Alcuni mesi fa la bella e interessante trasmissione di RAI 3 “Report” si è interessata dei contributi che lo Stato versa (elargisce) alla stampa, intervistando anche i direttori dei maggiori quotidiani che, come ben sappiamo, sono indipendenti solo perché è scritto sulla testata.
E’ emerso un mondo incredibile: direttori strapagati e arroganti, testate fantasma, tirature irreali e compromissioni politico-elettorali.
Diceva il direttore Feltri,il più pagato, che in democrazia lo Stato deve intervenire in aiuto dellq stampa libera per garantire l’informazione, corretta (aggiungo).
Se è cosa corretta che la stampa sia libera, non condizionata da padrini o patroni d’ogni genere, è cosa ancora più corretta che l’informazione non arrivi drogata ai cittadini che non possedendo, almeno non tutti, i giusti strumenti di lettura , possono essere facilmente condizionati, come spesso accade, nelle scelte e nella formazione.
A quanto risulta il governo intende affrontare l’annoso e gravoso (oltre 110 milioni di euro) problema e il tema degli aiuti di stato ai giornali sarà uno dei temi principali della ripresa politica. Speriamo che la questione non si risolva, come al solito, all’italiana, “senza vinti né vincitori”.
Il proposito, quindi, è buono ma già si pongono dei paletti.
Lusetti della Margherita: “…Un’operazione di riordino e di moralizzazione non può penalizzare i giornali di partito (come dire: è vero c’è del marcio ma i giornali di partito vanno salvati lo stesso). Quelle sono testate vere (almeno su questo abbiamo una certezza: i soldi qualcuno limutilizza), meritano rispetto”.
Manichini, direttore di Europa: “Anche noi vogliamo che… disboschino la giungla delle sovvenzioni…Ma nello stesso tempo, vorremmo che le forze politiche ci garantissero aiuti certi (anche loro hanno famiglia…larga…per intenderci)”.
Si fanno patti e si firmano appelli bipartisan che coinvolgono l’Unità e La Padania, Liberazione e Il secolo d’Italia, allo stesso modo di quando in parlamento si discute (si discute?) degli aumenti dei parlamentari o del finanziamento ai partiti (sempre approvati all’unanimità o con qualche distinguo).
I dati, riferiti al 2003, ci dicono che l’Unità ha ricevuto 6.817 euro, l’Avvenire 5.591, Libero 5.371, Italia oggi 5.061, il Manifesto 4.442, La Padania 4.028, Il Foglio 3.512, Conquiste del lavoro 3.276, Europa 3.138.
Per avere un’ulteriore idea della grandezza dei contributi, la Padania riceve 8 miliardi c.a di vecchie lire, l’Unità 13. Il direttore Feltri, dunque, può avere uno stipendio che supera abbondantemente i 10 mila euro al mese, seguito a qualche spanna da Ferrara e Belpietro (le responsabilità sono tante, la penna è fluida…).
Editare un giornale significa fare impresa e, in un paese liberista (ad economia di mercato) l’impresa può anche fallire: è il rischio di ogni impresa.
Se un giornale non vende vuol dire che il prodotto non è buono o, se è un giornale di partito, i lettori sono pochi e occasionali. Nel primo caso o si confeziona un prodotto che il “mercato” apprezza o si chiudono i battenti. Nel secondo caso si trova una forma diversa di propaganda e di diffusione delle proprie idee. Tra l’altro i Partiti godono già di un sostanzioso finanziamento dello stato in eagione dei voti presi integrato dal tesseramento. Sta ai loro amministratori operare delle scelte. Così, se decidono di editare un giornale, allora che sia un giornale vero con veri lettori (tiratura reale: si stampino tante copie quante se ne vendono, o poco più), senza copie omaggio e con gli stipendi dei direttori adeguati non solo al valore degli stessi ma alla realtà della cassa.
Una stampa libera, in un paese in cui il cittadino stia al centro della società come soggetto attivo, faber, dovrebbe avere il compito di combattere i privilegi, invece di accamparli.
Il cittadino-lettore compra il giornale una prima volta sovvenzionandolo (a scatola chiusa) sotto forma di aiuti statali, una seconda volta pagandolo in edicola.
P.S.: Il cittadino-contribuente in Italia, direttamente o indirettamente, sovvenziona enti e imprese che altrimenti non esisterebbero o fallirebbero. Oltre ai giornali, un’altra impresa che gioca sul sicuro e l’Assicurazione che a fine anno ripiana i debiti aumentando i premi. Ma questo è un tema che affronteremo.
Borgetto 07,07,06
13 agosto 2006
04 agosto 2006
STRAGI SENZA FINE
I padri, i figli ricorderanno per sempre chi ha lanciato quel missile maledetto portatore di morte e alimentatore Le stragi dei civili non servono ad Israele, specie quando coinvolgono i bambini.
di odio e di vendetta.
Così agli Hezbollah del Libano, seppure saranno sconfitti, altri si sostituiranno, senza che il problema di fondo venga risolto.
La politica delle armi (della supposta superiorità militare) non paga. L’Afghanistan e l’Iraq ne sono un emblematico esempio.
In Afghanistan infuria la guerriglia, ma di Bin Laden nemmeno l’ombra. Che fine ha fatto? E’ possibile che il primo paese al mondo nel campo tecnico non riesca a trovare il suo nemico numero uno, quando ci sono strumenti così sofisticati che riescono o trovare perfino uno spillo? O forse è vero l’assunto che un integralismo esiste solo se esiste un altro integralismo? In Iraq è strage continua: ogni giorno decine di vite vengono immolate. Per quale giusta causa? Il Presidente Bush, che è riuscito a trasformare l’iraq in un campo di terroristi, parla da tempo di soluzione (quale?) vicina, ma la realtà ci dice un’altra cosa: il territorio iracheno continua ad essere irrigato di sangue e non si vede come la guerra in corso possa finire e come l’Iraq possa diventare un paese democratico e tranquillo.
