11 gennaio 2010

tratto da pisanotizie.it

ROSARNO

Il rosso e il nero
Il sangue e la pelle
Le strade urlano
Macabri riti di morte
La fatica umiliata
Ha rotto gli argini
Della pena rappresa
E ha trovato il fuoco
Nella terra mafiata
L'odio di pochi
È l'oltraggio di tutti
La memoria è persa
Resta solo la carcassa
Dell'orgoglio meridiano
Del dolore di un tempo
Quando si andava lontano
A soffrire gli sputi
La ragione è morta?
Parla Rosarno
Un linguaggio di vita
La piana e il mare
Custodiscono ancora
Parole gentili?

Carmelo Calabrò

tratti da Repubblica.it

Epifani: non c'è equilibrio tra le due aliquote
Oggi il sindacato presenta il suo piano
Tasse, la Cgil boccia la riforma
"Poco ai poveri, troppo ai ricchi"
di LUISA GRION


ROMA - Non gli piacciono i tempi: la riforma fiscale rilanciata da Berlusconi vuol cambiare tutto dopo, per non cambiare nulla adesso. Ma non è d'accordo nemmeno sui numeri: due aliquote sono troppo poche perché non rispettano la progressività e anche le percentuali scelte non vanno bene. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, boccia il piano del governo sul fisco. "E' una mossa furba, propagandistica - commenta - fatta apposta per rimandare decisioni che dovrebbero essere prese subito. Si propone un progetto globale, che chiede tempi lunghi e approfondimenti, e si tralasciano interventi - come le detrazioni - che potrebbero invece dare sollievo immediato alle famiglie impoverite dalla crisi". Non solo: "Anche le due aliquote di cui si parla sono sbagliate perché la prima, quella al 23 per cento, è troppo alta, dovrebbe scendere al 20. E la seconda, quella del 33, è troppo bassa. Così facendo si promettono grandi risparmi ai redditi medio alti, ma si concede poco a chi ha entrate ridotte".

Insomma l'idea che la Cgil ha sul fisco è abbastanza diversa da quella prospettata dal premier e le proposte che proprio oggi il sindacato presenterà all'attenzione di Berlusconi poggiano su basi diverse: riduzione delle tasse per cento euro al mese per redditi da lavoro e pensionati e recupero dell'evasione. Il mix di interventi che porterebbe a questi obiettivi, nei piani della Cgil, fa base su una riforma Irpef che per il periodo 2010-2012 dovrebbe costare 19,8 miliardi. Dovrebbe comprendere la riduzione della prima aliquota dal 23 al 20 per cento - appunto - e della terza dal 38 al 36; un aumento delle detrazioni per i redditi da lavoro dipendente e da pensione per almeno 500 euro entro marzo; l'innalzamento e unificazione delle quote esenti. In più la tassazione delle rendite finanziarie al 20 per cento e una tassazione extra per grandi patrimoni (sopra gli 800 mila euro).



Ma se la Cgil la pensa in un altro modo, un netto "sì" alla riforma delle due aliquote è arrivata dalla Lega e dal ministro Maroni: "E' una proposta che condividiamo - ha detto - in questa fase è giusta e può far ripartire l'economia". Via libera anche dal ministro Brunetta, che però è d'accordo con "la cautela di Tremonti" e guarda anche al bilancio: "la riforma si farà entro la fine della legislatura", ma la minore tassazione sui redditi, ha precisato, dovrà accompagnarsi ad una maggiore tassazione sui consumi. Maggioranza a parte, aperture sul piano del governo arrivano anche dalla nuova formazione di Rutelli, Alleanza per l'Italia. "La doppia aliquota, se accompagnata da adeguati meccanismi di esenzione e di deduzioni, può essere un sistema che va nella direzione giusta" ha detto Linda Lanzillotta. Quanto all'accusa mossa ieri da Bersani di puntare a un fisco utile ai ricchi, a rispondere è Della Vedova, deputato Pdl: "La riduzione delle aliquote marginali aumenta e non riduce il contributo percentuale dei ricchi al gettito - ha commentato - Limitarle a due e ridurre quella massima permette una guerra totale all'evasione".
(11 gennaio 2010)
Maxi sconto dai 40mila euro in su
ma tutto si giocherà sulle deduzioni
Le riduzioni del prelievo si trasformano in una galoppata per i redditi molto alti
La riforma procura allo Stato un gettito inferiore: Tremonti, per questo, resta prudentedi ROBERTO MANIA


Due sole aliquote fiscali al posto delle attuali cinque: la più bassa del 23 per cento per i redditi fino a 100 mila euro, la più alta del 33 per cento per tutti i redditi superiori. È il nocciolo del progetto di riforma tributaria annunciata dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Intorno ad esso il governo intende costruire un nuovo sistema fiscale spostando il prelievo dalle persone (Irpef o Ire) alle cose (Iva), realizzando il federalismo fiscale e sfoltendo la giungla delle norme fiscali. Un nuovo patto fiscale, anche "un'avventura intellettuale", come dice il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, per aggiornare il rapporto tra il fisco e un sistema produttivo dove, accanto alla grande fabbrica degli anni 70, ci sono sei milioni di piccoli imprenditori oltre ad una quota (un quarto di tutta l'occupazione) del tutto anomala tra i Paesi Ocse di lavoro autonomo.

