101 deputati del Pdl hanno firmato una lettera critica sulla possibilità dei medici di denunciare i clandestini. Appare molto strano che ciò sia potuto accadere.
Impensabile, eppure è successo!
Berlusconi dichiara di essere vicino ai firmatari e che la norma non prevede alcun obbligo. Va oltre perché non ha mai condiviso l’idea delle ronde voluta dalla Lega che spesso si dimostra “esigente su molte cose”. Alla fine, d’accordo Bossi, un “equilibrio si troverà”.
Il luogo delle dichiarazioni è Bruxelles dove si sta svolgendo il vertice del Ppe. Considerate l’abitudine alle smentite del premier e l’interesse contingente che il Pdl venga ammesso nel Ppe, queste prese di posizione oltre a essere tarde sembrano oltremodo strumentali. Attenti, quindi a prenderle sul serio.
L’opposizione, penso a Franceschini, ha a portata di mano un jolly di grande potenzialità, un’occasione che le viene offerta in un piatto d’argento. Può finalmente incalzare la maggioranza sulle sue sicurezze e cercare di indebolire la coesione della maggioranza e la forza del suo premier che si presenta pieno di incertezza.
La possibilità dei medici di denunciare i clandestini ammalati e le ronde sostitutive delle forze di polizia possono esssere un’arma formidabile, basta saperne approfittare!
20 marzo 2009
18 marzo 2009
IL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA
Il 5 marzo scorso il Cipe ha approvato il “pacchetto infrastrutture” che prevede la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, per il quale sono stati stanziati 1,3 miliardi di euro.
Nella solita passerella Tv, i soliti ministri e i soliti portavoce hanno emesso grida di giubilo.
O proclami di giubilo? Si vedrà, poiché non è questo il punto.
Non voglio, infatti, dissertare se era questo il momento di “buttare “ nel pozzo di san patrizio del ponte una cifra così consistente che, in un momento di profonda crisi economica e con un Pil in caduta libera, poteva essere “distratta” per risolvere altri e più immediati problemi.
Non spetta a me, semplice cittadino, la responsabilità della decisione. Ho però, visto che i soldi sono dei cittadini, il diritto di esprimere la mia opinione.
Di là dal momento contingente e della presenza di problemi molto più urgenti (edilizia scolastica, mancanza di risorse per la polizia e la giustizia, le numerose piccole e medie imprese che stanno chiudendo, il grave problema energetico, la caduta libera dei consumi….), il ponte sarà una delle tante cattedrali nel deserto (mare, nel caso), che non risolverà alcun problema relativo al rilancio dell’economia della Sicilia o della Calabria.
Questo lo sa bene il governatore “per l’autonomia” (mi vien da ridere, ma il problema è tragico!), onorevole Lombardo che, pur di arraffare qualche contributo che eviti il fallimento per bancarotta di città come Catania o Palermo, fa proprie tutte e tre le posizioni delle famose scimmiette (quando sostituiranno l’attuale logo nella bandiera siciliana?).
Il governatore fa finta di non vedere né sentire e, quindi non parla.
Io non so se 1,300miliardi di euro sarebbero sufficienti a raddoppiare la linea ferrata che da Palermo porta a Messina e viceversa, ma potrebbero essere utilizzate per rendere attuale una rete ferroviaria siciliana che dire del terzo mondo non ha più senso.
La Palermo – Messina, anche se elettrificata, è a binario unico; i treni che arrivano dal “continente” (o vanno al…) si trasformano in locali e sono soggetti alle famose coincidenze, cioè a lunghe attese nelle stazioni che dovrebbero essere solo di passaggio. È come se la tratta di 230 chilometri si allungasse del doppio. Il passeggero che sale a Messina sa quando sale, ma non sa quando scenderà.