Ciò che nella striscia di Gaza non fa più notizia. Sulla guerra in Libano si sviluppa un dibattito ipocrita e senza logica se la tregua della seguire (?) la pace o viceversa. E intanto il Paese viene distrutto e le vittime dei bombardamenti aumentano. Forse per dare ad Israele il tempo di concludere….
Si uccidono giovani vite, vengono distrutte strutture e infrastrutture diffondendo dolore e morte e odio….tanto odio.
Riflessioni scomposte di chi pensa che pochi uomini, anche se potentissimi, non possono arrogarsi il diritto di decidere il futuro di misera e di sofferenza di milioni di uomini, così come molti commentatori e opinionisti politici, tranquillamente seduti su comode poltrone di eleganti studi televisivi non possono pontificare sulla giustizia della guerra, sul diritto della forza (prof. Parsi), sul diritto all’esistenza o alla difesa d’Israele, attingendo notizie qua e là senza che mai abbiano messo piede in quei tormentati territori.
Perché prima, come tirocinio, non vanno a visitare i campi profughi, o perché non trascorrono qualche settimana a Gaza o nell’odierna Beirut? Perché non provano ad essere i padri di quei poveri corpicini straziati?
Eppure tutti, politici e opinionisti, sanno che l’inizio di un cammino sicuro anche se faticoso verso la pace parte dalla soluzione del problema palestinese.
Borgetto 03,07,06
di odio e di vendetta.
Così agli Hezbollah del Libano, seppure saranno sconfitti, altri si sostituiranno, senza che il problema di fondo venga risolto.
La politica delle armi (della supposta superiorità militare) non paga. L’Afghanistan e l’Iraq ne sono un emblematico esempio.
In Afghanistan infuria la guerriglia, ma di Bin Laden nemmeno l’ombra. Che fine ha fatto? E’ possibile che il primo paese al mondo nel campo tecnico non riesca a trovare il suo nemico numero uno, quando ci sono strumenti così sofisticati che riescono o trovare perfino uno spillo? O forse è vero l’assunto che un integralismo esiste solo se esiste un altro integralismo? In Iraq è strage continua: ogni giorno decine di vite vengono immolate. Per quale giusta causa? Il Presidente Bush, che è riuscito a trasformare l’iraq in un campo di terroristi, parla da tempo di soluzione (quale?) vicina, ma la realtà ci dice un’altra cosa: il territorio iracheno continua ad essere irrigato di sangue e non si vede come la guerra in corso possa finire e come l’Iraq possa diventare un paese democratico e tranquillo.
Ciò che nella striscia di Gaza non fa più notizia. Sulla guerra in Libano si sviluppa un dibattito ipocrita e senza logica se la tregua della seguire (?) la pace o viceversa. E intanto il Paese viene distrutto e le vittime dei bombardamenti aumentano. Forse per dare ad Israele il tempo di concludere….
Si uccidono giovani vite, vengono distrutte strutture e infrastrutture diffondendo dolore e morte e odio….tanto odio.
Riflessioni scomposte di chi pensa che pochi uomini, anche se potentissimi, non possono arrogarsi il diritto di decidere il futuro di misera e di sofferenza di milioni di uomini, così come molti commentatori e opinionisti politici, tranquillamente seduti su comode poltrone di eleganti studi televisivi non possono pontificare sulla giustizia della guerra, sul diritto della forza (prof. Parsi), sul diritto all’esistenza o alla difesa d’Israele, attingendo notizie qua e là senza che mai abbiano messo piede in quei tormentati territori.
Perché prima, come tirocinio, non vanno a visitare i campi profughi, o perché non trascorrono qualche settimana a Gaza o nell’odierna Beirut? Perché non provano ad essere i padri di quei poveri corpicini straziati?
Eppure tutti, politici e opinionisti, sanno che l’inizio di un cammino sicuro anche se faticoso verso la pace parte dalla soluzione del problema palestinese.
Borgetto 03,07,06
24 luglio 2006
L’INDULTO
Non mi sembra decorosa la polemica in corso tra il Ministro della Giustizia e il Ministro delle Infrastrutture. L’immagine del governo non ne guadagna. Certo ci si aspettava come primo atto un disegno di legge di riforma della giustizia per renderla efficiente e rapida, dando, inoltre, al cittadino la certezza delle pene.
Invece il primo atto è un momento di clemenza del tutto plausibile, dopo ben 16 anni dall’ultimo. Per cui non è vero che ogni nuovo governo vara un indulto.
Non voglio entrare in merito alla giustezza e all’opportunità del provvedimento che porterà fuori dalle patrie galere 13 mila detenuti, ma al cittadino non sfugge la mancanza della totale collegialità segnata dalla presa di posizione del ministro Di Pietro che ne contesta i contenuti.
A suo parere occorre escludere dal provvedimento i reati finanziari, societari e contro la pubblica amministrazione; in altre parole la corruzione, la concussione, il falso in bilancio.
Così, stando al testo approvato dalla Commissione Giustizia, i reati legati a Tangentopoli e Bancopoli godranno di un vero e proprio colpo di spugna, con buona pace dei contribuenti onesti e dei tanti frodati.
Ancora una volta i furbi avranno sconti e chiunque potrà cimentarsi nello sport nazionale del “reato finanziario”. Tanto, tra un condono e un indulto, chi mai avrà la certezza della pena?Borgetto 23,07,06
Invece il primo atto è un momento di clemenza del tutto plausibile, dopo ben 16 anni dall’ultimo. Per cui non è vero che ogni nuovo governo vara un indulto.