Dunque è dalle due aliquote che si può cominciare a ragionare e a simulare le conseguenze sui contribuenti, sapendo che per salvaguardare la progressività del sistema fiscale così come impone la Costituzione (articolo 53) si dovrà agire sul meccanismo delle deduzioni (preferite dal governo alle detrazioni) con lo scopo di ridurre la base imponibile. Per questa ragione sembra scontato che le deduzioni interesseranno solo i redditi più bassi e soprattutto le famiglie.

Due aliquote e sconti (in attesa delle deduzioni) sui redditi più alti. L'ufficio studi della Cgia di Mestre ha elaborato per Repubblica alcune simulazioni, nelle quali ha modificato la curva delle aliquote lasciando inalterato l'attuale meccanismo delle detrazioni. Il primo risultato è che i maggiori sgravi si concentrano, per ora, sui redditi più alti (a partire dai 40 mila euro) ma che comunque la rimodulazione delle aliquote comporta un prelievo complessivamente inferiore. Questo aiuta a capire la cautela con la quale il titolare dell'Economia Tremonti intende muoversi in questa partita, tanto più in uno scenario recessivo nel quale il crollo del Pil (intorno ai 6 punti) ha portato con sé il calo delle entrate senza alcuna riduzione della spesa.


Nel caso di una famiglia con due redditi di 21.500 euro e un figlio a carico, lo sconto annuo con la nuova ipotetica curva dell'Irpef si aggirerebbe intorno ai 520 euro, pari a poco più di 40 euro al mese. Maggiore e assai più significativo lo sgravio per un lavoratore dipendente con moglie e un figlio a carico e un reddito di 30 mila euro. In questo caso il prelievo Irpef scenderebbe dagli attuali 5.626 euro a 4.806 con una differenza di 820 euro, pari a quasi 70 euro al mese.

Il vero spartiacque è costituito dalla soglia dei 40 mila euro. Perché, senza più considerare i carichi famigliari, fino a 30 mila euro lo sconto supera di poco gli 800 euro l'anno, ma arrivati a 40 mila euro di reddito lo sgravio schizza a oltre 2 mila euro (2.320), con un risparmio che sfiora ogni mese i 200 euro. Le riduzioni del prelievo si trasformano in una vera e propria galoppata per i maxi redditi: a 100 mila euro si superano i 13 mila e a quota 110 mila si arriva a 14.170.
(11 gennaio 2010)

