15 maggio 2010

La Chiesa deve scomunicare Scajola “buon cristiano” che scappa

13-05-2010 di don Paolo Farinella

Il nipote del proprietario del «mezzanino» con vista sul Colosseo, Marco Scajola, vice sindaco di Imperia e autentico talent scout alle ultime regionale per meriti personali, ha l’impudenza di dichiarare che «lo zio è un uomo di chiesa, un cristiano vero. Conosce il valore del perdono» (la Repubblica 6 maggio 2010, p. 10). Di fronte a tanta sfrontatezza, occorre che la Chiesa dichiari la scomunica «latae sententiae» cioè immediata) per la famiglia Scajola, in linea ascendente, discendente e collaterale fino alla settima generazione.

Se lo zietto Claudio Scajola fosse stato cristiano non sarebbe mai stato democristiano come lo è stato lui. Se fosse stato un cristiano, non avrebbe fatto eleggere nipoti, fratelli e parenti occupando anche i buchi delle serrature liguri. Se fosse cristiano vero non sosterrebbe da 15 anni un malfattore, corrotto e corruttore, evasore, frequentatore di minorenni e prostitute a pagamento come il presidente del consiglio, di cui si onora di essere amico, sodale e difensore. Se fosse cristiano anche di passaggio non avrebbe offeso la memoria del morto Marco Biagi e non farebbe il ministro tronfio e spocchioso che non si accorge nemmeno di uno che gli paga 2/3 di casa senza che lui se ne accorga; e poi dicono che la Provvidenza non esiste. Scajola zio e nipote incorporato ne sono la prova vivente.

Il nipote Scajola, disinteressato servitore della Patria (?), non sa che i veri cristiani sono coloro che non fanno «cricca» con i corrotti che, a quanto pare, avevano un accesso privilegiato in Vaticano, dove preti lascivi e monsignori atei in combutta con affaristi corrotti, ma «gentiluomini di sua santità», hanno deturpato il volto della Chiesa, servendosene con lussuria. Con voi non abbiamo nulla da spartire. Volete essere cristiani veri? Restituite 4 volte quello che avete rubato e in più date la metà dei vostri beni ai poveri. Voi non siete cristiani, ma solo utilizzatori finali della Chiesa che trattate come una prostituta; la gerarchia cattolica che dovrebbe custodirne la verginità, purtroppo si associa al lupanare e, colpevole più di voi, vi usa lasciandosi usare. Malaffare mistico e degrado civile.

Della compagnia della «cricca» pare facesse parte il cerimoniere del papa, certo monsignor Francesco Camaldo che invece di cerimoniare con pizzi e merletti da piccolo uomo travestito da donna e a colori, di notte studiava il rituale e di giorno trafficava con i malfattori. Sono convinto che sia stato lui a proporre gli imputati come gentiluomini di sua santità. Cerimoniere è colui che leva e mette il berretto al papa, come se questi non potesse imberrettarsi da solo.

È proprio vero sono scomparse le mezze stagione e anche le mezze religioni, restano solo i veri cristiani alla Scajola, tutto evasione e chiesa, e corrotti che fanno affari, ridendo sui morti e rubando alla collettività. Coloro che lo hanno votato hanno votato uno che li derubava e li ha derubati per tutta la vita.

Ora anche la moglie di Bertolaso emette fatture per lo Sport Village: eh, già! La moglie addobbava il luogo dove il marito sarebbe andato a farsi risollevare dalle stanchezze delle protezione civile da ragazze brasiliane, bravissime per curare la cervicale. Così tutto resta in famiglia: la moglie addobba, il marito usa, lo Stato paga e l’Italia fa a fondo.

Sette ministri sono coinvolti in traffici loschi e furti di Stato e il capo del governo siede su una montagna di malaffare eppure detiene ancora un’alta percentuale di consensi. Si direbbe che gli Italiani siano diventato masochisti: più li deruba, più li distrugge, più li annienta e più lo osannano.

Sembra che dopo le elezioni regionali, abbia chiamato Bertone e gli abbia detto: «Ce l’abbiamo fatto a non fare eleggere Bonino». Immagino che l’altro abbia risposto concedendolgi l’indulgenza papale perpetua.

Italia che va, Vaticano che viene! Amen

tratto da: "domani.arcorois.tv del 13/05/2010

08 maggio 2010

INTERCETTAZIONI

La legge che ordina
il silenzio stampa
di STEFANO RODOTÀ
SE LA legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull'esercizio dei poteri, le possibilità d'indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l'annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d'intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.

Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l'obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l'odiata magistratura, l'insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul "mostruoso connubio" tra politica e affari, sull'illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l'occhio dell'informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest'ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più presto. E questo è coerente con l'affermazione del presidente del Consiglio, secondo il quale in Italia "c'è fin troppa libertà di stampa". Quale migliore occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?

Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza dell'informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall'origine il circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima d'essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.

Si arriva così all'infinito silenzio stampa, all'opinione pubblica impotente perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto delittuoso fino all'udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere lontano anni dal momento in cui l'indagine era stata aperta. Che cosa resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto "governo del popolo", ma pure governo "in pubblico"? In tempi di corruzione dilagante si abbandona ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in democrazia "la luce del sole è il miglior disinfettante". Stiamo per essere traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e corruttori, di faccendieri e di veri criminali.

Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all'interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d'indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad un "turismo delle notizie", alla pubblicazione su qualche giornale straniero di informazioni "proibite" che poi rimbalzerebbero in Italia.

Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e dei diritti. Dal diritto d'informazione in primo luogo, che non è privilegio dei giornalisti, ma diritto fondamentale d'ogni persona, la premessa della sua cittadinanza attiva, del suo "conoscere per deliberare". Ce lo ricordano le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, dov'è sempre ripetuto che "la libertà d'informazione ha importanza fondamentale in una società democratica". In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi autori d'un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l'importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d'informazione: che cosa dovremmo dire quando, da noi, il testo all'esame del Senato impugna come una clava le sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione

Un velo d'ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È l'opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo quale veramente è. Nasce così un'anomalia culturale, prima ancora che giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica, e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari Certo la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non è detto che rimanga inascoltata.
Tratto da "la Repubblica.it dell'08 maggio 2010

07 maggio 2010

RIFLESSIONI SUL “DOPO” ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Ho scritto codesto post in riferimento alla situazione politica di Cologno Monzese, ma, penso, si possa riferire a qualsiasi Comune d'Italia.

L’altra sera ho assistito alla prima seduta, quella d’insediamento, del Consiglio Comunale.
Tutto si è svolto secondo un iter ben collaudato: qualche contestazione dell’opposizione con richiami al regolamento, le risposte della maggioranza, gli interventi passionali dei cittadini. Alla fine tutti i punti all’o.d.g. sono stati esperiti e la giunta, il motore dell’amministrazione, è pronta a operare.
Voglio fare due considerazioni che dovrebbero indurre politici e cittadini a una riflessione sul futuro della politica a Cologno.
La prima riguarda la composizione della Giunta.
Premettendo che non intendo parlare delle specifiche competenze degli assessori, che do per certe e per buone, risalta la continuità di questa Giunta con la precedente dell’amministrazione Soldano. È vero che tre degli assessori sono nuovi, ma i restanti cinque, che rappresentano il fulcro della Giunta, sono politici di lungo corso von varie esperienze assessorili.
Non s’intende cadere nel solito dibattito del “vecchio” che occupa il potere (inteso, in questo caso, come servizio) e del nuovo che non avanza o, come si dice, che non c’è, ma è proprio da questo dualismo che occorre partire, se vogliamo capire come mai l’Italia è il Paese, forse l’unico, che, a partire dalle più alte istituzioni, ha i politici più vecchi nei posti di “comando”. È uno scontro generazionale che, nonostante il famoso sessantotto, si conclude sempre con la vittoria dei padri.

La seconda considerazione riguarda la facilità con cui le alleanze si disfano.
Mi riferisco al caso della lista civica “Vivi Cologno”, che, pur non essendo presente in Giunta, appoggia, la maggioranza di governo della città.
Il Sindaco spiega che le cause vanno ricercate nelle dichiarazioni pubbliche di “Vivi Cologno” considerate come un aut aut e, quindi dirompenti; il capogruppo parla di una mancata accettazione di una loro proposta di discontinuità rispetto al passato nella composizione della Giunta.
Perché questo contrasto è emerso durante gli incontri per definire la Giunta e non nel momento in cui la coalizione si è composta?
Quest’atto di discontinuità è stato contrattato o è stato un episodio estemporaneo? Quali conseguenze si avranno nel futuro dell’Amministrazione. “Vivi Cologno” si allontanerà dalla maggioranza o sarà ripescata?
È un episodio di non poco conto se si mette in relazione con quanto è successo alcuni mesi fa all’interno dell’Amministrazione Velluto, che per contrasti interni alla maggioranza ha portato al commissariamento del Comune e a nuove elezioni.
È un degrado della politica dovuto alla presenza di numerose liste civiche o un eccessivo personalismo visibile in ogni stato delle istituzioni? O le liste civiche rappresentano una risposta del cittadino al degrado della politica?
Sono tante domande che, secondo la mia opinione, meritano delle risposte, che vanno dibattute, senza far ricorso a quelle “verità” che rendono asfittico qualsiasi confronto.
Giuseppe Governanti

28 aprile 2010

FINI E IL CORAGGIO

Ho scritto diverse volte su Fini nel mio blog e l'ho definito l'eterno incompiuto, poiché alle parole non ha mai fatto seguire i fatti, preferendo aspettare che il “dito” di Berlusconi lo indicasse come suo successore, facendo i conti senza gli osti e nel Pdl di osti ce ne sono parecchi, a partire da Formigoni o da Tremonti e arrivando fino al sotto (si fa per dire)-segretario Letta. E' vero, ha alzato il dito, ma dopo aver perso per strada i sui colonnelli e parte dei soldati. Se continua così arriverà alla fine della legislatura svenato e la considerazione di cui gode tra l'elettorato di destra ridotta al lumicino. Aspettiamo la prova della legge sulle intercettazioni, ma non contiamoci troppo, salvo che il sopraggiunto orgoglio personale unito all’istinto di sopravvivenza, non lo porti al coraggio di manzoniana memoria: se uno non ce l'ha non può inventarselo. La sinistra, comunque vadano le cose, dovrebbe far suo il dito finiano e passare all'attacco della politica berlusconiana con tutti gli strumenti che la democrazia mette a disposizione ma ... bisogna volerlo!
Chissà, se Fini, allora, si sveglierà!

Commento all'articolo di Lenzi (Fini alla prova...) su "Domani"

02 aprile 2010

ERRANI E FORMIGONI A CASA

Commento al post di Beppe Grillo dell’1 Aprile 2010
"Concordo perfettamente con quanto espresso nel post. Ormai la democrazia non è più rispetto delle regole ma mortificazione con uso spregiudicato pro domo sua. Il "berlusconismo " sarà ricordato per la sua incapacità di governo, per la mistificazione della realtà e l'arroganza del potere con l'uso spregiudicato delle leggi fino ad arrivare a modificarle per compiacere il principe di turno. Certo, è grave che due signori si ricandidino alla guida della Lombardia e della Toscana in barba alla legge e nessuno se ne accorga. Passi per i politici dell'inciucio, ma le istituzioni competenti come mai non agiscono di conseguenza e deve essere il cittadino a presentare istanza di annullamento delle elezioni per un vizio così evidente?
Sono con quanti si battono per il ripristino dell'"osservanza" delle regole, su cui si fonda la vera democrazie e la dignità della persona.