Non voglio entrare in merito alla giustezza e all’opportunità del provvedimento che porterà fuori dalle patrie galere 13 mila detenuti, ma al cittadino non sfugge la mancanza della totale collegialità segnata dalla presa di posizione del ministro Di Pietro che ne contesta i contenuti.
A suo parere occorre escludere dal provvedimento i reati finanziari, societari e contro la pubblica amministrazione; in altre parole la corruzione, la concussione, il falso in bilancio.
Così, stando al testo approvato dalla Commissione Giustizia, i reati legati a Tangentopoli e Bancopoli godranno di un vero e proprio colpo di spugna, con buona pace dei contribuenti onesti e dei tanti frodati.
Ancora una volta i furbi avranno sconti e chiunque potrà cimentarsi nello sport nazionale del “reato finanziario”. Tanto, tra un condono e un indulto, chi mai avrà la certezza della pena?Borgetto 23,07,06
LA POLITICA ESTERA NEL SEGNO DELLA DISCONTINUITA’
La scelta di Roma come sede della conferenza sul Medio Oriente è, senza dubbio, un successo del governo Prodi e del suo Ministro degli esteri che alla politica delle “pacche sulle spalle” sta sostituendo finalmente la politica dei principi e della chiarezza.
E’ un atto profondo di cambiamento, è il preludio al nuovo ruolo dell’Italia nella politica internazionale che deve vedere sempre più il nostro Paese impegnato nel costruire la pace
Ma una politica estera non si costruisce di colpo ma vuole tempo, specialmente dopo il triste quinquennio Berlusconi – Fini.
A questo punto sarebbe opportuno che i senatori-pacifisti concedessero credito al governo votando il rifinanziamento alla missione in Afghanistan senza che venga posto il voto di fiducia che è sempre un azzardo e indice di debolezza.
Votare si, non significa rinnegare i principi del pacifismo, significa mettersi al servizio dello Stato, significa essere da sprone oggi e domani a iniziative di pace che un governo di destra non potrà mai realizzare, significa, infine, dare la possibilità ad un governo che sta ben operando, di continuare a lavorare per il cittadino dopo lo sfascio del governo prcedente.
Le cose da fare, a tal proposito, sono tante e di rilevante importanza per la democrazia: la nuova legge elettorale, la legge sul conflitto d’interesse, la legge sul riordino delle frequenze, le ulteriori liberalizzazioni come liberazione dalle lobby e dai monopoli.
Borgetto 23,07,06
E’ un atto profondo di cambiamento, è il preludio al nuovo ruolo dell’Italia nella politica internazionale che deve vedere sempre più il nostro Paese impegnato nel costruire la pace
Ma una politica estera non si costruisce di colpo ma vuole tempo, specialmente dopo il triste quinquennio Berlusconi – Fini.
A questo punto sarebbe opportuno che i senatori-pacifisti concedessero credito al governo votando il rifinanziamento alla missione in Afghanistan senza che venga posto il voto di fiducia che è sempre un azzardo e indice di debolezza.
Votare si, non significa rinnegare i principi del pacifismo, significa mettersi al servizio dello Stato, significa essere da sprone oggi e domani a iniziative di pace che un governo di destra non potrà mai realizzare, significa, infine, dare la possibilità ad un governo che sta ben operando, di continuare a lavorare per il cittadino dopo lo sfascio del governo prcedente.
Le cose da fare, a tal proposito, sono tante e di rilevante importanza per la democrazia: la nuova legge elettorale, la legge sul conflitto d’interesse, la legge sul riordino delle frequenze, le ulteriori liberalizzazioni come liberazione dalle lobby e dai monopoli.
Borgetto 23,07,06
23 luglio 2006
MEOCCI E LA MULTA DI 14,3 MILIONI. CHI PAGA?
L’Autorità per le comunicazioni aveva sanzionato (27 Aprile 2006) Mocci, l’ex direttore della RAI di 373 mila euro e la RAI di 14;3 milioni di euro..
Il TAR cui era stato fatto ricorso, si è espresso negli stessi termini.
Meocci, infatti, ha ricoperto la carica di direttore generale della RAI per nove mesi in maniera illegittima, perché aveva lavorato presso l’Autorità come garante TV (all’epoca dei fatti i giornali hanno parlato abbondantemente della questione, sottolineando i motivi dell’incompatibilità.) e, quindi, a norma di legge vigente, il suo incarico risultava incompatibile.
Penso che Mocci per gli incarichi ricoperti conoscesse la normativa e forse la convinzione che la stessa si potesse impunemente violare (parodiando, così fan tutti…) o qualche velata rassicurazione avuta, l’abbiano convinto ad accettare, considerando il rischio di una tale multa. Ognuno, poi, è artefice delle proprie azioni è giusto assumersi le responsabilità delle scelte, tutte.
La multa inflitta alla RAI, cioè agli utenti, quelli che pagano il canone, è un’enormità.
E allora si pone il problema della responsabilità della nomina, operata nonostante si sapesse palesemente dell’incompatibilità dell’incarico che Meocci sarebbe andato a ricoprire.
E’ il responsabile (i responsabili, se più d’uno) del pastrocchio, pertanto, che deve pagare, avendo l’azienda subito un danno, già evidente all’epoca della nomina.
La responsabilità prima, immediata, è del Consiglio di amministrazione della RAI e più specificamente dei consiglieri di maggioranza (centro destra) che hanno accettato di votare Mocci come caldeggiava il Ministero dell’economia del Governo Berlusconi il quale non poteva non sapere…come capitava per le altre nomine.
E’ facile, quindi, trovare le responsabilità. Si conoscono nomi e cognomi. Non possono nascondersi dietro a nessuna giustificazione.
Sono stati cattivi amministratori (politici, aziendali) è hanno procurato coi loro comportamenti irresponsabili, forse dolosi, un danno di grosse proporzioni all’azienda RAI che, anche in regime di duopolio, non può sottrarre risorse al settore della concorrenza.