09 gennaio 2010

LE QUOTE ITALIANE e lo sconcertoeuropeo

di Alessandro Cislin
O gni volta che la Gelmini cita l’Europa, i funzionari
europei rispondono con ilari schiamazzi convertiti
pubblicamente in un diplomatico silenzio. Era
successo ad esempio con la decantata valorizzazione
dell’inglese che, nelle modalità imposte dalla ministra,
ovvero scegliendo il risparmio e i tagli di insegnanti,
perciò penalizzando le altre lingue europee,
ha subito incontrato l’altolà di Bruxelles. In questo
caso però si decompone anche l’ilarità e resiste solo
lo sgomento. La norma del trenta per cento è talmente
clamorosa che sta facendo il giro del mondo nei
blog di ogni lingua e latitudine. Un giro di telefonate
con gli operatori della scuola in Inghilterra, Francia,
Germania e Spagna – interpellando anche insegnanti
di destra – lo conferma: la misura è ritenuta ovunque
“fa s c i s t a ” e porrebbe l’Italia al di fuori non solo
dell’Europa ma dell’intero ambito del diritto internazionale.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti
del Fanciullo, ratificata e resa esecutiva dalla legge
176 del 1991, stabilisce l’assenza di limiti di sorta, e
men che meno di origine etnica, religiosa o linguistica
alla “gratuità dell’insegnamento”, prevedendo
“l’offerta di una sovvenzione finanziaria in caso di necessità”
(articolo 28), e precisando che l’offerta formativa
debba formularsi “indipendentemente dalla
nazionalità, status di immigrazione o apolidia” (ar ticolo
2). La Convenzione europea dei diritti dell’uomo
è un po’ più scarna ma stabilisce ugualmente
che: “Il diritto all’istruzione non può essere
rifiutato a nessuno”. In pratica non ci
possono essere limiti, e quindi le quote sono
inimmaginabili. E qui il diritto non è
un’astratta formulazione ma il risultato univoco
e concreto delle più disparate tradizioni
europee in materia di integrazione. Ai
poli opposti: il pragmatismo britannico,
che accetta e tutela territori etnicamente
separati, e l’etica transalpina della “cito -
ye n n e t é ”, che ambisce a un’egualitaria formazione
universale ai valori della nazione.
In ambedue i casi la discriminazione risulterebbe inconcepibile:
nel primo suonerebbe come una forzatura
illiberale, nel secondo come une un’astrusa costrizione
a uscire dal proprio quartiere per trovare un
istituto sufficientemente denso di “autoctoni” da poter
rientrare nelle quote. La norma del trenta per cento
non trova infatti pari nel resto dell’Unione Europea,
dove le uniche discriminazioni ammissibili sono
quelle “p o s i t i ve ” nei confronti degli immigrati, non
certo “quelle” negative. Non è cioè pensabile stabilire
“un massimo di”, tutt’al più lo è il “minimo” sta -
bilito a beneficio degli stranieri, come avviene in alcuni
settori dell’amministrazione. Un precedente tuttavia
c’è ed è rappresentato dalla Croazia. Il caso di
quattordici ragazzi rom inseriti in classi separate è
giunto all’attenzione della Corte europea dei diritti
dell’uomo. La risposta dei giudici di Strasburgo è stata
ambigua ma pesante: non possiamo intervenire sulla
legislazione di Zagabria, ma le famiglie devono esser
risarcite di duemila euro di danni morali cui vanno
sommate le spese legali. Forse i consulenti della Gelmini
non l’hanno informata sulle probabili conseguenze
del suo dono al populismo leghista. La reazione
europea non consisterà solo in qualche richiesta
di “chiar imento” o in qualche editto morale di
“condanna”. Si tratterà forse di tirar fuori soldi pubblici
per affrontare contenziosi continentali e le relative
sconfitte, che dall’Italia si annunciano ben più
estese rispetto alla piccola Croazia. La Commissione
per ora schiva: “Aspettiamo i risultati concreti”, ben
sapendo però che l’esito sarà giudiziario, a spese dei
contribuenti italiani, oltre che dei diritti universali.

07 gennaio 2010

Da: Repubblica.it

IL RESTROSCENA Processo breve allargato a tutti i reati ma con tetti temporali graduati
Le parti lese, mentre la causa sarà sospesa, potranno rivalersi in sede civile
Ecco il lodo in formato costituzionale
si potrà usare anche cambiando carica
di LIANA MILELLA


ROMA - Questa volta sarà un lodo "reiterabile". E non sarà neppure "rinunciabile". Significa che Berlusconi non solo ne fruirà subito, in quanto premier, ma ne potrà godere anche nel corso della legislatura o in una successiva qualora dovesse occupare un'altra delle tre alte cariche (presidenti Repubblica, Senato, Camera) "protette" dal futuro scudo costituzionale per congelare i processi penali in corso. Non solo: al lodo ter, che arriva dopo i due già bocciati dalla Consulta e firmati da Schifani e Alfano, né il Cavaliere né gli altri vertici dello Stato potranno rinunciare. Giusto il contrario di quanto prevedeva il lodo Alfano, col quale, finito l'incarico, il premier doveva affrontare di nuovo il dibattimento.

Sarà depositato in Senato la prossima settimana, ma del lodo Quagliariello-Centaro cominciano a filtrare indiscrezioni. Che per certo, per via del contenuto, non saranno gradite all'opposizione e sono destinate a suscitare polemiche. Soprattutto perché si saldano con le modifiche al processo breve, fresco di summit ad Arcore tra il Cavaliere, il Guardasigilli Angelino Alfano e il suo avvocato Niccolò Ghedini. Cambiamenti che non attenuano affatto le caratteristiche di una legge ad personam che il Csm ha bocciato come "inedita amnistia". La riforma della giustizia, che Berlusconi promette per il 2010, parte dal gioco delle tre carte - lodo congela-processi, legittimo impedimento, processo breve - che ha nel premier l'unico protagonista e persegue un obiettivo, cancellare in un modo o nell'altro i processi Mills e Mediaset.

Cominciamo dal lodo ter, l'ultima creatura nel lungo elenco delle leggi scritte per salvare Berlusconi. Il testo è pronto. Visionato ad Arcore con tanto di via libera. Ci hanno lavorato il vice presidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello e il numero due della commissione Giustizia Roberto Centaro. Prevede un triplice intervento sulla Costituzione, agli articoli 68, 90 e 96, i tre che si occupano delle tutele dei parlamentari, del capo dello Stato, del premier e dei ministri. Tre righe in più in ognuno dei tre, con una formula sempre identica in cui cambia soltanto la qualifica della carica garantita dalla nuova tutela. "Fatte salve le disposizioni contenute nel presente articolo, i processi penali del presidente della Camera e del Senato (oppure del presidente della Repubblica, o ancora del solo presidente del Consiglio e non dei singoli ministri) sono sospesi fino al termine dell'esercizio delle funzioni e della carica".


