al passato nella composizione della Giunta.
Perché questo contrasto è emerso durante gli incontri per definire la Giunta e non nel momento in cui la coalizione si è composta?
Quest’atto di discontinuità è stato contrattato o è stato un episodio estemporaneo? Quali conseguenze si avranno nel futuro dell’Amministrazione. “Vivi Cologno” si allontanerà dalla maggioranza o sarà ripescata?
È un episodio di non poco conto se si mette in relazione con quanto è successo alcuni mesi fa all’interno dell’Amministrazione Velluto, che per contrasti interni alla maggioranza ha portato al commissariamento del Comune e a nuove elezioni.
È un degrado della politica dovuto alla presenza di numerose liste civiche o un eccessivo personalismo visibile in ogni stato delle istituzioni? O le liste civiche rappresentano una risposta del cittadino al degrado della politica?
Sono tante domande che, secondo la mia opinione, meritano delle risposte, che vanno dibattute, senza far ricorso a quelle “verità” che rendono asfittico qualsiasi confronto.
Giuseppe Governanti
L’altra sera ho assistito alla prima seduta, quella d’insediamento, del Consiglio Comunale.
Tutto si è svolto secondo un iter ben collaudato: qualche contestazione dell’opposizione con richiami al regolamento, le risposte della maggioranza, gli interventi passionali dei cittadini. Alla fine tutti i punti all’o.d.g. sono stati esperiti e la giunta, il motore dell’amministrazione, è pronta a operare.
Voglio fare due considerazioni che dovrebbero indurre politici e cittadini a una riflessione sul futuro della politica a Cologno.
La prima riguarda la composizione della Giunta.
Premettendo che non intendo parlare delle specifiche competenze degli assessori, che do per certe e per buone, risalta la continuità di questa Giunta con la precedente dell’amministrazione Soldano. È vero che tre degli assessori sono nuovi, ma i restanti cinque, che rappresentano il fulcro della Giunta, sono politici di lungo corso von varie esperienze assessorili.
Non s’intende cadere nel solito dibattito del “vecchio” che occupa il potere (inteso, in questo caso, come servizio) e del nuovo che non avanza o, come si dice, che non c’è, ma è proprio da questo dualismo che occorre partire, se vogliamo capire come mai l’Italia è il Paese, forse l’unico, che, a partire dalle più alte istituzioni, ha i politici più vecchi nei posti di “comando”. È uno scontro generazionale che, nonostante il famoso sessantotto, si conclude sempre con la vittoria dei padri.
La seconda considerazione riguarda la facilità con cui le alleanze si disfano.
Mi riferisco al caso della lista civica “Vivi Cologno”, che, pur non essendo presente in Giunta, appoggia, la maggioranza di governo della città.
Il Sindaco spiega che le cause vanno ricercate nelle dichiarazioni pubbliche di “Vivi Cologno” considerate come un aut aut e, quindi dirompenti; il capogruppo parla di una mancata accettazione di una loro proposta di discontinuità rispetto al passato nella composizione della Giunta.
Perché questo contrasto è emerso durante gli incontri per definire la Giunta e non nel momento in cui la coalizione si è composta?
Quest’atto di discontinuità è stato contrattato o è stato un episodio estemporaneo? Quali conseguenze si avranno nel futuro dell’Amministrazione. “Vivi Cologno” si allontanerà dalla maggioranza o sarà ripescata?
È un episodio di non poco conto se si mette in relazione con quanto è successo alcuni mesi fa all’interno dell’Amministrazione Velluto, che per contrasti interni alla maggioranza ha portato al commissariamento del Comune e a nuove elezioni.
È un degrado della politica dovuto alla presenza di numerose liste civiche o un eccessivo personalismo visibile in ogni stato delle istituzioni? O le liste civiche rappresentano una risposta del cittadino al degrado della politica?
Sono tante domande che, secondo la mia opinione, meritano delle risposte, che vanno dibattute, senza far ricorso a quelle “verità” che rendono asfittico qualsiasi confronto.