01 aprile 2010

HA PERSO LA LIBERTA’

Chi ha vinto? Chi ha perso?
Entrambi gli schieramenti, perbacco!
Ma com’è possibile, vi chiederete?
Semplice. Ogni schieramento afferma a gran voce di aver vinto e, a voce ancora più alta, che gli avversari hanno perso. Cifre alla mano, per carità: confronti con le politiche, le regionali del 2005, le Europee … perfino le comunali.
È difficile risolvere un tale dilemma se ci riferiamo ai venditori d’illusioni che sono i nostri dipendenti, onorevoli o senatori che siano, ma una considerazione sembra vera: ha perso la politica, hanno perso i cittadini. Non tutti, in verità. Io escluderei, infatti, gli affaristi, gli speculatori, i corrotti e i corruttori, gli evasori fiscali, i mafiosi e i sodali, i venduti, tutte quelle categorie che vivono nel raggiro e nella sopraffazione.
Hanno perso i giovani il cui futuro è, a dir poco, incerto, sia nel lavoro, sia nella partecipazione istituzionale, ostacolati dai padri (fa eccezione Bossi che ha responsabilizzato il figlio eletto consigliere regionale … almeno per ora). Ha perso l’istruzione, la cultura, la ricerca, l’informazione, la solidarietà, l’umanesimo.
Ha perso la democrazia, intesa come quell’insieme di regole che portano alla civile convivenza nel rispetto reciproco del prossimo (un’altra parola caduta in disuso).
Ha perso, soprattutto, la dignità che è porgere una mano a chi chiede di sollevarsi.
Sono in tanti a tendere la mano: i giovani in cerca del primo impiego, i lavoratori che hanno perso il lavoro, le famiglie che vivono nell’indigenza, i pensionati che non arrivano nemmeno a metà mese, i diversi emarginati.
Ha perso la libertà, la libertà dal bisogno, la libertà dalla sofferenza dell’anima. Chi perde il lavoro o non ce l’ha non è libero, dipende è manodopera pronta all’uso che il potente ne vuole fare.
Non c’è dignità senza lavoro e il lavoro è libertà!
Ma state buoni, non disarmate, il premier ha promesso durante la campagna elettorale che i suoi primi impegni saranno nell’ordine, la riforma della giustizia, la riforma delle intercettazioni, il processo breve, il presidenzialismo e la sconfitta del cancro in tre anni.
Abbiate fede! Siate ottimisti e non assomigliate a quei comunisti rossi di odio e neri di pessimismo!

29 marzo 2010

Lo scandalo degli abusi mostra l’opposizione sotterranea al Papa, presente da sempre

Papa Ratzinger non piace. Al di là dell’enormità delle violenze impunite commesse per decenni dal clero sui minori, c’è un malumore di fondo dentro e fuori la Chiesa che cerca i canali per mettere sotto accusa Benedetto XVI. É come il brontolio di un terremoto sotterraneo, che si manifesta con scosse sempre più forti. Non è tanto in discussione la linea rigorosa del Papa contro gli abusi, espressa nella "Lettera ai vescovi irlandesi" e confermata dall’umiliante mea culpa cui ha voluto assolutamente costringere i Legionari di Cristo. Obbligati venerdì ad ammettere pubblicamente l’indegna doppia vita del loro fondatore Maciel, che ha abusato di ragazzi, intrattenuto relazioni con amanti, avuto figli e persino – secondo le testimonianze degli stessi figli Raul e Omar di loro. Tutto un dossier arenatosi in Segreteria di Stato al tempo di Giovanni Paolo II.

C’è qualcosa di più. Sotto accusa è implicitamente – ma nemmeno tanto – la credibilità stessa di Joseph Ratzinger come suprema autorità della Chiesa cattolica. L’istituzione ecclesiastica, in queste settimane, ha avuto un crollo drammatico di prestigio. Tendenzialmente la Chiesa si è sempre presentata e continua a presentarsi come massima istanza morale, che non sbaglia mai. Come guida suprema che tutto sa, tutto capisce, tutto giudica. (Sì, di tanto in tanto si ricorre negli ambienti ecclesiastici alla formula di "casta meretrice", ma spesso diventa solo un mezzo per chiudere partite imbarazzanti). Con quello che è successo le formulette non bastano più. In Germania il vescovo di Fulda ha previsto che ci vorrà un decennio perché l’immagine della Chiesa riesca a risalire la china. Ma dalle critiche alla Chiesa l’urto polemico si sta spostando verso il simbolo stesso del Papa. Nel sentire di una larga parte dell’opinione pubblica è il suo pontificato a simboleggiare la pretesa di superiorità della Chiesa, il suo carattere di comando dottrinario, la sua pretesa di giudicare cosa è la scienza, cos’è la retta politica, persino qual è la legittima laicità.

E allora la ricerca degli scheletri negli armadi vaticani per quanto riguarda l’ultimo scorcio del Novecento (scheletri che ci sono come dimostra in maniera lampante il caso disgustoso di Maciel) si trasforma in un’onda d’urto destinata ad infrangersi contro il ruolo stesso di Ratzinger . Non è una cospirazione come ritengono istericamente alcuni ambienti ecclesiastici. Stampa e tv – come sempre – sono solo il sensore di movimenti più profondi. Semmai nelle crisi viene alla luce il malumore di fondo di un mondo cattolico sommerso, che non perdona a Ratzinger lo sdoganamento della Messa tridentina, il suo blocco di ogni riforma, le sue polemiche continue contro la "svolta" conciliare. E allora ogni crisi – si tratti della revoca della scomunica al vescovo negazionista Williamson o delle dichiarazioni papali sul preservativo o dei silenzi sugli abusi ai minori – diventa occasione perché esploda il dissenso sotterraneo. L’affiorare qua e là della parola "dimissioni" ne è un sintomo.