La Palermo- Trapani è da incubo. Su questa linea, non elettrificata, operano ancora le “littorine”, un reperto di archeologia industriale che risalgono, il nome stesso lo ricorda (fasci littori), al ventennio (allora, per onor del vero, fiore all’occhiello del regime). La distanza di appena 105 chilometri si percorre da ore 2,30 a ore 3,50 (da orario di Trenitalia) salvo imprevisti. È, senza dubbio, una linea storica e allora usiamola come tale, come i trenini svizzeri che si arrampicano sul Bernina.
La Palermo-Agrigento, la Catania-Agrigento, la Catania-Gela ricordano i pionieri, ma con una differenza: loro correvano verso il futuro e lo realizzavano.
La Castelvetrano-Porto Empedoche è stata chiusa e periodicamente dicono che sarà riaperta. Promesse, senza la lungimiranza che una riapertura aggiornata potrebbe favorire il turismo in una zona ricca di testimonianze storiche rilevanti. Basta pensare a Selinunte.
I Cuffaro e i suoi predecessori, Lombardo, il governatore autonomista, “a tutt’altre faccende affaccendati a queste cose sono morti e sotterrati”, come dice il poeta.
Dovrebbero scendere in strada e dire un chiarissimo NO al ponte, almeno fino a quando i collegamenti tra le province non saranno realizzati come in ogni paese avanzato.
Che senso ha avere il ponte se i principali collegamenti tra le varie località turistiche sono da terzo mondo? Cosa volete che serva al turista attraversare lo stretto, risparmiando un’ora di tempo, se poi non trova adeguate infrastrutture?
Non è un problema d’impatto ambientale, ma un problema d’impatto mentale di una classe politica al tramonto che manca di un progetto di progresso, che sperpera il denaro pubblico impunemente e che non ha, quindi, il minimo rispetto del cittadino.
Non sarebbe più corretto chiedere ai siciliani, i referendum conoscitivi esistono, cosa ne pensano o avete paura del risultato, nascondendo l’arroganza dietro la giustificazione che siete stati eletti per governare?
Nella solita passerella Tv, i soliti ministri e i soliti portavoce hanno emesso grida di giubilo.
O proclami di giubilo? Si vedrà, poiché non è questo il punto.
Non voglio, infatti, dissertare se era questo il momento di “buttare “ nel pozzo di san patrizio del ponte una cifra così consistente che, in un momento di profonda crisi economica e con un Pil in caduta libera, poteva essere “distratta” per risolvere altri e più immediati problemi.
Non spetta a me, semplice cittadino, la responsabilità della decisione. Ho però, visto che i soldi sono dei cittadini, il diritto di esprimere la mia opinione.
Di là dal momento contingente e della presenza di problemi molto più urgenti (edilizia scolastica, mancanza di risorse per la polizia e la giustizia, le numerose piccole e medie imprese che stanno chiudendo, il grave problema energetico, la caduta libera dei consumi….), il ponte sarà una delle tante cattedrali nel deserto (mare, nel caso), che non risolverà alcun problema relativo al rilancio dell’economia della Sicilia o della Calabria.
Questo lo sa bene il governatore “per l’autonomia” (mi vien da ridere, ma il problema è tragico!), onorevole Lombardo che, pur di arraffare qualche contributo che eviti il fallimento per bancarotta di città come Catania o Palermo, fa proprie tutte e tre le posizioni delle famose scimmiette (quando sostituiranno l’attuale logo nella bandiera siciliana?).
Il governatore fa finta di non vedere né sentire e, quindi non parla.
Io non so se 1,300miliardi di euro sarebbero sufficienti a raddoppiare la linea ferrata che da Palermo porta a Messina e viceversa, ma potrebbero essere utilizzate per rendere attuale una rete ferroviaria siciliana che dire del terzo mondo non ha più senso.
La Palermo – Messina, anche se elettrificata, è a binario unico; i treni che arrivano dal “continente” (o vanno al…) si trasformano in locali e sono soggetti alle famose coincidenze, cioè a lunghe attese nelle stazioni che dovrebbero essere solo di passaggio. È come se la tratta di 230 chilometri si allungasse del doppio. Il passeggero che sale a Messina sa quando sale, ma non sa quando scenderà.