Il problema non si pone solo per l’affare Meocci, ma si pone nella sua oggettività e investe i vari livelli delle istituzioni. Mai un responsabile individuato che ripari il danno procurato!
E’ sempre il cittadino a pagare le colpe di altri e ben individuati soggetti colpevoli nel loro operato, in quanto sono tenuti a conoscere le leggi relative al proprio ambito di lavoro.
Occorre una legge di un solo articolo: “Chi, politici di ogni livello istituzionale, amministratori nominati o funzionari, con comportamenti dolosi, procurano un danno all’Amministrazione dello Stato, alle aziende e agli di stato, deve rifondere il danno.”
Una tale legge, chiara nella sua semplicità, andrebbe a colpire comportamenti illegittimi e illeciti che colpiscono l’amministrazione pubblica.
Borgetto 21,07,06
Il TAR cui era stato fatto ricorso, si è espresso negli stessi termini.
Meocci, infatti, ha ricoperto la carica di direttore generale della RAI per nove mesi in maniera illegittima, perché aveva lavorato presso l’Autorità come garante TV (all’epoca dei fatti i giornali hanno parlato abbondantemente della questione, sottolineando i motivi dell’incompatibilità.) e, quindi, a norma di legge vigente, il suo incarico risultava incompatibile.
Penso che Mocci per gli incarichi ricoperti conoscesse la normativa e forse la convinzione che la stessa si potesse impunemente violare (parodiando, così fan tutti…) o qualche velata rassicurazione avuta, l’abbiano convinto ad accettare, considerando il rischio di una tale multa. Ognuno, poi, è artefice delle proprie azioni è giusto assumersi le responsabilità delle scelte, tutte.
La multa inflitta alla RAI, cioè agli utenti, quelli che pagano il canone, è un’enormità.
E allora si pone il problema della responsabilità della nomina, operata nonostante si sapesse palesemente dell’incompatibilità dell’incarico che Meocci sarebbe andato a ricoprire.
E’ il responsabile (i responsabili, se più d’uno) del pastrocchio, pertanto, che deve pagare, avendo l’azienda subito un danno, già evidente all’epoca della nomina.
La responsabilità prima, immediata, è del Consiglio di amministrazione della RAI e più specificamente dei consiglieri di maggioranza (centro destra) che hanno accettato di votare Mocci come caldeggiava il Ministero dell’economia del Governo Berlusconi il quale non poteva non sapere…come capitava per le altre nomine.
E’ facile, quindi, trovare le responsabilità. Si conoscono nomi e cognomi. Non possono nascondersi dietro a nessuna giustificazione.
Sono stati cattivi amministratori (politici, aziendali) è hanno procurato coi loro comportamenti irresponsabili, forse dolosi, un danno di grosse proporzioni all’azienda RAI che, anche in regime di duopolio, non può sottrarre risorse al settore della concorrenza.
Il problema non si pone solo per l’affare Meocci, ma si pone nella sua oggettività e investe i vari livelli delle istituzioni. Mai un responsabile individuato che ripari il danno procurato!
E’ sempre il cittadino a pagare le colpe di altri e ben individuati soggetti colpevoli nel loro operato, in quanto sono tenuti a conoscere le leggi relative al proprio ambito di lavoro.
Occorre una legge di un solo articolo: “Chi, politici di ogni livello istituzionale, amministratori nominati o funzionari, con comportamenti dolosi, procurano un danno all’Amministrazione dello Stato, alle aziende e agli di stato, deve rifondere il danno.”
Una tale legge, chiara nella sua semplicità, andrebbe a colpire comportamenti illegittimi e illeciti che colpiscono l’amministrazione pubblica.
Borgetto 21,07,06
19 luglio 2006
MEDIO ORIENTE: LA PACE COME DISCONTINUITA’ COL PASSATO
Ho scritto il 17 scorso che esprimere un’opinione nel conflitto arabo-israeliano- palestinese, uscendo dalla strada tracciata da un’ipocrisia sottaciuta unita ad un servilismo umiliante, significa venire tacciati di antisemitismo….anche dai nipotini del Duce. Ed è quanto dire.
Durante il dibattito al Senato seguito alla relazione del ministro degli esteri sulla crisi Medio orientale, il senatore Andreotti ha osato uscire dalla suddetta strada, attirandosi le reazioni sdegnate del centro destra e del signor Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche. Voglio citare integralmente la frase incriminata :”Credo che ognuno di noi e fosse nato in un campo di concentramento, da cinquant’anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire, sarebbe un terrorista.”
E’ una frase vera che, d’improvviso forse con brutalità, ci costringe a togliere la testa dalla sabbia, a ritornare per un attimo uomini, ad abbandonare la corazza piumata degli struzzi.
Se vogliamo affrontare il drammatico problema, cercando una soluzione vera, non un palliativo, bisogna abbandonare i soliti schemi che, dalla prima risoluzione ONU ad oggi, non hanno risolto un bel niente.
Il diritto all’esistenza e all’autodifesa d’Israele nessuno li nega.
Ma incominciamo a parlare di diritto all’esistenza e all’autodifesa dei palestinesi.
Eliminiamo i campi profughi dando agli occupanti una patria e una dignità.
Eliminiamo le colonie dai territori assegnati ai palestinesi.
Se accusiamo di terrorismo i palestinesi delle striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata, abbiamo il coraggio di sanzionare duramente gli attacchi dell’esercito israeliano che procurano numerosi vittime tra i civili e distruggono le poche strutture come centrali nucleari o ospedali. Se condanniamo il rapimento dei soldati israeliani perché permettiamo che ministri di un governo democraticamente e legittimamente eletto vengano prelevati e trasferiti nelle prigioni d’Israele, con quale diritto?