All'integrazione costituzionale seguono le regole processuali per disciplinare i futuri dibattimenti sospesi. Quella, già contenuta nel defunto lodo Alfano, per cui le altre parti del processo possono nel frattempo rivalersi in sede civile. E quelle sulla reiterabilità e la non rinunciabilità. Due scelte motivate dal fatto che il nuovo lodo costituzionale, secondo chi lo ha scritto, non riguarda la singola persona che ne fruisce, ma la carica che riveste. Due scelte che potrebbero diventare una mina nel testo in quanto furono già sanzionate dalla Consulta quando esaminò e bocciò nel 2004 il lodo Schifani. Uno scudo reiterabile rischia di bloccare per un tempo anche molto lungo il processo.

Assicurato lo scontro con l'Idv, assai probabile quello con Pd, a rischio anche l'intesa con l'Udc che ha "regalato" a Berlusconi la via di fuga del legittimo impedimento. Col gioco delle tre carte il premier e i suoi attaché chiedono troppo. Casini ha messo sul piatto, per 18 mesi, la possibilità di considerare gli impegni istituzionali del premier un motivo sempre valido per rinviare praticamente sempre le udienze, ma chiedeva in cambio di ritirare il processo breve. E Berlusconi che fa? Cerca di cambiargli nome e da processo breve vuole ribattezzarlo processo "certo". Ma ne lascia inalterata la potenzialità distruttiva, anzi l'amplifica. La versione originaria prevedeva l'obbligo del processo breve (due anni per ogni fase) solo per i reati sotto i 10 anni. Adesso riguarderà tutti i delitti, anche quelli più gravi (mafia e terrorismo) con l'escamotage della durata differente. Ne fruiranno tutti, pure i recidivi, altrimenti sarebbe stato incostituzionale. Due anni e sei mesi per i processi sotto i dieci anni, tre per quelli al di sopra. Le norme entreranno in vigore subito, per i crimini, indultabili, commessi prima del maggio 2006. Quindi riguarderanno anche Berlusconi. Il gioco delle tre carte, appunto.
(07 gennaio 2010)

05 gennaio 2010

Dialogo, inciuci, legge ad personam, giustizia ad personam. Idv fuori ruolo: viva l’Italia