La Palermo- Trapani è da incubo. Su questa linea, non elettrificata, operano ancora le “littorine”, un reperto di archeologia industriale che risalgono, il nome stesso lo ricorda (fasci littori), al ventennio (allora, per onor del vero, fiore all’occhiello del regime). La distanza di appena 105 chilometri si percorre da ore 2,30 a ore 3,50 (da orario di Trenitalia) salvo imprevisti. È, senza dubbio, una linea storica e allora usiamola come tale, come i trenini svizzeri che si arrampicano sul Bernina.
La Palermo-Agrigento, la Catania-Agrigento, la Catania-Gela ricordano i pionieri, ma con una differenza: loro correvano verso il futuro e lo realizzavano.
La Castelvetrano-Porto Empedoche è stata chiusa e periodicamente dicono che sarà riaperta. Promesse, senza la lungimiranza che una riapertura aggiornata potrebbe favorire il turismo in una zona ricca di testimonianze storiche rilevanti. Basta pensare a Selinunte.
I Cuffaro e i suoi predecessori, Lombardo, il governatore autonomista, “a tutt’altre faccende affaccendati a queste cose sono morti e sotterrati”, come dice il poeta.
Dovrebbero scendere in strada e dire un chiarissimo NO al ponte, almeno fino a quando i collegamenti tra le province non saranno realizzati come in ogni paese avanzato.
Che senso ha avere il ponte se i principali collegamenti tra le varie località turistiche sono da terzo mondo? Cosa volete che serva al turista attraversare lo stretto, risparmiando un’ora di tempo, se poi non trova adeguate infrastrutture?
Non è un problema d’impatto ambientale, ma un problema d’impatto mentale di una classe politica al tramonto che manca di un progetto di progresso, che sperpera il denaro pubblico impunemente e che non ha, quindi, il minimo rispetto del cittadino.
Non sarebbe più corretto chiedere ai siciliani, i referendum conoscitivi esistono, cosa ne pensano o avete paura del risultato, nascondendo l’arroganza dietro la giustificazione che siete stati eletti per governare?
16 marzo 2009
Il sindaco Moratti dinuovo indagata
La Corte dei Conti contesta 90 incarichi «illegalmente attribuiti»
Incarichi e consulenze d'oro in Comune
Il sindaco Moratti di nuovo sotto indagine
Il gip ha respinto la richiesta di archiviazione del pm Alfredo Robledo. Il sindaco accusato di abuso d'ufficioNOTIZIE CORRELATE
Accuse al Comune: 11 mln di consulenze d'oro (12 ottobre 2007)
Consulenze d'oro, il pm chiede l'archiviazione «Scelte lesive dignità, non reato penale» (12 dicembre 2008)
Letizia Moratti
MILANO - Il Gip milanese Paolo Ielo ha ordinato nuove indagini nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti «incarichi d’oro», scattata nel 2007, in cui è coinvolto, con l’accusa di abuso di ufficio a scopo patrimoniale, il sindaco di Milano Letizia Moratti. Il Gip, per il momento, ha rigettato la richiesta di archiviazione formulata dal Pm Alfredo Robledo. Nell’inchiesta sono coinvolte altre quattro persone, tra le quali l’ex direttore generale del Comune di Milano ed ex sindaco Giampiero Borghini, che rispondono a vario titolo di abuso di ufficio, concussione e truffa. Il Gip ha dato al Pm tempo fino al 30 giugno prossimo per sentire testimoni e acquisire documenti. Le accuse della Corte dei conti: 90 incarichi su 91 illegittimamente attribuiti. Regolamenti riscritti, «singolare circostanza», pochi giorni prima del conferimento degli incarichi, cosa che potrebbe configurare il dolo. E poi, contratti stipulati in numero superiore all'ammissibile e con persone prive di titolo. Risultato: la Corte dei conti parla di un danno di 11 milioni di euro.