Se promuoviamo una veglia di solidarietà per i cittadini israeliani perché non ne promoviamo una per i cittadini palestinesi?
Perché le richieste di tregua del governo libanese, del G8 e di Kofi Annan non vengono prese in considerazione dal premier Olmert che, invece, rilancia l’offensiva, cosa dicono i nostri bravi ed esperti politici?
Certo , “la discontinuità” in questo caso li farebbe pensare troppo, ne affaticherebbe la mente “in tutt’altre faccende affaccendata”. E così il Medio-oriente sarà sempre più una palude, Israele costruirà muri, i palestinesi faranno qualche attentato e subiranno la solita reazione, gli hezbollah, la Siria e l’Iran strumentalizzeranno la situazione e Bush avrà un colpevole da indicare e possibilmente da colpire con l’aiuto della comunità internazionale e che, proprio per questo, sarà sempre più forte e , questo è l’aspetto più grave, punto di riferimento dei palestinesi più oltranzisti e del mondo arabo. Insomma, una guerra senza fine.
Borgetto 19, 07,06
Durante il dibattito al Senato seguito alla relazione del ministro degli esteri sulla crisi Medio orientale, il senatore Andreotti ha osato uscire dalla suddetta strada, attirandosi le reazioni sdegnate del centro destra e del signor Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche. Voglio citare integralmente la frase incriminata :”Credo che ognuno di noi e fosse nato in un campo di concentramento, da cinquant’anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire, sarebbe un terrorista.”
E’ una frase vera che, d’improvviso forse con brutalità, ci costringe a togliere la testa dalla sabbia, a ritornare per un attimo uomini, ad abbandonare la corazza piumata degli struzzi.
Se vogliamo affrontare il drammatico problema, cercando una soluzione vera, non un palliativo, bisogna abbandonare i soliti schemi che, dalla prima risoluzione ONU ad oggi, non hanno risolto un bel niente.
Il diritto all’esistenza e all’autodifesa d’Israele nessuno li nega.
Ma incominciamo a parlare di diritto all’esistenza e all’autodifesa dei palestinesi.
Eliminiamo i campi profughi dando agli occupanti una patria e una dignità.
Eliminiamo le colonie dai territori assegnati ai palestinesi.
Se accusiamo di terrorismo i palestinesi delle striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata, abbiamo il coraggio di sanzionare duramente gli attacchi dell’esercito israeliano che procurano numerosi vittime tra i civili e distruggono le poche strutture come centrali nucleari o ospedali. Se condanniamo il rapimento dei soldati israeliani perché permettiamo che ministri di un governo democraticamente e legittimamente eletto vengano prelevati e trasferiti nelle prigioni d’Israele, con quale diritto?
Se promuoviamo una veglia di solidarietà per i cittadini israeliani perché non ne promoviamo una per i cittadini palestinesi?
Perché le richieste di tregua del governo libanese, del G8 e di Kofi Annan non vengono prese in considerazione dal premier Olmert che, invece, rilancia l’offensiva, cosa dicono i nostri bravi ed esperti politici?
Certo , “la discontinuità” in questo caso li farebbe pensare troppo, ne affaticherebbe la mente “in tutt’altre faccende affaccendata”. E così il Medio-oriente sarà sempre più una palude, Israele costruirà muri, i palestinesi faranno qualche attentato e subiranno la solita reazione, gli hezbollah, la Siria e l’Iran strumentalizzeranno la situazione e Bush avrà un colpevole da indicare e possibilmente da colpire con l’aiuto della comunità internazionale e che, proprio per questo, sarà sempre più forte e , questo è l’aspetto più grave, punto di riferimento dei palestinesi più oltranzisti e del mondo arabo. Insomma, una guerra senza fine.
Borgetto 19, 07,06
18 luglio 2006
MEDIO-ORIENTE : LA PACE NECESSARIA
“Ebrei, Cristiani e Musulmani stanno riscrivendo la storia della loroo origine, con lo stesso sangue di Abele.
In quanto tale, questa storia non è soltanto palestinese,, è universale.” (Adonis, poeta libanese)
Dissertare sulle cause del conflitto arabo-israeliano-palestinese e indicarne una soluzione è cosa ardua per esperti di politica orientali. Ma, cosa assai più ardua, è esprimere un’opinione in merito, in quanto si corre il rischio, se non si percorre la strada già tracciata dalla quale non è lecito uscire, di essere accusato, come minimo, di antisemitismo.
In uno stato di guerra non di chiarata ma continua con centinaia di morti tra i cittadini inermi e distruzioni di strutture civili, come centrali elettriche, ponti, aeroporti e quartieri residenziali individuati come covi di terroristi, avere l’ardire della somma verità nell’indicare i colpevoli, non è né razionale né utile per cercare una soluzione affinché due popoli prima e un’intera regioni, poi, trovino la pace.
La pace in Palestina quasi sicuramente rappresenterebbe il disarmo dei gruppi integralisti ne di tutti i…terroristi e un passo decisivo verso una convivenza serena tra i popoli della regione.
Gli atti di intransigenza unilaterali, l’uso della forza a qualsiasi costo, in quanto convinti di essere invincibili,o il “daremo una lezione che non dimenticheranno più”, non risolvono il problema, anzi lo aggravano, aggiungono legna al fuoco alimentandolo, significa allungare una catena d’odio senza fine che legherà le mani e la mente dei figli e dei figli dei figli…
Chi ha iniziato? Arriveremmo a Caino. Con quale profitto? Le cose rimarrebbero come stanno perché Caino giustificherebbe il suo atto.