Dopo l’attentato al premier, “dialogo” è la parola più scritta e più pronunciata. In un momento in cui le parole hanno perso il loro giusto significato, mi sembra opportuno trascrivere la definizione che il dizionario Garzanti dà della parola “dialogo”: “comunicazione costante tra persone o tra gruppi che permette di eliminare o ridurre gli elementi di dissenso e favorisce la comprensione reciproca: …il governo ha avviato un dialogo con l’opposizione.”
Il governo, infatti, per bocca di tutti i suoi rappresentanti dichiara non solo d’essere pronto al dialogo, ma offre all’opposizione, come atto di buona volontà, di partire dalla bozza Violante.
Quasi da non crederci!
Dal canto suo l’opposizione, Casini e Finocchiaro, con qualche ovvio distinguo, si dichiarano pronti. Tutti contenti …politici e cittadini, elettori e astensionisti!
Troppo bello, perché sia vero!
Una statuetta e “il clima d’odio”, giustamente, ha lasciato campo al “clima dell’amore”, ma … c’è un ma il concerto manca di qualche strumento e alcune note appaiono stonate.
Al concerto manca l’”eversivo” (la definizione, salvo mentita, è del coordinatore Bondi) partito di Di Pietro, condizione sine qua non, a quanto pare, posta dal Pdl ormai PdA. Finora il Pd dice e non dice, dichiara e smentisce, ma una posizione ferma e chiara non è pervenuta. O, forse sì, se la dichiarazione di Letta, il vicesegretario di Bersani, può essere considerata chiara e illuminante: “Con questa continua rincorsa Di Pietro e De Magistris sono i migliori alleati di Berlusconi, noi continuiamo a sulla nostra linea di sostegno e di difesa del capo dello Stato e della sua posizione da favore delle riforme e dell’interesse nazionale”.
Giusto, politicamente corretto, come vuole il buon senso della maggioranza…ma che un discreto numero di iscritti e simpatizzanti del Pd non gradisce e, guarda caso, ha votato Idv. Letta e compagni dove pensano che peschi l’Idv, dal Pdl o dalla Lega?
Aprire gli occhi è un dovere di tutta l’opposizione, in modo particolare del Pdl che, dopo tutte le fregature prese da Belusconi & company, dovrebbe essere diventato più furbo. Dovrebbe capire che senza l’alleanza con l’Idv, anche se riesce ad agganciare l’Udc (Casini candidato premier?), non vincerà le lezioni, ma soprattutto, dovrebbe capire lo scopo vero di quest’anomala apertura di Berlusconi, anomala perché numerosi sono i paletti posti e sottaciuti (chissà perché!) dal Pd.
Mi riesce difficile, infatti, pensare che Bersani non si renda conto che la blanda opposizione del Pd e l’ancora più blanda dell’Udc, porterà all’approvazione del processo breve o del legittimo impedimento o del terzo lodo o … forse è proprio questo che vuole. Poi griderà agli italiani che solo la schiacciante maggioranza parlamentare governativa ha causato il disastro del processo breve…ma stiano tranquilli gli italiani che sulle riforme saranno molto duri…nel caso raccoglieranno le firme per il referendum … l’opposizione saprà reagire compatta a…
Parole, per chiosare un’antica canzone, parole, parole, soltanto parole…come se l’opposizione non abbia altri strumenti per far sentire pesantemente la propria presenza.
Ancora una volta, quindi, la propaganda nei media, le contrapposizioni strumentali del momento nasconderanno l’inciucio (Dizionario Garzanti: ”accordo politico non lineare, frutto di basso compromesso”.). Ancora una volta Berlusconi otterrà quello che desidera, ancora una volta i cittadini si sveglieranno ancora più disuguali, ancora una volta la giustizia avrà … fatto il suo corso.
Ancora una volta il centrosinistra, col trattino o senza non importa, perderà le lezioni, la Lega aumenterà i consensi, l’Idv pure, il Pd ritroverà D’Alema al capezzale per l’estrema unzione.
Per finire cito due brevi dichiarazioni, la prima di Cicchitto, la seconda di Bonaiuti: “…i disegni di legge che riguardano il processo breve e il legittimo impedimento è giusto che facciano il loro corso…a elezioni regionali fatte può decollare il confronto sulle riforme istituzionali e sulle riforme globali sulla giustizia”. “…sul legittimo impedimento e sul processo breve il centrodestra può andare avanti anche da solo a maggioranza perché non si tratta di leggi ad personam come fingono di non capire certi esponenti dell’opposizione, si tratta di una giustizia ad personam che ha colpito il presidente del Consiglio.”
Non penso sia necessario commentare le suddette dichiarazioni. Gl’Italiani, di destra, di centro e di sinistra, le capiscono abbastanza bene: salviamo, innanzitutto, Berlusconi, poi si vedrà… Vedrete che l’Amore regnerà sovrano e l’epoca di Berlusconi supererà il ventennio senza preoccupazioni.
Non so se gli elettori di centro sinistra resisteranno, nonostante i Letta, i Bersani, i Veltroni i D’Alema… Viva l’Italia!