Giuseppe Governanti
28 aprile 2010
FINI E IL CORAGGIO
Ho scritto diverse volte su Fini nel mio blog e l'ho definito l'eterno incompiuto, poiché alle parole non ha mai fatto seguire i fatti, preferendo aspettare che il “dito” di Berlusconi lo indicasse come suo successore, facendo i conti senza gli osti e nel Pdl di osti ce ne sono parecchi, a partire da Formigoni o da Tremonti e arrivando fino al sotto (si fa per dire)-segretario Letta. E' vero, ha alzato il dito, ma dopo aver perso per strada i sui colonnelli e parte dei soldati. Se continua così arriverà alla fine della legislatura svenato e la considerazione di cui gode tra l'elettorato di destra ridotta al lumicino. Aspettiamo la prova della legge sulle intercettazioni, ma non contiamoci troppo, salvo che il sopraggiunto orgoglio personale unito all’istinto di sopravvivenza, non lo porti al coraggio di manzoniana memoria: se uno non ce l'ha non può inventarselo. La sinistra, comunque vadano le cose, dovrebbe far suo il dito finiano e passare all'attacco della politica berlusconiana con tutti gli strumenti che la democrazia mette a disposizione ma ... bisogna volerlo!
Chissà, se Fini, allora, si sveglierà!
Commento all'articolo di Lenzi (Fini alla prova...) su "Domani"
Chissà, se Fini, allora, si sveglierà!
Commento all'articolo di Lenzi (Fini alla prova...) su "Domani"
02 aprile 2010
ERRANI E FORMIGONI A CASA
Commento al post di Beppe Grillo dell’1 Aprile 2010
"Concordo perfettamente con quanto espresso nel post. Ormai la democrazia non è più rispetto delle regole ma mortificazione con uso spregiudicato pro domo sua. Il "berlusconismo " sarà ricordato per la sua incapacità di governo, per la mistificazione della realtà e l'arroganza del potere con l'uso spregiudicato delle leggi fino ad arrivare a modificarle per compiacere il principe di turno. Certo, è grave che due signori si ricandidino alla guida della Lombardia e della Toscana in barba alla legge e nessuno se ne accorga. Passi per i politici dell'inciucio, ma le istituzioni competenti come mai non agiscono di conseguenza e deve essere il cittadino a presentare istanza di annullamento delle elezioni per un vizio così evidente?
Sono con quanti si battono per il ripristino dell'"osservanza" delle regole, su cui si fonda la vera democrazie e la dignità della persona.
"Concordo perfettamente con quanto espresso nel post. Ormai la democrazia non è più rispetto delle regole ma mortificazione con uso spregiudicato pro domo sua. Il "berlusconismo " sarà ricordato per la sua incapacità di governo, per la mistificazione della realtà e l'arroganza del potere con l'uso spregiudicato delle leggi fino ad arrivare a modificarle per compiacere il principe di turno. Certo, è grave che due signori si ricandidino alla guida della Lombardia e della Toscana in barba alla legge e nessuno se ne accorga. Passi per i politici dell'inciucio, ma le istituzioni competenti come mai non agiscono di conseguenza e deve essere il cittadino a presentare istanza di annullamento delle elezioni per un vizio così evidente?
Sono con quanti si battono per il ripristino dell'"osservanza" delle regole, su cui si fonda la vera democrazie e la dignità della persona.
01 aprile 2010
HA PERSO LA LIBERTA’
Chi ha vinto? Chi ha perso?
Entrambi gli schieramenti, perbacco!
Ma com’è possibile, vi chiederete?
Semplice. Ogni schieramento afferma a gran voce di aver vinto e, a voce ancora più alta, che gli avversari hanno perso. Cifre alla mano, per carità: confronti con le politiche, le regionali del 2005, le Europee … perfino le comunali.
È difficile risolvere un tale dilemma se ci riferiamo ai venditori d’illusioni che sono i nostri dipendenti, onorevoli o senatori che siano, ma una considerazione sembra vera: ha perso la politica, hanno perso i cittadini. Non tutti, in verità. Io escluderei, infatti, gli affaristi, gli speculatori, i corrotti e i corruttori, gli evasori fiscali, i mafiosi e i sodali, i venduti, tutte quelle categorie che vivono nel raggiro e nella sopraffazione.
Hanno perso i giovani il cui futuro è, a dir poco, incerto, sia nel lavoro, sia nella partecipazione istituzionale, ostacolati dai padri (fa eccezione Bossi che ha responsabilizzato il figlio eletto consigliere regionale … almeno per ora). Ha perso l’istruzione, la cultura, la ricerca, l’informazione, la solidarietà, l’umanesimo.
Ha perso la democrazia, intesa come quell’insieme di regole che portano alla civile convivenza nel rispetto reciproco del prossimo (un’altra parola caduta in disuso).
Ha perso, soprattutto, la dignità che è porgere una mano a chi chiede di sollevarsi.
Sono in tanti a tendere la mano: i giovani in cerca del primo impiego, i lavoratori che hanno perso il lavoro, le famiglie che vivono nell’indigenza, i pensionati che non arrivano nemmeno a metà mese, i diversi emarginati.