Le dichiarazioni degli uomini di governo e i commentatori fanno riferimento alle risoluzioni dell’ONU, ognuna segnata da un diverso numero. Cosa dicono? Difficilmente l’opinione pubblica ne conosce il contenuto. Ma la prima, se non erro, prevedeva la nascita di due Stati: uno, Israele, è nato ed è un paese avanzato, l’altro, la Palestina, non c’è ancora e se nascerà, come è legittimo, sarà formato dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza separati da “un corridoio israeliano”. Ma che almeno nasca! Realmente indipendente e autonomo!
I “Grandi”, mentre la guerra in Libano rischia di degenerare, riuniti a San Pietroburgo, non trovano di meglio che condannare le milizie islamiche per i loro atti di terrorismo e chiedono ad Israele moderazione e aperture ai palestinesi. E’ il vecchio ritornello che si ripete da anni, è una pura formalità: Israele farà come avrà deciso di fare forte del cappello protettivo di Bush che ha già individuato, da parecchi anni ormai, l’impero del male; Hamas e gli Hezbollah, la Siria, l’Iran strumentalizzeranno la situazione, mentre i palestinesi piangeranno la loro sorte.
E’ giusto che Israele Abbia il diritto all’esistenza, ma è anche giusto che i palestinesi godano dello stesso diritto.
E’ giusto che Israele abbia il diritto di difendersi, ma è anche giusto che i palestinesi godano dello stesso diritto.
Se esiste un solo Stato, ci sono sicuramente delle responsabilità e oggi non è più lecito nascondere la realtà (uno stato di guerra fa vivere male e gli israeliani e i palestinesi). E’ arrivato il momento della svolta: applicare la prima risoluzione dell’ONU senza limiti imposti, mentre Israele restituirà i territori illegittimamente colonizzati ai palestinesi e quelli occupati durante le varie guerre ai paesi confinanti.
Sarebbe un atto di grande maturità politica che i “Grandi” si impegneranno a far rispettare.
Borgetto 17,07,06
In quanto tale, questa storia non è soltanto palestinese,, è universale.” (Adonis, poeta libanese)
Dissertare sulle cause del conflitto arabo-israeliano-palestinese e indicarne una soluzione è cosa ardua per esperti di politica orientali. Ma, cosa assai più ardua, è esprimere un’opinione in merito, in quanto si corre il rischio, se non si percorre la strada già tracciata dalla quale non è lecito uscire, di essere accusato, come minimo, di antisemitismo.
In uno stato di guerra non di chiarata ma continua con centinaia di morti tra i cittadini inermi e distruzioni di strutture civili, come centrali elettriche, ponti, aeroporti e quartieri residenziali individuati come covi di terroristi, avere l’ardire della somma verità nell’indicare i colpevoli, non è né razionale né utile per cercare una soluzione affinché due popoli prima e un’intera regioni, poi, trovino la pace.
La pace in Palestina quasi sicuramente rappresenterebbe il disarmo dei gruppi integralisti ne di tutti i…terroristi e un passo decisivo verso una convivenza serena tra i popoli della regione.
Gli atti di intransigenza unilaterali, l’uso della forza a qualsiasi costo, in quanto convinti di essere invincibili,o il “daremo una lezione che non dimenticheranno più”, non risolvono il problema, anzi lo aggravano, aggiungono legna al fuoco alimentandolo, significa allungare una catena d’odio senza fine che legherà le mani e la mente dei figli e dei figli dei figli…
Chi ha iniziato? Arriveremmo a Caino. Con quale profitto? Le cose rimarrebbero come stanno perché Caino giustificherebbe il suo atto.
Le dichiarazioni degli uomini di governo e i commentatori fanno riferimento alle risoluzioni dell’ONU, ognuna segnata da un diverso numero. Cosa dicono? Difficilmente l’opinione pubblica ne conosce il contenuto. Ma la prima, se non erro, prevedeva la nascita di due Stati: uno, Israele, è nato ed è un paese avanzato, l’altro, la Palestina, non c’è ancora e se nascerà, come è legittimo, sarà formato dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza separati da “un corridoio israeliano”. Ma che almeno nasca! Realmente indipendente e autonomo!
I “Grandi”, mentre la guerra in Libano rischia di degenerare, riuniti a San Pietroburgo, non trovano di meglio che condannare le milizie islamiche per i loro atti di terrorismo e chiedono ad Israele moderazione e aperture ai palestinesi. E’ il vecchio ritornello che si ripete da anni, è una pura formalità: Israele farà come avrà deciso di fare forte del cappello protettivo di Bush che ha già individuato, da parecchi anni ormai, l’impero del male; Hamas e gli Hezbollah, la Siria, l’Iran strumentalizzeranno la situazione, mentre i palestinesi piangeranno la loro sorte.
E’ giusto che Israele Abbia il diritto all’esistenza, ma è anche giusto che i palestinesi godano dello stesso diritto.
E’ giusto che Israele abbia il diritto di difendersi, ma è anche giusto che i palestinesi godano dello stesso diritto.
Se esiste un solo Stato, ci sono sicuramente delle responsabilità e oggi non è più lecito nascondere la realtà (uno stato di guerra fa vivere male e gli israeliani e i palestinesi). E’ arrivato il momento della svolta: applicare la prima risoluzione dell’ONU senza limiti imposti, mentre Israele restituirà i territori illegittimamente colonizzati ai palestinesi e quelli occupati durante le varie guerre ai paesi confinanti.
Sarebbe un atto di grande maturità politica che i “Grandi” si impegneranno a far rispettare.
Borgetto 17,07,06
13 luglio 2006
UN GIUDICE CORAGGIOSO A MILANO
Il giudice Perozziello (seconda sezione penale del Tribunale di Milano) in un’ordinanza afferma che lo sciopero degli avvocati è illegittimo perché “non sono stati rispettati i vincoli di preavviso e di durata” previsti.