22 dicembre 2009

IL PAPA DIMENTICA ROMERO di Maurizio Chierici

Dietro la polemica che accompagna la beatificazione di Pio
XII, fa malinconia un nome che non c’è. Le “virtù eroiche” del
vescovo Romero ucciso in Salvador vengono rimandate a chissà
quando. Dava voce alla speranza delle folle contadine schiacciate
dalla dottrina Reagan, America centrale nelle mani di squadre
della morte finanziate da Washington: 6 milioni di dollari al giorno
ai militari del Salvador. Romero non invita alla disobbedienza. Mai
un’omelia di rancore. Nell’ultima predica supplica i “ f ra t e l l i
militari” ad abbassare le armi. “Parlate lo stesso dialetto; siete
cresciuti negli stessi villaggi...”. Provocazione rivoluzionaria per le
grandi famiglie riunite nella bandiera dell’anticomunismo in difesa
del “mondo libero”. In realtà affari con multinazionali infastidite
dalla chiesa dei poveri e da un primate che rifiutava le tovaglie
ricamate. Anche il Vaticano guardava con sospetto. Giovanni Paolo
II stava strappando la Polonia dai gironi di Mosca. E la piccola
America dei fedeli e dei preti perseguitati non veniva considerata
Chiesa del Silenzio come la Chiesa di Varsavia. In Salvador uccisi
quattro giovani sacerdoti consacrati da Romero, il suo confessore e
amico, sindacalisti e militanti nell’associazionismo cristiano. E la
dinamite sbriciola la redazione di Orientacion, radio e giornale
della Chiesa. Romero implora il Vaticano, ma Giovanni Paolo II non
vede le sue lettere: c’è chi le filtra per non disturbare la strategia
che attorno a Wall Street finanziava Solidarnosc e l’opposizione
polacca. Quando il Papa lo riceve, allontana con mano brusca le
carte che raccolgono le sofferenze di un popolo. Parlano pochi
minuti. “Un minuto per la fotografia” è l’impressione che Romero
confessa al giornalista al quale affida la solitudine. “Finalmente” lo
uccidono sull’altare, 24 marzo 1980. E il massacro continua:
missionari protestanti, sei gesuiti dell’università e Marianela
Garcia Villas: raccoglieva i corpi dei desaparecidos e denunciava la
sperimentazione Usa di bombe al fosforo sulle proteste contadine.
Nel primo viaggio in Salvador, Papa Wojtyla visita la tomba del
vescovo definendolo “zelante pastore”, insomma, curato di una
campagna tranquilla. Adesso il Romero escluso dal decreto di
Benedetto XVI. Beato degli oppressi sarà Jerzy Popieluszko,
sacerdote che marciava con gli operai in sciopero nella Polonia
della dittatura rossa. Continua a marciare dopo la legge
marziale dell’81. Assassinato nel 1984, unica vittima
della Chiesa del silenzio polacca. Adesso, Romero
messo da parte dalla diffidenza vaticana a proposito
della teologia della liberazione svuotata negli anni di
Wojtyla. Solo alla fine ne riconosce l’importanza. Jesus
Delgado, segretario di Romero e vicario della diocesi di
San Salvador, ricorda che “tre o quattro cardinali si
oppongono alla beatificazione” interpretata come
approvazione romana ai sacerdoti che si mescolavano
alle speranze della gente, approvazione che infastidisce
la destra cattolica. Non importa se mezzo milione di
fedeli hanno firmato un appello, se 104 nazioni
sollecitano il Papa. Le chiese anglicana e protestante lo
commemorano come martire. Ma l’impegno di Vicenzo
Paglia, postulante e vescovo di Terni, non scuote chi è
impaurito dal sacrificio di Romero. Povero prete
lontano dai labirinti delle gerarchie.