Ha perso la libertà, la libertà dal bisogno, la libertà dalla sofferenza dell’anima. Chi perde il lavoro o non ce l’ha non è libero, dipende è manodopera pronta all’uso che il potente ne vuole fare.
Non c’è dignità senza lavoro e il lavoro è libertà!
Ma state buoni, non disarmate, il premier ha promesso durante la campagna elettorale che i suoi primi impegni saranno nell’ordine, la riforma della giustizia, la riforma delle intercettazioni, il processo breve, il presidenzialismo e la sconfitta del cancro in tre anni.
Abbiate fede! Siate ottimisti e non assomigliate a quei comunisti rossi di odio e neri di pessimismo!
Entrambi gli schieramenti, perbacco!
Ma com’è possibile, vi chiederete?
Semplice. Ogni schieramento afferma a gran voce di aver vinto e, a voce ancora più alta, che gli avversari hanno perso. Cifre alla mano, per carità: confronti con le politiche, le regionali del 2005, le Europee … perfino le comunali.
È difficile risolvere un tale dilemma se ci riferiamo ai venditori d’illusioni che sono i nostri dipendenti, onorevoli o senatori che siano, ma una considerazione sembra vera: ha perso la politica, hanno perso i cittadini. Non tutti, in verità. Io escluderei, infatti, gli affaristi, gli speculatori, i corrotti e i corruttori, gli evasori fiscali, i mafiosi e i sodali, i venduti, tutte quelle categorie che vivono nel raggiro e nella sopraffazione.
Hanno perso i giovani il cui futuro è, a dir poco, incerto, sia nel lavoro, sia nella partecipazione istituzionale, ostacolati dai padri (fa eccezione Bossi che ha responsabilizzato il figlio eletto consigliere regionale … almeno per ora). Ha perso l’istruzione, la cultura, la ricerca, l’informazione, la solidarietà, l’umanesimo.
Ha perso la democrazia, intesa come quell’insieme di regole che portano alla civile convivenza nel rispetto reciproco del prossimo (un’altra parola caduta in disuso).
Ha perso, soprattutto, la dignità che è porgere una mano a chi chiede di sollevarsi.
Sono in tanti a tendere la mano: i giovani in cerca del primo impiego, i lavoratori che hanno perso il lavoro, le famiglie che vivono nell’indigenza, i pensionati che non arrivano nemmeno a metà mese, i diversi emarginati.
Ha perso la libertà, la libertà dal bisogno, la libertà dalla sofferenza dell’anima. Chi perde il lavoro o non ce l’ha non è libero, dipende è manodopera pronta all’uso che il potente ne vuole fare.
Non c’è dignità senza lavoro e il lavoro è libertà!
Ma state buoni, non disarmate, il premier ha promesso durante la campagna elettorale che i suoi primi impegni saranno nell’ordine, la riforma della giustizia, la riforma delle intercettazioni, il processo breve, il presidenzialismo e la sconfitta del cancro in tre anni.
Abbiate fede! Siate ottimisti e non assomigliate a quei comunisti rossi di odio e neri di pessimismo!
29 marzo 2010
Lo scandalo degli abusi mostra l’opposizione sotterranea al Papa, presente da sempre
Papa Ratzinger non piace. Al di là dell’enormità delle violenze impunite commesse per decenni dal clero sui minori, c’è un malumore di fondo dentro e fuori la Chiesa che cerca i canali per mettere sotto accusa Benedetto XVI. É come il brontolio di un terremoto sotterraneo, che si manifesta con scosse sempre più forti. Non è tanto in discussione la linea rigorosa del Papa contro gli abusi, espressa nella "Lettera ai vescovi irlandesi" e confermata dall’umiliante mea culpa cui ha voluto assolutamente costringere i Legionari di Cristo. Obbligati venerdì ad ammettere pubblicamente l’indegna doppia vita del loro fondatore Maciel, che ha abusato di ragazzi, intrattenuto relazioni con amanti, avuto figli e persino – secondo le testimonianze degli stessi figli Raul e Omar di loro. Tutto un dossier arenatosi in Segreteria di Stato al tempo di Giovanni Paolo II.