Il caso di Monaco è il punto più delicato. É appurato finora che l’arcivescovo Ratzinger partecipò solo ad una riunione in cui si decise di accogliere il prete pedofilo Hullermann senza dargli un incarico. Non c’è un atto a firma Ratzinger, che ne autorizzi il trasferimento in parrocchia, ma esiste un memorandum degli uffici diocesani in cui lo si informa che il prete pedofilo andrà a prestare servizio in una parrocchia. Ratzinger lo ha letto? Non lo ha letto? Sull’esile interrogativo si gioca una partita pesante. Ma intanto quel che conta è che qualcuno dall’interno della diocesi di Monaco o di un’altra struttura ecclesiastica ha consegnato sottobanco alla stampa la documentazione. E questo è il sintomo di una lotta interna. C’è gente all’interno della Chiesa "pronta al balzo" per attaccare il pontefice, confessò sotto shock Benedetto XVI nella sua drammatica lettera aperta ai vescovi di tutto il mondo, allorchè scoppiò il caso Williamson. In ultima analisi Joseph Ratzinger rischia di pagare le conseguenze di un’elezione al papato in cui (per un’improvvisa e ancora non chiarita decisione di papa Wojtyla) era stata stravolta la regola secolare della maggioranza di due terzi necessaria per eleggere un pontefice. Regola che da sempre assicura scelte largamente condivise.

Nell’aprile del 2005 era sufficiente invece il 51 per cento dei suffragi. E bastò al blocco conservatore pro-Ratzinger di esibire la maggioranza assoluta per piegare le resistenze dei dissenzienti e acquisire alla fine un voto larghissimo solo di facciata. Ma non si governa un organismo mondiale senza l’adesione profonda di una metà e forse più della comunità. In Vaticano sono consapevoli della gravità della situazione. Il cardinale Comastri, vicario papale per la Città del Vaticano, ha invitato i fedeli a "offrire tutte le preghiere per Benedetto XVI in questo difficile momento affinchè la grazia di Dio lo sostenga". Personalmente la strategia del Papa è di governare la crisi con calma e sangue freddo. Un commento ufficiale del portavoce Lombardi alla Radio vaticana registra asciuttamente che le polemiche dei media hanno fatto danni, ma che l’autorità del pontefice non è "indebolita, ma confermata". La lotta contro gli abusi sessuali, viene sottolineato, "è cruciale per la credibilità della Chiesa" e resta prioritario l’impegno a "combattere ed estirpare la piaga degli abusi ovunque si manifesti". Nella bufera Benedetto XVI sembra reggere il timone.

Da il Fatto Quotidiano del 28 marzo

26 marzo 2010

LA SPERANZA CHE SIA FINITA

Finalmente alla mezzanotte di oggi la campagna elettorale passa, si fa per dire, alla fase della riflessione. Finalmente il premier, si spera, non occuperà in maniera così invasiva i tigì per fini meramente elettorali, tanto da costringere l’agcom a multare “per squilibrio” il Tg1 e il Tg5 con la cifra irrisoria di 100.000 euro (una discreta pubblicità sarebbe costata molto di più).
Finalmente … gli Italiani, almeno si spera, capiranno a fondo la realtà che vivono l’aria che respirano, i Tigì che sono costretti ad ascoltare, asserviti al potere di un premier che pensa di essere il padrone dell’Italia, che governa come una sua azienda, con una differenza sostanziale: mentre Mediaset incrementa i guadagni, lo Stato incrementa il debito pubblico, dimenticando i lavoratori che perdono il lavoro (stando ai dati Istat circa 400.000 lavoratori nel 2009 sono stati licenziati) con la disoccupazione apparente oltre l’8% e con quella reale ormai a due cifre.
E il governo del fare? Si è fermato, anzi non è mai partito. Ha occupato il tempo sulla giustizia per salvare il premier dai processi e su alcune riforme imposte al Parlamento, sempre più cassa di risonanza del governo, come quella scolastica, che affosserà sempre più la scuola pubblica, ormai in abbandono, per non dire sotto continuo piccona mento. La Gelmini sorridente ne annuncia lo sfascio, mentre il governo, unito in questo a numerose regioni, rimpingua le casse delle scuole confessionali … ma, si sa, la Chiesa promette voti e in un periodo di magra … meglio ricorrere alle intercessioni vaticane … non si sa mai.
Finalmente i Tiggì, almeno quelli della RAI, potranno occuparsi del lavoro che si perde, degli operai sui tetti delle fabbriche, delle scuole che cadono a pezzi, delle macerie de L’Aquila, dei giovani senza futuro, dei pensionati sempre più poveri, della vera riforma della giustizia, della malasanità che ingoia l’80% delle risorse regionali, delle piccole e medie industrie. I giornalisti potranno incalzare i politici e non strisciare ai loro piedi, come le intercettazioni di Trani comprovano, potranno fare il loro vero mestiere, quello per cui i cittadini li pagano, potranno riguadagnare la dignità di un’informazione vera e corretta, seppure nei modi in cui ognuno è portato a parlarne.
La dignità … una parola per i più ormai in disuso, ma sempre a portata di mano per chi avrà il coraggio di una sana riflessione.
Finalmente il premier e la maggioranza di governo potranno interessarsi della politica, delle ragioni per cui sono stati eletti e dare almeno la speranza di un futuro alle generazioni posteggiate nel limbo della precarietà, “osare la speranza” per dirla con don Gallo.
Purtroppo il calendario del premier è già ricco di proposte che nulla hanno a che vedere con la realtà sociale, con le famiglie, con i giovani, con gli anziani. Si parlerà di processo breve o di legittimo impedimento, di giudici rossi e di magistratura politicizzata, di Bari e non di Trani, di Santoro e non d’informazione, di presidenzialismo e non di riforma elettorale ridando al cittadino la sua centralità nella vita politica di sinistra complotti sta e di giustizialismo dipietrista.
Se la frase magica per risolvere i problemi dell’Italia e dei nostri figli, deve essere “Berlusconi è al sopra della legge, anzi è la Legge”, scriviamola pure. Il premier sarà meno nervoso e potrà dedicarsi al bene comune, com’è nelle sue aspirazioni e capacità!