tratto da:"Il fatto quotidiano" del 22/12/09

21 dicembre 2009

Il Partito delle libertà ovvero il Partito dell’amore

La politica, dicono alcuni, è la scienza del possibile. Io, quindi, mi chiedo: è possibile che, dopo l’aggressione subita, Berlusconi e il Pdl, ormai divenuto il Partito dell’amore, cambino modo di porsi nell’affrontare la tematica politica?
È una domanda complessa, alla quale non si può rispondere con un si o un no, anche se, sinceramente, la mia risposta istintiva è “no”. Vediamo, allora, come l’istinto arriva ad una tale risposta, utilizzando gli strumenti di valutazione in suo possesso e i comportamenti dei soggetti presi in considerazione.
Inizio col fare due considerazioni:
1– Il Pdl e la Lega hanno vinto le elezioni e in Parlamento possono contare su una larga maggioranza e in forza della famosa legge elettorale, definita una porcata, si è potuto indicare nella scheda il nome del Presidente del Consiglio.
2- Il Presidente del Consiglio, nominato dal Presidente della Repubblica, nelle cui mani ha prestato giuramento, ha il diritto, dopo il voto di fiducia accordato da ciascuna Camera, di governare il Paese nel rispetto, seguendo, però, delle regole costituzionali.
Da quanto espresso, emerge che il Presidente del Consiglio è stato solo indicato da una maggioranza di cittadini, che ciò non gli dà né il diritto di nomina, giacché a questo provvede il Presidente della Repubblica, né quello di governare considerando il Parlamento un accidente (ad oggi si registrano ben 27 voti di fiducia sulle leggi finanziarie e sulle…riforme), e, infine, che il Parlamento può negargli in qualsiasi momento la fiducia.
Solo una riforma costituzionale può modificare tali regole…non le percentuali dei sondaggi.
Il problema, a mio avviso, non è la riforma costituzionale, ma il come e il cosa, oltre all’atteggiamento che sarà tenuto nei confronti dell’opposizione che non si può ridurre, come vuole (non uso “vorrebbe”) la maggioranza, al solo Pd, perché una riforma di grande valore istituzionale deve avere il contributo di tutti.
Il vero problema è, in ogni modo, un altro e riguarda il Presidente del Consiglio e le sue implicazioni giudiziarie.
Dopo la bocciatura del “lodo Alfano” ritenuto incostituzionale dalla Suprema Corte (lo stesso era accaduto per il “lodo Schifani”), ecco “il processo breve”, che così come è congegnato non è che un’altra legge ad personam per salvare il Premier dai processi pendenti. La maggioranza tenta di presentarlo, così è stato per le intercettazioni, come necessario per dare una risposta veloce ai tanti cittadini che attendono anni per avere giustizia. Bene! Penso che tutti siamo d’accordo su questo principio. Sia approvato il provvedimento senza distinzione di reato e senza che riguardi i processi in corso.
Ciò non darebbe adito ad illazioni d’alcun genere, non si parlerebbe più di una velata amnistia, verrebbe resa giustizia a tutti i cittadini, verrebbe a cadere la teoria dalemiana che “certi inciuci farebbero bene al Paese” e, soprattutto, il Presidente del Consiglio allontanerebbe dalla sua persona anche il minimo dubbio che il governo lavora solo “per salvarlo”.
Ma Casini e parte del Pd arrivano in soccorso col “legittimo impedimento”, che farebbe scivolare i processi del Premier a data da destinarsi. Non è malaccio, si dice, anche perché la prescrizione si bloccherebbe, ma non dicono che nel frattempo il Parlamento approverebbe la riforma costituzionale con relativa immunità parlamentare.
Il tutto, naturalmente, salverebbe capre (il Premier e la maggioranza) e cavoli (l’opposizione Pd-Udc) e non si parlerebbe d’inciucio.
Considerando la reazione avute dal Presidente del Consiglio, dai suoi alleati e dai mezzi di stampa, Tv e giornali, che in lui s’intravedono, verso la Corte, i cui componenti (ne sono stati salvati appena quattro, forse quelli che hanno votato per la costituzionalità) sono stati additati a pubblico ludibrio come comunisti (ormai con questo termine di indicano i peggiori, gli infidi e chi più ne ha più ne metta, una cosa di cui vergognarsi) e forse corresponsabili di un complotto, unendo a questi il Presidente della Repubblica Napolitano nonché i suoi due predecessori, Scalfaro e Ciampi, notando il cosiddetto clima d’odio (anche questo unilateralmente e sconsideratamente addebitato all’opposizione) che stampa e Tv versano a piene mani tra i cittadini, come a strumentalizzare il gravissimo episodio di violenza subito dal Premier (vedi il discorso di Cicchitto, in cui si criminalizzano persone e testate giornalistiche ben definite), accertato acquisito come vero l’assunto che tutto quello che propone la maggioranza è buono e giusto e l’opposizione non fa altro che ostacolarne l’approvazione ed esaminando le ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio e dei suoi tanti e ben istruiti portavoce in relazione alle mani tese del Partito dell’amore (è il nuovo messaggio mediatico che ormai è diventato uno slogan di verità), che nascondono un malcelato ricatto e un evidente diktat (insomma, fate i bravi e mettete da parte i…e allora…), sono convinto che la risposta è “no”.
L’odio, la violenza verbale, l’aver trasformato l’avversario politico in nemico, è difficile dire che siano imputabili ai “comunisti” (tutti quelli che si oppongono ai disegni del premier…anche Fini). Eppure tutti dimenticano le esternazioni non certo rasserenatrici dei vari ministri, per esempio Brunetta, del Pdl, dello stesso Premier e degli organi di stampa a lui vicini. La cosa grave è che i notabili della coalizione di maggioranza continuano, irresponsabilmente, come si può costatare nelle loro dichiarazioni, cercando di mettere all’angolo l’opposizione che, dal canto suo, balbetta e batte in ritirata, invece di far capire ai cittadini che al di sopra di ogni azione politica non c’è la volontà di nessuno di noi, ma c’è la costituzione e che, sembra una cosa senso, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione” (art. 1).

04 dicembre 2009

Non tutti i mali vengono per nuocere

Doni divini
Il terremoto in Abruzzo, un affare per la Chiesa
di Cecilia Maria Calamani [30 nov 2009]

Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, così commentò il terremoto in Abruzzo del 6 aprile scorso: “Il Signore ha voluto che in questa settimana santa, in qualche modo anche loro (gli abruzzesi, ndr) partecipassero, diciamo così, alla sofferenza e alla sua passione […] In questa tragedia vogliamo vedere qualcosa di positivo, in fondo il Signore quando ci fa partecipare delle sue sofferenze è perché vuol farci anche partecipare del valore della sua resurrezione”. Parole che suscitarono lo sdegno di tanti: Fanzaga dichiarava, in sostanza, che il terremoto – circa trecento morti, 1600 feriti, 65mila sfollati, interi paesi rasi al suolo – fosse una specie di regalo di Dio.

Dopo averlo criticato aspramente allora, oggi ci stiamo chiedendo se Fanzaga non avesse in qualche modo ragione, visto che per la Chiesa il terremoto abruzzese è stato, dal punto di vista economico, una manna dal cielo.

Infatti il Governo ha devoluto alla ristrutturazione di chiese e immobili ecclesiastici danneggiati dal terremoto gran parte della quota dell’8 per mille statale (14 milioni di euro) stanziata per “interventi per il sisma in Abruzzo”. Tutte opere che avrebbero dovuto essere finanziate dal fondo “edilizia di culto” compreso nella quota di 8 per mille destinata alla Chiesa.