C’è qualcosa di più. Sotto accusa è implicitamente – ma nemmeno tanto – la credibilità stessa di Joseph Ratzinger come suprema autorità della Chiesa cattolica. L’istituzione ecclesiastica, in queste settimane, ha avuto un crollo drammatico di prestigio. Tendenzialmente la Chiesa si è sempre presentata e continua a presentarsi come massima istanza morale, che non sbaglia mai. Come guida suprema che tutto sa, tutto capisce, tutto giudica. (Sì, di tanto in tanto si ricorre negli ambienti ecclesiastici alla formula di "casta meretrice", ma spesso diventa solo un mezzo per chiudere partite imbarazzanti). Con quello che è successo le formulette non bastano più. In Germania il vescovo di Fulda ha previsto che ci vorrà un decennio perché l’immagine della Chiesa riesca a risalire la china. Ma dalle critiche alla Chiesa l’urto polemico si sta spostando verso il simbolo stesso del Papa. Nel sentire di una larga parte dell’opinione pubblica è il suo pontificato a simboleggiare la pretesa di superiorità della Chiesa, il suo carattere di comando dottrinario, la sua pretesa di giudicare cosa è la scienza, cos’è la retta politica, persino qual è la legittima laicità.
E allora la ricerca degli scheletri negli armadi vaticani per quanto riguarda l’ultimo scorcio del Novecento (scheletri che ci sono come dimostra in maniera lampante il caso disgustoso di Maciel) si trasforma in un’onda d’urto destinata ad infrangersi contro il ruolo stesso di Ratzinger . Non è una cospirazione come ritengono istericamente alcuni ambienti ecclesiastici. Stampa e tv – come sempre – sono solo il sensore di movimenti più profondi. Semmai nelle crisi viene alla luce il malumore di fondo di un mondo cattolico sommerso, che non perdona a Ratzinger lo sdoganamento della Messa tridentina, il suo blocco di ogni riforma, le sue polemiche continue contro la "svolta" conciliare. E allora ogni crisi – si tratti della revoca della scomunica al vescovo negazionista Williamson o delle dichiarazioni papali sul preservativo o dei silenzi sugli abusi ai minori – diventa occasione perché esploda il dissenso sotterraneo. L’affiorare qua e là della parola "dimissioni" ne è un sintomo.
Il caso di Monaco è il punto più delicato. É appurato finora che l’arcivescovo Ratzinger partecipò solo ad una riunione in cui si decise di accogliere il prete pedofilo Hullermann senza dargli un incarico. Non c’è un atto a firma Ratzinger, che ne autorizzi il trasferimento in parrocchia, ma esiste un memorandum degli uffici diocesani in cui lo si informa che il prete pedofilo andrà a prestare servizio in una parrocchia. Ratzinger lo ha letto? Non lo ha letto? Sull’esile interrogativo si gioca una partita pesante. Ma intanto quel che conta è che qualcuno dall’interno della diocesi di Monaco o di un’altra struttura ecclesiastica ha consegnato sottobanco alla stampa la documentazione. E questo è il sintomo di una lotta interna. C’è gente all’interno della Chiesa "pronta al balzo" per attaccare il pontefice, confessò sotto shock Benedetto XVI nella sua drammatica lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo, allorchè scoppiò il caso Williamson. In ultima analisi Joseph Ratzinger rischia di pagare le conseguenze di un’elezione al papato in cui (per un’improvvisa e ancora non chiarita decisione di papa Wojtyla) era stata stravolta la regola secolare della maggioranza di due terzi necessaria per eleggere un pontefice. Regola che da sempre assicura scelte largamente condivise.
Nell’aprile del 2005 era sufficiente invece il 51 per cento dei suffragi. E bastò al blocco conservatore pro-Ratzinger di esibire la maggioranza assoluta per piegare le resistenze dei dissenzienti e acquisire alla fine un voto larghissimo solo di facciata. Ma non si governa un organismo mondiale senza l’adesione profonda di una metà e forse più della comunità. In Vaticano sono consapevoli della gravità della situazione. Il cardinale Comastri, vicario papale per la Città del Vaticano, ha invitato i fedeli a "offrire tutte le preghiere per Benedetto XVI in questo difficile momento affinchè la grazia di Dio lo sostenga". Personalmente la strategia del Papa è di governare la crisi con calma e sangue freddo. Un commento ufficiale del portavoce Lombardi alla Radio vaticana registra asciuttamente che le polemiche dei media hanno fatto danni, ma che l’autorità del pontefice non è "indebolita, ma confermata". La lotta contro gli abusi sessuali, viene sottolineato, "è cruciale per la credibilità della Chiesa" e resta prioritario l’impegno a "combattere ed estirpare la piaga degli abusi ovunque si manifesti". Nella bufera Benedetto XVI sembra reggere il timone.