25 marzo 2010

Omissioni e Abusi di nostra madre chiesa

Primo Piano | antefattoblog

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24 marzo 2010
Un viaggio attraverso gli scandali che stanno investendo il Vaticano e che, dall’Irlanda agli Stati Uniti, non risparmiano certo l’Italia.

IL CORAGGIO DI PARLARE

Mi chiamo Marco Marchese. Sono stato abusato per quattro anni, da quando ne avevo dodici. Ero in seminario, pensavo di avere la vocazione”. Cominciò così, diretto, chiaro. Secco come uno schiaffo. “All’epoca abitavo a Favara, vicino ad Agrigento. Sono nato in Germania, poi quando avevo otto anni ci siamo trasferiti in Sicilia. Volevo diventare prete, almeno lo credevo. Sicché entrai in seminario: fu lì che accadde. All’epoca don Bruno era un assistente, un diacono. Divenne prete l’anno successivo. Mi legai fortemente a lui: sembrava una persona affettuosa, e io mi trovavo fuori di casa ed ero piccolo. Mi circondava di attenzioni. Il seminario, sa, è un po’ come un collegio: si mangia lì, si dorme lì. Andavamo a trovare la famiglia una volta alla settimana, spesso ogni due. Inserirsi è difficile, e trovarsi accanto una persona che si mostra amichevole, affettuosa, fa sentire meno soli”. Parlando, cincischiava con il tovagliolo di carta, un tormento gli mangiava le dita, guardava il piattino, la tazzina, il tavolo. Poi mi posò addosso il suo sguardo malinconico. “Accadde una domenica pomeriggio. Era dicembre, e fuori pioveva. In genere, nei pomeriggi di domenica, si giocava a calcetto nel cortile del seminario. Invece quella volta don Bruno venne da me e mi invitò nella sua camera a riposare. Accadeva spesso che noi ragazzi entrassimo nelle camere degli assistenti. Magari per fare due chiacchiere. Invece quel pomeriggio lui mi spogliò, mi baciò, e poi... poi abusò di me”. Per un attimo la voce vacillò, sembrò sul punto di rompersi, ma riprese. Con lentezza, in un rievocare che dava ancora dolore. “Dopo lui andò in bagno. Quando tornò mi chiese solo: ‘Ti sei sporcato?’. Mi diceva di non preoccuparmi, che non c’era nulla di male. La nostra era solo un’amicizia, un’amicizia particolare, ecco. Così mi diceva. E io gli credevo. Non avevo mai avuto esperienze sessuali, e gli credevo. Mi diceva che era normale, che era giusto. Mi diceva anche che non dovevo dirlo a nessuno, perché avrei suscitato invidie, gelosie. E io non lo dissi a nessuno. Neanche quando l’abuso si ripeté. E poi si ripeté ancora, e ancora. Soprattutto quando pioveva. Veniva a chiamarmi e io andavo da lui”. Sul suo volto fiorì un sorriso amaro, una smorfia alla propria ingenuità di un tempo. “Del resto, io mi ero convinto che la nostra fosse un’amicizia ‘divina’, come diceva lui. Era un uomo di Dio: con lui pregavo, mi fidavo. Ciecamente”. “E poi? Che cos’è accaduto?” “Dopo un anno, lui divenne prete e lasciò il seminario. Però i nostri rapporti divennero ancora più stretti, perché divenne il mio padrino di cresima. Così, nei fine settimana che avevo a disposizione e durante le vacanze, andavo a trovarlo nella sua parrocchia. E accadeva anche lì. In sacrestia. A casa sua. Nel pomeriggio. Anche la sera, se restavo a dormire. Per quattro anni”. [...]

Alla fine in tribunale non ci erano arrivati. La trasmissione [Mi manda Raitre del 15 dicembre 2006, ndr] aveva sollevato un grosso scalpore, l’avvocato della Curia aveva saputo attirare perfino le antipatie dei cattolici più accesi. Il vescovo aveva dovuto fare marcia indietro e ritirare la richiesta di danni. Anzi, fece di tutto per evitare il processo civile. Don Bruno firmò un accordo con il quale riconosceva ogni responsabilità e si impegnava a corrispondere a Marco un risarcimento per i danni morali. “Si trattava di cinquantamila euro”. Le mani adesso riposavano tranquille sul tavolo, accanto alla tazzina. “Li ho impiegati per sovvenzionare la mia associazione. Si chiama Mobilitazione Sociale. Ci occupiamo soprattutto di ascoltare e aiutare i bambini vittime di abusi”. Per la prima volta sorrise davvero. Un sorriso aperto, giovane, fiducioso. Durò solo un attimo.“C’è talmente tanto da fare, e se ne sa così poco. Il mio non è un caso isolato. Anzi. Le associazioni contro la pedofilia ricevono migliaia di telefonate, di e-mail, di segnalazioni. Non ci sono solo io. La maggior parte delle vittime non ha il coraggio di denunciare. Subisce e tace. Nonostante i dolori dentro, nonostante gli incubi, i malesseri, il desiderio di morire”. Il sole era scomparso dietro le case, il cielo scuriva, e in via dell’Orologio si accendevano i lampioni. Nell’aria tiepida della sera, la gente sciamava verso i locali, i bar, i ristoranti. Per i vicoli rimbalzavano richiami, chiacchiere, risate. Le donne avevano vestiti leggeri che ondeggiavano intorno alle gambe, tacchi che si impigliavano tra le “balate”, sorrisi come lampi di bianco. Gli uomini profumavano di dopobarba e lanciavano occhiate alle ragazze. Sembrava una serata qualunque. Il viaggio nel silenzio era appena incominciato.