Ma c’è di più. E’ notizia di questi giorni che la procura dell’Aquila abbia aperto un fascicolo in cui si ipotizzano i reati di peculato e distrazione di fondi pubblici per la costruzione della “Casa dello studente” nel capoluogo abruzzese.

L’edificio è stato costruito in soli 90 giorni con i fondi della Regione Lombardia (7,5 milioni di euro) su un terreno non edificabile di proprietà della Curia, la quale ha concesso solo il ‘diritto di superficie’ per trent’anni. Ciò significa che trascorso tale periodo tornerà ad essere proprietaria del terreno (divenuto nel frattempo edificabile) e in più dell’edificio realizzato con i soldi pubblici.

Il tutto grazie a un accordo – stipulato senza alcuna evidenza pubblica – tra Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, Roberto Formigoni, governatore lombardo, Gianni Chiodi, governatore abruzzese, Giuseppe Molinari, vescovo dell’Aquila, Massimo Cialente, sindaco dell’Aquila e Stefania Pezzopane, presidente della Provincia.

Un iter inconsueto, per la magistratura, rispetto a quello adottato per le opere costruite o in via di costruzione nelle zone terremotate dell’Abruzzo: la Protezione civile, negli altri casi, ha preventivamente espropriato i terreni.

Trionfali, Berlusconi e Formigoni hanno inaugurato la nuova opera – per Formigoni “simbolo dell’amicizia tra l’Aquila e Milano” e, aggiungiamo noi, di totale riverenza a Santa Romana Chiesa – lo scorso 4 novembre.

Due le considerazioni da fare.
La prima: speriamo che il Papa elargisca questa ‘perdonanza’ a Berlusconi prima che lui e i suoi adepti devolvano tutti i nostri soldi al Vaticano. La seconda: forse Livio Fanzaga – cattivo gusto a parte – ha lanciato un messaggio subliminale che i più al momento non hanno colto. Forse.

Fonte del post: http://www.cronachelaiche.it/2009/11/le-vacche-grasse-del-terremoto-in-abruzzo/


postato da: Deicida alle ore 13:44 | Permalink | commenti (6)
categoria:8x1000, fondi pubblici, padre livio, affari chiesa, doni divini
venerdì, 27 novembre 2009
Avviso ai lettori del blog
tratto da wwwNon tutti i mali vengono per nuocere.deicida.it

30 novembre 2009

Una lettera che ci parla del profondo rosso in cui questo Paese sta precipitando.

LA LETTERA. Il direttore generale della Luiss
avremmo voluto che l'Italia fosse diversa e abbiamo fallito
"Figlio mio, lascia questo Paese"
di PIER LUIGI CELLI


L'università La Sapienza di Roma
Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L'autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
(30 novembre 2009)
tratto da Repubblica.it

26 novembre 2009

POVERA ITALIA

Non c'è più limite a niente. Un giornalista che minaccia se stesso, scomodando persino le BR! E' mancato l'autoseguestro e la gambizzazione! Povera Italia!


VOLANTINO BRIGATISTA A 'IL GIORNALE',
L'AUTORE È IL GIORNALISTA MINACCIATO


È stato lo stesso destinatario delle minacce, un giornalista collaboratore della sede genovese del 'Giornalè, a scrivere il falso volantino delle Brigate Rosse recapitato in redazione. Lo hanno accertato gli agenti della Digos di Genova che hanno denunciato l'uomo per simulazione di reato e procurato allarme. La lettera minatoria, scritta a mano e con una stella a cinque punte, era stata rinvenuta la settimana scorsa sotto la porta d'ingresso della redazione genovese del quotidiano. Conteneva minacce nei confronti della redazione, del capo della sede Massimiliano Lussana e del giornalista collaboratore Francesco Guzzardi, «colpevoli» di aver compiuto inchieste giornalistiche sulla Valbisagno. Immediatamente è stata presentata una denuncia in questura e sono state avviate le indagini che questa mattina hanno portato alla clamorosa soluzione. Francesco Guzzardi avrebbe confessato agli agenti di aver agito per far uscire allo scoperto una vicenda di minacce gravi da parte di malavitosi e di nomadi della periferia genovese della quale lo stesso giornalista e la sua famiglia sarebbero stati oggetto nelle scorse settimane. Il capo della redazione genovese del Giornale, Lussana, nel dichiarare il proprio stupore per quanto emerso dall'indagine, ha voluto ringraziare «lettori ed istituzioni per la solidarietà e la vicinanza espresse in questi giorni al Giornale».


tratto da: "Leggo cronaca" online del 25/11/09