Da il Fatto Quotidiano del 28 marzo
C’è qualcosa di più. Sotto accusa è implicitamente – ma nemmeno tanto – la credibilità stessa di Joseph Ratzinger come suprema autorità della Chiesa cattolica. L’istituzione ecclesiastica, in queste settimane, ha avuto un crollo drammatico di prestigio. Tendenzialmente la Chiesa si è sempre presentata e continua a presentarsi come massima istanza morale, che non sbaglia mai. Come guida suprema che tutto sa, tutto capisce, tutto giudica. (Sì, di tanto in tanto si ricorre negli ambienti ecclesiastici alla formula di "casta meretrice", ma spesso diventa solo un mezzo per chiudere partite imbarazzanti). Con quello che è successo le formulette non bastano più. In Germania il vescovo di Fulda ha previsto che ci vorrà un decennio perché l’immagine della Chiesa riesca a risalire la china. Ma dalle critiche alla Chiesa l’urto polemico si sta spostando verso il simbolo stesso del Papa. Nel sentire di una larga parte dell’opinione pubblica è il suo pontificato a simboleggiare la pretesa di superiorità della Chiesa, il suo carattere di comando dottrinario, la sua pretesa di giudicare cosa è la scienza, cos’è la retta politica, persino qual è la legittima laicità.
E allora la ricerca degli scheletri negli armadi vaticani per quanto riguarda l’ultimo scorcio del Novecento (scheletri che ci sono come dimostra in maniera lampante il caso disgustoso di Maciel) si trasforma in un’onda d’urto destinata ad infrangersi contro il ruolo stesso di Ratzinger . Non è una cospirazione come ritengono istericamente alcuni ambienti ecclesiastici. Stampa e tv – come sempre – sono solo il sensore di movimenti più profondi. Semmai nelle crisi viene alla luce il malumore di fondo di un mondo cattolico sommerso, che non perdona a Ratzinger lo sdoganamento della Messa tridentina, il suo blocco di ogni riforma, le sue polemiche continue contro la "svolta" conciliare. E allora ogni crisi – si tratti della revoca della scomunica al vescovo negazionista Williamson o delle dichiarazioni papali sul preservativo o dei silenzi sugli abusi ai minori – diventa occasione perché esploda il dissenso sotterraneo. L’affiorare qua e là della parola "dimissioni" ne è un sintomo.
Il caso di Monaco è il punto più delicato. É appurato finora che l’arcivescovo Ratzinger partecipò solo ad una riunione in cui si decise di accogliere il prete pedofilo Hullermann senza dargli un incarico. Non c’è un atto a firma Ratzinger, che ne autorizzi il trasferimento in parrocchia, ma esiste un memorandum degli uffici diocesani in cui lo si informa che il prete pedofilo andrà a prestare servizio in una parrocchia. Ratzinger lo ha letto? Non lo ha letto? Sull’esile interrogativo si gioca una partita pesante. Ma intanto quel che conta è che qualcuno dall’interno della diocesi di Monaco o di un’altra struttura ecclesiastica ha consegnato sottobanco alla stampa la documentazione. E questo è il sintomo di una lotta interna. C’è gente all’interno della Chiesa "pronta al balzo" per attaccare il pontefice, confessò sotto shock Benedetto XVI nella sua drammatica lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo, allorchè scoppiò il caso Williamson. In ultima analisi Joseph Ratzinger rischia di pagare le conseguenze di un’elezione al papato in cui (per un’improvvisa e ancora non chiarita decisione di papa Wojtyla) era stata stravolta la regola secolare della maggioranza di due terzi necessaria per eleggere un pontefice. Regola che da sempre assicura scelte largamente condivise.
Nell’aprile del 2005 era sufficiente invece il 51 per cento dei suffragi. E bastò al blocco conservatore pro-Ratzinger di esibire la maggioranza assoluta per piegare le resistenze dei dissenzienti e acquisire alla fine un voto larghissimo solo di facciata. Ma non si governa un organismo mondiale senza l’adesione profonda di una metà e forse più della comunità. In Vaticano sono consapevoli della gravità della situazione. Il cardinale Comastri, vicario papale per la Città del Vaticano, ha invitato i fedeli a "offrire tutte le preghiere per Benedetto XVI in questo difficile momento affinchè la grazia di Dio lo sostenga". Personalmente la strategia del Papa è di governare la crisi con calma e sangue freddo. Un commento ufficiale del portavoce Lombardi alla Radio vaticana registra asciuttamente che le polemiche dei media hanno fatto danni, ma che l’autorità del pontefice non è "indebolita, ma confermata". La lotta contro gli abusi sessuali, viene sottolineato, "è cruciale per la credibilità della Chiesa" e resta prioritario l’impegno a "combattere ed estirpare la piaga degli abusi ovunque si manifesti". Nella bufera Benedetto XVI sembra reggere il timone.
Da il Fatto Quotidiano del 28 marzo
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