DON GELMINI: “SCHERZI DA PRETE”

“Non mi hanno creduto nemmeno quando per loro facevo il corrispondente lì in Bosnia. La mia strada e quella di don Pierino si sono incrociate molte volte. In un certo momento della mia vita sono finito a vivere in un borgo della Sabina, Castel di Tora, dove il ‘Don’ aveva messo su una comunità spirituale. C’era un numero ristretto di ragazzi, tutti piuttosto avvenenti, ma ben poco spirituali . Andavano di nascosto a comprar vino e alcolici in paese. Con un paio di loro feci amicizia, entrai in confidenza. Mi confermarono quello che già sapevo. Monsignor Giovanni d’Ercole, funzionario del Vaticano con il quale ero in rapporti per via del mio lavoro, lo sapeva. L’avevo informato anni fa su don Pierino: gli avevo detto tutto, che adescava i ragazzi, che molti anni prima aveva adescato anche me assieme a un amico, e che ora era accusato dai suoi ragazzi di molestie sessuali. Padre Federico Lombardi, all’epoca direttore dei servizi giornalistici di Radio Vaticana, lo sapeva. Durante un’accesa discussione glielo dissi in faccia chi erano e cosa erano stati certi preti per me, gli dissi di don Pierino e di come l’avevo conosciuto, non batté ciglio. Poco dopo gli mandai una lettera. Lo informai fino ai dettagli: manco mi rispose. Scrissi anche alla Procura di Terni, ho fatto un esposto senza firmarmi. Mia madre era ancora viva, avevo due figli piccoli. Lottavo nella totale solitudine, e poi avevo paura che mi accusassero di smania di protagonismo. Ma lo sapevano tutti. Uno di quelli che sapevano era il vescovo di Terni, monsignor Gualdrini. E poi lo dissi al segretario della Cei, che mi attaccò il telefono in faccia. Lo dissi a monsignor Salvatore Boccaccio al tempo vescovo di Poggio Mirteto e ora di Frosinone, telefonai a don Ciotti: era perplesso, mi disse di avere le mani legate”. “Ho un dubbio atroce, Bruno. Se lo sapevano tutti, com’è stato possibile che lasciassero centinaia di ragazzi inermi nelle mani di qualcuno che avrebbe potuto approfittarsi della loro debolezza, del loro bisogno di aiuto, del loro bisogno di protezione?”. Mi guardò con amarezza, si passò una mano irruvidita in mezzo ai capelli grigi, a pettinare i pensieri. “Lo sapevano perché io lo avevo detto, e non ero mica il solo. I ragazzi della comunità lo sapevano tutti. Chi non ci stava veniva allontanato, oppure se ne andava da solo. Nessuno si è mai preso la briga di vedere cosa succedeva in queste comunità”. [...]

Di quella giornata, un ospite mi raccontò: “Il più bel regalo di compleanno, ottant’anni ieri, don Pierino Gelmini l’ha avuto da Silvio Berlusconi: dieci miliardi di vecchie lire. Il più bel regalo, senza compleanno, Berlusconi lo ha avuto da don Gelmini, sempre ieri, che ha ordinato di accoglierlo con un canto di ‘Alleluja’ a tutto volume. Ovunque entrasse il premier, prima nella sala mensa e poi nell’auditorium della Comunità Incontro, veniva preceduto dalle note gloriose riservate, in Chiesa, a onorare il Signore. Un incontro di due ego travolgenti quello di ieri ad Amelia, nella struttura per il recupero dei tossicodipendenti nata nel 1979. Don Gelmini che spiegava al premier: ‘Preferirei essere Papa che capo del governo’. Berlusconi che gli diceva, dopo avere visto i preti, destinati alla successione da don Pierino, inginocchiarsi e promettergli fedeltà: ‘Mi hai dato un’idea, quasi quasi chiamo i miei ministri azzurri e li faccio inginocchiare davanti a me...’.Una festa-show con GigiD’Alessio che cantava la sua nuova canzone Non c’è vita da buttare dedicata ai ragazzi persi e che salutava Berlusconi con un "salve collega". Amedeo Minghi che dedicava un videoclip a don Pierino. Ad Amelia, per omaggiare questo fenomenale prete, esarca precisa lui, che a ottant’anni ha una vitalità e un’energia travolgenti, sono arrivati in tanti a iniziare dal capo del comitato dei festeggiamenti, il ministro delle Telecomunicazioni Maurizio Gasparri. C’erano anche il ministro Rocco Buttiglione, il ministro Lunardi, Gustavo Selva, una sfilata di sottosegretari. Della prima Repubblica c’era l’ex ministro De Lorenzo che sembrava avere una missione: parlare con Berlusconi. E quando c’è riuscito, l’ha baciato, anche. A rappresentare l’opposizione, la presidente della Regione Maria Rita Lorenzetti, che nel salutare il padrone di casa, seduto nell’auditorium in prima fila vicino a Berlusconi, gli ha riconosciuto il grande impegno nella lotta contro la droga, ma ha anche detto: ‘Non siamo d’accordo su molte cose’. Non c’era il fratello di don Pierino, padre Eligio stava male. Una giornata lunga, iniziata di mattina presto nello studio privato di don Pierino dove sono arrivati in tanti a salutarlo, molti genitori di ragazzi salvati dalla comunità. Un padre è entrato piangendo, con una busta da lettera in mano piena di soldi da offrire a colui che aveva ridato la vita a suo figlio. ‘Era rinato qui dentro, purtroppo poi fuori non ce l’ha fatta’. Don Pierino ha preso la busta e lo ha abbracciato. ‘Suo figlio era un cantautore’, ha spiegato poi. A mezzogiorno tutti a messa. Don Pierino è entrato tra due ali di sacerdoti, seguito dal cardinale Jorge Maria Mejia. Mischiato tra i concelebranti c’era anche Alessandro Meluzzi, ex deputato azzurro, psichiatra fino a qualche giorno fa impegnato a commentare in tv gli irrecuperabili de L’Isola dei famosi, e adesso qui, in comunità di recupero, in un angolo di Umbria, con il saio da frate e la croce indosso. Nelle pause del serrato programma, Rocco Buttiglione ha parlato della sua prossima terza prova da nonno, la figlia partorirà ad agosto, e ha rivelato di aver cambiato idea su quale sia la vera vocazione della donna: ‘Credevo che fosse essere mamma. A un certo punto ho anche pensato che potesse essere suocera. Adesso che vedo mia moglie con i nipoti ho capito che la vera vocazione è quella di essere nonna. Un ruolo che la ringiovanisce di vent’anni’. Come sempre, era difficile capire se scherzava o diceva sul serio”.