Agli avvocati che sostengono che la loro è una protesta “in difesa dei valori costituzionali ( o dei valori …bollati?) ovvero per gravi attentati ai diritti fondamentali dei cittadini e alle garanzie essenziali del processo”, il giudice Perozziello , dopo aver affermato che il Decreto Bersani sulle liberalizzazioni non lede i diritti costituzionali, risponde che “le questioni poste a fondamento dell’astensione risultano semplicemente estranee alla specifica materia delle garanzie del processo”, che lo sciopero tocca solo aspetti strettamente inerenti la disciplina della professione forense” che doveva seguire le regole. E poiché “l’astensione dalle udienze appare dichiarata in violazione delle regole previste, il giudice rigetta la richiesta di rinvio (delle udienze)”.
Ringrazio a nome della “lobby dei cittadini” il giudice Perozziello e mi auguro che altri, tanti, lo seguano in quello che può sembrare un atto di coraggio, ma che più semplicemente è un atto dovuto in difesa della Costituzione e del diritto del cittadino alla difesa.Borgetto 12,07,06
Agli avvocati che sostengono che la loro è una protesta “in difesa dei valori costituzionali ( o dei valori …bollati?) ovvero per gravi attentati ai diritti fondamentali dei cittadini e alle garanzie essenziali del processo”, il giudice Perozziello , dopo aver affermato che il Decreto Bersani sulle liberalizzazioni non lede i diritti costituzionali, risponde che “le questioni poste a fondamento dell’astensione risultano semplicemente estranee alla specifica materia delle garanzie del processo”, che lo sciopero tocca solo aspetti strettamente inerenti la disciplina della professione forense” che doveva seguire le regole. E poiché “l’astensione dalle udienze appare dichiarata in violazione delle regole previste, il giudice rigetta la richiesta di rinvio (delle udienze)”.
Ringrazio a nome della “lobby dei cittadini” il giudice Perozziello e mi auguro che altri, tanti, lo seguano in quello che può sembrare un atto di coraggio, ma che più semplicemente è un atto dovuto in difesa della Costituzione e del diritto del cittadino alla difesa.Borgetto 12,07,06
L’AFGHANISTAN E I DISSIDENTI-PACIFISTI
D’Alema minaccia le dimissioni se i cosiddetti dissidenti-pacifisti non voteranno il rifinanziamento delle missioni italiane, in primis quella in Afghanistan, rifiutando stravaganze”, cioè, immagino, soluzione pasticciate e di dubbio valore sulla politica estera italiana.
Sicuramente i pacifisti, fuori e dentro il Parlamento, portano avanti il valore assoluto e imprescindibile della pace che va perseguita ad ogni costo e sempre, senza se e senza ma.
Ma oggi, non rifinanziare la missione in Afghanistan sarebbe esiziale per il governo, per altro ad appena due mesi dall’insediamento, a causa della stentata maggioranza al Senato che deve indurre a serie riflessioni.
Non si può essere così “coglioni” da permettere a Berlusconi , a Calderoni e ai post-fascisti di Fini di rientrare in gioco. Sarebbe un ritorno al passato più triste!
E’ indubbio che un messaggio di discontinuità va dato. Innanzitutto è stato risolto, a quanto pare, il problema della presenza di militari italiani in Iraq. Riguardo all’Afghanistan i dissidenti -pacifisti ricorderanno che non è stato un intervento unilaterale americano ma deciso in sede ONU e la missione italiana è in ambito NATO. Ciò non significa che il ruolo dell’Italia non sia modificabile ed è giusto che chi si è sempre battuto contro ogni guerra ponga il problema del ritiro; ma è anche vero che l’Italia ha assunto in antecedenza degli impegni che nell’immediato deve mantenere.
E’, pertanto, auspicabile che, prima della discussione a Montecitorio, il presidente Prodi e il ministro D’Alema incontrino i parlamentari dissidenti (l’umiltà è sempre l’arma più giusta), che chiariscano le ragioni del governo, che non sono peregrine ma pregnanti, e che si assumano l’impegno che l’Italia si farà promotrice di una iniziativa che prevede per L’Afghanistan la fine dell’egemonia guerriera degli Stati Uniti e metta in luce le vere ragioni del conflitto ormai troppo lungo, quasi un’occupazione.
In fondo, l’art. 11 della nostra Costituzione ripudia il ricorso alla guerra per dirimere le controversie internazionali.
Borgetto 12,07,06
Sicuramente i pacifisti, fuori e dentro il Parlamento, portano avanti il valore assoluto e imprescindibile della pace che va perseguita ad ogni costo e sempre, senza se e senza ma.
Ma oggi, non rifinanziare la missione in Afghanistan sarebbe esiziale per il governo, per altro ad appena due mesi dall’insediamento, a causa della stentata maggioranza al Senato che deve indurre a serie riflessioni.
Non si può essere così “coglioni” da permettere a Berlusconi , a Calderoni e ai post-fascisti di Fini di rientrare in gioco. Sarebbe un ritorno al passato più triste!
E’ indubbio che un messaggio di discontinuità va dato. Innanzitutto è stato risolto, a quanto pare, il problema della presenza di militari italiani in Iraq. Riguardo all’Afghanistan i dissidenti -pacifisti ricorderanno che non è stato un intervento unilaterale americano ma deciso in sede ONU e la missione italiana è in ambito NATO. Ciò non significa che il ruolo dell’Italia non sia modificabile ed è giusto che chi si è sempre battuto contro ogni guerra ponga il problema del ritiro; ma è anche vero che l’Italia ha assunto in antecedenza degli impegni che nell’immediato deve mantenere.
E’, pertanto, auspicabile che, prima della discussione a Montecitorio, il presidente Prodi e il ministro D’Alema incontrino i parlamentari dissidenti (l’umiltà è sempre l’arma più giusta), che chiariscano le ragioni del governo, che non sono peregrine ma pregnanti, e che si assumano l’impegno che l’Italia si farà promotrice di una iniziativa che prevede per L’Afghanistan la fine dell’egemonia guerriera degli Stati Uniti e metta in luce le vere ragioni del conflitto ormai troppo lungo, quasi un’occupazione.