LE ACCUSE - Tra le accuse: l'amministrazione ha «pressoché raddoppiato il numero delle direzioni centrali, portate da 13 a 23, in spregio alle direttive del governo sul contenimento della spesa e dei costi della burocrazia». Inoltre, il nuovo regolamento del Comune varato dalla Moratti prescinde dalla necessità di laurea per le funzioni dirigenziali. E così, si trovano dirigenti non soltanto non dottori, ma anche in «assoluta insufficienza dei requisiti professionali». Un primo capitolo a parte riguarda l'ufficio stampa. Secondo i magistrati, «non appare comprensibile in base a quali criteri sia stato determinato» il numero degli addetti, che sono venti.
BORGHINI, BONETTI, MADAFFARI - Secondo rilievo, quello riguardante il direttore generale Pietro Borghini e il capo di gabinetto del sindaco Alberto Bonetti, che sono anche consiglieri regionali. Secondo la legge, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, se eletti, devono scegliere uno dei due stipendi. Il doppio stipendio potrebbe «costituire danno erariale» per 152mila euro per Bonetti e 390mila euro per Borghini. Altro capitolo ancora, quello sulla responsabile del settore servizi sociali Carmela Madaffari. La dirigente ha in corso contenziosi di fronte al Tar e al giudice del lavoro dopo essere stata dichiarata decaduta «per gravi inadempienze» dalla carica di direttore generale dell'Asl di Lamezia Terme, mentre un analogo procedimento era stato disposto durante la sua dirigenza dell'Asl di Locri.
16 marzo 2009, tratto dal "Corriere della sera"
Incarichi e consulenze d'oro in Comune
Il sindaco Moratti di nuovo sotto indagine
Il gip ha respinto la richiesta di archiviazione del pm Alfredo Robledo. Il sindaco accusato di abuso d'ufficioNOTIZIE CORRELATE
Accuse al Comune: 11 mln di consulenze d'oro (12 ottobre 2007)
Consulenze d'oro, il pm chiede l'archiviazione «Scelte lesive dignità, non reato penale» (12 dicembre 2008)
Letizia Moratti
MILANO - Il Gip milanese Paolo Ielo ha ordinato nuove indagini nell’ambito dell’inchiesta sui cosiddetti «incarichi d’oro», scattata nel 2007, in cui è coinvolto, con l’accusa di abuso di ufficio a scopo patrimoniale, il sindaco di Milano Letizia Moratti. Il Gip, per il momento, ha rigettato la richiesta di archiviazione formulata dal Pm Alfredo Robledo. Nell’inchiesta sono coinvolte altre quattro persone, tra le quali l’ex direttore generale del Comune di Milano ed ex sindaco Giampiero Borghini, che rispondono a vario titolo di abuso di ufficio, concussione e truffa. Il Gip ha dato al Pm tempo fino al 30 giugno prossimo per sentire testimoni e acquisire documenti. Le accuse della Corte dei conti: 90 incarichi su 91 illegittimamente attribuiti. Regolamenti riscritti, «singolare circostanza», pochi giorni prima del conferimento degli incarichi, cosa che potrebbe configurare il dolo. E poi, contratti stipulati in numero superiore all'ammissibile e con persone prive di titolo. Risultato: la Corte dei conti parla di un danno di 11 milioni di euro.
LE ACCUSE - Tra le accuse: l'amministrazione ha «pressoché raddoppiato il numero delle direzioni centrali, portate da 13 a 23, in spregio alle direttive del governo sul contenimento della spesa e dei costi della burocrazia». Inoltre, il nuovo regolamento del Comune varato dalla Moratti prescinde dalla necessità di laurea per le funzioni dirigenziali. E così, si trovano dirigenti non soltanto non dottori, ma anche in «assoluta insufficienza dei requisiti professionali». Un primo capitolo a parte riguarda l'ufficio stampa. Secondo i magistrati, «non appare comprensibile in base a quali criteri sia stato determinato» il numero degli addetti, che sono venti.