IL CASO AMERICANO

A Boston cominciò così. In sordina, senza troppo rumore. L’avvocato che mise la prima pietra aveva un nome armeno, difficile da pronunciare: si chiamava Mitchell Garabedian, e non era mai stato uno di quegli avvocati inseguiti dai giornalisti all’uscita dell’aula di dibattimento. Si era laureato all’Università statale, si era sempre occupato di piccoli casi. Insomma, uno sconosciuto. Uno fra i tanti avvocati di Boston. Gli piaceva il suo lavoro; certe mattine arrivava in ufficio prestissimo e andava avanti a lavorare fino a tarda sera. Era il 1994 quando un uomo era entrato nel suo studio, s’era seduto di fronte alla vecchia scrivania, e gli aveva parlato di padre Geoghan. Mitch non lo sapeva, ma quell’incontro avrebbe segnato la sua vita. “Ero un ragazzino normale” raccontò l’uomo all’avvocato, “andavo bene a scuola e mi piaceva lo sport. Facevo anche parte di una squadra. Non avevo neanche dodici anni, ma mi dicevano che ero un bravo atleta. I miei genitori erano orgogliosi di me. Poi arrivò lui. I miei si fidavano, lo consideravano quasi una persona di famiglia: lo invitavano a cena, a qualche partita di bridge, ai compleanni. Spesso, dopo cena, mi portava fuori a prendere un gelato, a fare un giro in macchina. Nessuno ha mai saputo che mi facesse quelle cose. Non lo dissi neppure a mia madre, a mio padre. Per loro, padre Geoghan era un buon amico, un amico di tutta la famiglia. Come potevo dirgli che mi faceva quelle cose? Stavo male. Riuscivo a fare solo questo: star male. Certi giorni non andavo nemmeno a scuola, agli allenamenti. Lasciai la squadra. E comincia i a bere. Ero solo un bambino, Dio mio, ero solo un bambino”.

GLI INTOCCABILI LEGIONARI DI CRISTO

Il potere della Legione di Cristo all’interno della Chiesa è tale che Lennon, uno degli accusatori di Maciel, parlando dei rapporti tra quest’ultimo e il Vaticano, affermò: “Maciel è intoccabile. Ha lavorato con molti Papi, conosce i procedimenti interni, conosce vescovi, conosce cardinali, conosce quelli che hanno realmente il potere, e li conosce bene, molto bene”. Alejandro Espinosa, nel libro El prodigioso ilusionista, il seguito di El legionario, avanza sospetti e ipotesi inquietanti sulla vita del fondatore dei Legionari di Cristo. Già in El legionario, Espinosa aveva fatto riferimento alle “morti provvidenziali” di alcuni nemici di Maciel, ma è soprattutto nel suo secondo libro che le ipotesi si fanno dettagliate. Espinosa parte dagli anni giovanili del sacerdote, dai tempi in cui frequentava il seminario retto da suo zio, il vescovo Rafael Guizar y Valencia, e sostiene che si siano verificate circostanze quanto meno singolari, coincidenze preoccupanti. Sembra che lo stesso giorno della sua morte, il vescovo avesse avuto un’accalorata discussione con Marcial Maciel, e avesse decretato la sua espulsione per mancanza di attitudine allo studio, per mancanza di spirito di sacrificio e di vocazione al sacerdozio, oltre che per avere saputo dei suoi approcci sessuali nei confronti di seminaristi più giovani. Pare sia arrivato perfino a dire che se avesse proseguito il cammino verso l’ordinazione si sarebbe esposto alla dannazione eterna. Rafael Guizar y Valencia morì poche ore dopo. Un dettagliato resoconto sulla sua morte, racconta che fu impossibile coricarlo nel letto e dovettero lasciarlo steso al suolo, spiegando che volle giacere lì “come san Francesco”. A dodici anni dalla morte, le spoglie del vescovo furono riesumate per essere trasportate dal cimitero di Xalapa alla Cattedrale: aprendo la bara, il corpo fu trovato integro, ma i suoi capelli bianchi erano diventati rossicci. Espinosa sostiene che Maciel possa aver avvelenato lo zio con il cianuro, secondo alcune confessioni che lo stesso Maciel gli avrebbe fatto quando Alejandro era stato in seminario, e la colorazione rossiccia dei capelli dovrebbe esserne testimonianza, così come l’impossibilità di trasportare il vescovo agonizzante nel letto, poiché le convulsioni e gli spasmi dell’avvelenamento sono tali da riuscire a fratturare la colonna vertebrale. Tuttavia, padre Rafael González Hernández, il sacerdote che si è occupato della canonizzazione del vescovo, smentisce assolutamente l’ipotesi di un omicidio: “Monsignore Guizar morì nel 1938 a causa di un’insufficienza cardiaca e di un attacco di diabete. Aveva sessant’anni ma era piuttosto malandato per aver speso la vita al servizio dei fedeli”. Espinosa prosegue con l’elenco delle morti “provvidenziali” tra quelli che disturbarono Maciel. Padre Francisco Orozco Yepes morì in strane circostanze, mentre viaggiava dall’Irlanda a Roma, dove aveva il fermo proposito di denunciare le perversioni di Marcial Maciel davanti alla Sacra Rota Romana. Non si sa che cosa o chi lo convinse ad abbandonare l’aereo allo scalo di Madrid, si sa solo che preferì affittare un’automobile all’aeroporto e fare migliaia di chilometri per raggiungere Roma, dove non arrivò mai.