In fondo, l’art. 11 della nostra Costituzione ripudia il ricorso alla guerra per dirimere le controversie internazionali.
Borgetto 12,07,06
11 luglio 2006
LO SCIOPERO DEGLI AVVOCATI
Gli avvocati protestano contro il Decreto Bersani sulle liberalizzazioni e si asterranno dal lavoro, ovvero sciopereranno, per 12 giorni a partire dal 10 Luglio (non ci dicono se sono conteggiati i sabati e le domeniche).
L’astensione dal lavoro è prevista dalla Costituzione e a questa forma di lotta ricorrono i lavoratori, avverso al loro datore di lavoro, per difendere diritti lesi o chiedere il rispetto del contratto o il congruo rinnovo dello stesso già scaduto.
Ma la protesta degli avvocati, pur legittima , contro chi è diretta? Quale ne è l’oggetto?
Il governo, verso cui, mi sembra, protestino, non è il loro datore di lavoro che, se non erro, è dato dall’insieme composito di cittadini che hanno da risolvere un contenzioso. Sono loro che subiscono un danno, innanzitutto morale, in quanto vedranno ritardare l’iter del procedimento processuale e aumentare le spese. Insomma, è sempre il povero diavolo a pagare vedendo, per di più, umiliati i propri diritti proprio da chi paga perché li difenda.
Allora, bisogna chiamare la “protesta” col giusto nome, una “pressione” che l’”Ordine” intende esercitare sul governo per indurlo a ritirare la parte del Decreto che li riguarda.
Potrebbero praticare la pressione in modo diverso, continuando ad esercitare la funzioni per cui vengono pagati da una parte che, non dimentichiamolo, è “terza”: autosospendendosi da pagamento delle tasse per i giorni di protesta (in questo caso 12 su 365), non fumando e non acquistando benzina e alcolici (danneggiando così l’erario), recandosi in Tribunale con la barba e i capelli incolti o…difendendo gratuitamente i poveri…
Ma lasciando in pace i cittadini- clienti, compiendo il proprio dovere di professionisti!
Ma perché gli avvocati protestano avverso al decreto Bersani? Perché si abbarbicano tanto alla tariffa minima (ma minima quanto?)? Perché non vogliono creare all’interno delle professioni una vera e libera concorrenza che farebbe piazza pulita di colleghi ciarlatani, impreparati e deontologicamente non corretti?
La risposta immediata è una sola: non vogliono perdere privilegi, si badi bene in una società liberale e liberista, che lucrano sui loro colleghi più giovani (usati nel praticantato) e sulle disgrazie dei comuni mortali.
Certo 12 giorni continui di astensione dal lavoro nessun lavoratore., dal metalmeccanico al dirigente, può permetterselo, ma non gli avvocati… loro recupereranno. Guadagneranno così bene (tanto?) che possono permettersi, oltre alle ferie, un diritto in quanto lavoratori, 12 e più giorni di sciopero. Non bisogna pensar male, ma, permettetemi, gatta ci cova!
Borsetto 11,07,06
L’astensione dal lavoro è prevista dalla Costituzione e a questa forma di lotta ricorrono i lavoratori, avverso al loro datore di lavoro, per difendere diritti lesi o chiedere il rispetto del contratto o il congruo rinnovo dello stesso già scaduto.
Ma la protesta degli avvocati, pur legittima , contro chi è diretta? Quale ne è l’oggetto?
Il governo, verso cui, mi sembra, protestino, non è il loro datore di lavoro che, se non erro, è dato dall’insieme composito di cittadini che hanno da risolvere un contenzioso. Sono loro che subiscono un danno, innanzitutto morale, in quanto vedranno ritardare l’iter del procedimento processuale e aumentare le spese. Insomma, è sempre il povero diavolo a pagare vedendo, per di più, umiliati i propri diritti proprio da chi paga perché li difenda.
Allora, bisogna chiamare la “protesta” col giusto nome, una “pressione” che l’”Ordine” intende esercitare sul governo per indurlo a ritirare la parte del Decreto che li riguarda.
Potrebbero praticare la pressione in modo diverso, continuando ad esercitare la funzioni per cui vengono pagati da una parte che, non dimentichiamolo, è “terza”: autosospendendosi da pagamento delle tasse per i giorni di protesta (in questo caso 12 su 365), non fumando e non acquistando benzina e alcolici (danneggiando così l’erario), recandosi in Tribunale con la barba e i capelli incolti o…difendendo gratuitamente i poveri…
Ma lasciando in pace i cittadini- clienti, compiendo il proprio dovere di professionisti!
Ma perché gli avvocati protestano avverso al decreto Bersani? Perché si abbarbicano tanto alla tariffa minima (ma minima quanto?)? Perché non vogliono creare all’interno delle professioni una vera e libera concorrenza che farebbe piazza pulita di colleghi ciarlatani, impreparati e deontologicamente non corretti?
La risposta immediata è una sola: non vogliono perdere privilegi, si badi bene in una società liberale e liberista, che lucrano sui loro colleghi più giovani (usati nel praticantato) e sulle disgrazie dei comuni mortali.
Certo 12 giorni continui di astensione dal lavoro nessun lavoratore., dal metalmeccanico al dirigente, può permetterselo, ma non gli avvocati… loro recupereranno. Guadagneranno così bene (tanto?) che possono permettersi, oltre alle ferie, un diritto in quanto lavoratori, 12 e più giorni di sciopero. Non bisogna pensar male, ma, permettetemi, gatta ci cova!
Borsetto 11,07,06
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