Un vescovo del Messico, che si opponeva al riconoscimento canonico della Legione di Cristo, fu minacciato da Marcial Maciel durante una discussione, davanti a testimoni. Pochi giorni dopo, un camion investì l’automobile del vescovo: morirono due dei suoi quattro occupanti ma il prelato riuscì a uscirne indenne. Nello stesso mese, si verificò un secondo incidente con la stessa dinamica del precedente, questa volta con esito tragico per il vescovo. Anche la morte di Juan-Manuel Fernández Amenábar, come abbiamo visto, avvenne in circostanze singolari: soffocato da un pezzo di pollo mentre era in ospedale, dove si stava riprendendo da un ictus. Perfino Juan José Vaca temeva una reazione alla lettera che inviò a Maciel quando lasciò la Legione. Perciò quella lettera, nella quale gli rimproverava il danno irreparabile che gli aveva fatto e gliene domandava conto, conteneva un avvertimento: “Desiderando essere assolutamente sincero con lei, l’informo che l’originale di questo scritto, più altre undici copie, si trovano dentro buste sigillate, in un deposito inaccessibile agli indiscreti. Queste dodici buste recano già il nome e l’indirizzo dei destinatari – alte personalità della Chiesa e della società che, nel caso, conosceranno il loro contenuto – e immediatamente giungeranno nella mani dei destinatari, in due circostanze. La prima, nel caso in cui io muoia o sparisca inaspettatamente... “.

di Vania Lucia Gaito da Il Fatto Quotidiano del 24 marzo 2010

24 marzo 2010

IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO … EPISCOPALE, (RI)DISCENDE IN POLITICA

Così, i cittadini italiani si ritrovano, in piena campagna elettorale, con due presidenti del Consiglio, di diverse istituzioni, schierati a favore della Polverini e di Cota. Sembra fantapolitica, ma è la realtà.
Il cardinale Bagnasco, presidente della Cei, il parlamento dei vescovi italiani, rompe gli indugi ed irrompe con tutta la forza di un’istituzione spirituale ed etica nella già difficile campagna elettorale, decidendo di dare una mano, com’era ovvio, al Pdl (ahi Casini, Casini …), forse in difficoltà.
Quando il finanziatore delle scuole confessionali chiama, il fruitore, dopo avere criticato l’impiego della RU486 nelle strutture pubbliche (… un “aborto prolungato e banalizzato” che rappresenta il “disconoscimento che ogni essere è per se stesso, fin dall’inizio della sua avventura umana”), risponde con parole forti e chiare: “In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene che la cittadinanza inquadri con attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale”
Chi ha orecchie per intendere, intenda. Gli elettori sappiano che la Bonino, candidata nel Lazio e la Bresso, candidata in Piemonte, hanno già preso pubblicamente posizione a favore dell’impiego della RU486 nelle strutture sanitarie delle regioni in cui sono candidate alla presidenza. Quindi … non votatele!
Poi invita i politici a tornare “sul piano della politica vera” contro gli scandali e le ruberie, equilibrando in tal modo il suo intervento. La Chiesa in ciò è magister vitae, la sua ipocrisia è proverbiale come la differenza tra il dire e il fare, due categorie da sempre usate con vantaggio.
L’Italia serva di due padroni. Almeno Pulcinella ci sapeva fare …
Votate contro chi vede nell’aborto terapeutico un’emancipazione della donna, contro chi ha liberato la donna dalle mammane e dal rischio della vita in improvvisate sale operatorie. Votate contro chi ha realizzato, attraverso la legalità, la maternità consapevole.
A quando, signor Bagnasco, la crociata contro il divorzio?
Sappia che anche in questo campo troverà la sponda favorevole dei suoi referenti politici. Non importa se hanno uno o più divorzi in … carriera.
La Sacra Rota, poi, dispensa, annullamenti a gogò. Basta pagare e tacere, anzi … alzare la voce per una famiglia composta secondo natura … da uomo e donna.
Dell’ipocrisia della Chiesa sulla pedofilia e della lettera del 18 Maggio 2001 del cardinale Ratzinger nella qualità di Prefetto della Congregazione per la fede ex Sant’Uffizio inviata ai vescovi americani. … ne parleremo in questi giorni.
L’ingerenza della Chiesa è una vergogna per l’Italia. Parlo d’ingerenza e non di espressione dei propri valori (libera di farlo), perché il signor Bagnasco ha dato un’indicazione di voto, subito raccolta da un tal prete di Roma che ha invaso la privacy di numerosi cittadini italiani con e-mail elettorali a vantaggio della Polverini. Ma se c’è una giustizia divina …