BORGHINI, BONETTI, MADAFFARI - Secondo rilievo, quello riguardante il direttore generale Pietro Borghini e il capo di gabinetto del sindaco Alberto Bonetti, che sono anche consiglieri regionali. Secondo la legge, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, se eletti, devono scegliere uno dei due stipendi. Il doppio stipendio potrebbe «costituire danno erariale» per 152mila euro per Bonetti e 390mila euro per Borghini. Altro capitolo ancora, quello sulla responsabile del settore servizi sociali Carmela Madaffari. La dirigente ha in corso contenziosi di fronte al Tar e al giudice del lavoro dopo essere stata dichiarata decaduta «per gravi inadempienze» dalla carica di direttore generale dell'Asl di Lamezia Terme, mentre un analogo procedimento era stato disposto durante la sua dirigenza dell'Asl di Locri.
16 marzo 2009, tratto dal "Corriere della sera"
09 marzo 2009
SDEGNO E DOLORE
Ieri sera, otto marzo, ho visto “Guerre”, la bellissima trasmissione di Riccardo Iacona su Rai 3.
Sono rimasto ammutolito e affranto. Non sono riuscito a espletare il mio sdegno, non ho aperto bocca per tutta la trasmissione, impietrito, né il fazzoletto asciugava la lunga lacrima che mi segnava il volto.
Dal reportage sono emerse immagini di distruzione e di sofferenze inaudite, inimmaginabili. Cattiveria, cinismo…una vergogna per tutta l’umanità, un crimine contro l’umanità… impunito…come i tanti… perpetrati in nome del diritto all’esistenza, per difendersi da razzi di fattura artigianali, paragonabili a quelli delle nostre feste.
Gli israeliani hanno usato, con la complicità di quanti sapevano, di quanti sanno, bombe al fosforo bianco e armi di cui si conoscono solo gli effetti devastanti su bambini, donne e uomini indifesi.
Scuole, ospedali, case, centrali elettriche sono state devastate, bruciate da bombe di ogni tipo. Bambini, donne, uomini considerati bersagli. Intere famiglie distrutte…volti spaventati, col terrore negli occhi che mai dimenticheranno, si aggiravano tra le macerie…bambini che muovevano, ormai con perizia spaventosa, grumi di fosforo che a contatto con l’aria, ancora tre giorni fa, riprendeva a bruciare…
Ventidue giorni di bombardamenti, ventidue giorni di lutto per l’umanità, ventidue giorni in cui l’occidente ha mostrato tutta l’ipocrisia possibile.
Abbiamo continuato ad ascoltare, per ventidue giorni, telegiornali e dibattiti soft, di una guerra lontana e…civilmente condotta dai discendenti della shoà che, avendo sopportato atroci sofferenze nei campi di concentramento tedeschi, non si macchieranno di alcun crimine.
I bambini uccisi…invenzioni dei palestinesi cattivi; le scuole e i depositi di medicine bombardate…errori (dopo aver negato l’evidenza); ospedali bombardati, case distrutte…rifugi di terroristi; la guerra…lotta al terrorismo e per la sicurezza di tutto…l’occidente.
Un Paese democratico, circondato da regimi dittatoriali e teocratici, va difeso per evitarne, così ci hanno detto, la scomparsa. Sembra, infatti, paradossale che ciò possa accadere per un paese che si è dotato di un esercito potentissimo armato fino ai denti di ogni arma, anche, come abbiamo visto, di quelle ad altri conosciute.
Non so che cos’altro occorre vedere per capire, per sentirsi umiliati, per reagire al cinismo mascherato, alla cattiva informazione nostrana asservita.
Ringrazio, con una commozione e una disperazione repressa, volontari, infermieri, medici che fanno di tutto e in mancanza di tutto, con mezzi di fortuna, per alleviare quelle inenarrabili sofferenze che ho viso ieri sera.
Mi hanno sconvolto. Mi sono sentito piccolo e impotente, fratello e padre di quel bimbo con le gambe amputate, di quell’altro con una pallottola nel cervello, marito di quella donna senza più lacrime accanto ad un letto di morte…
Crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità dell’uomo, crimini contro i bambini indifesi, crimini…crimini…crimini…crimini…povera umanità!
Sono rimasto ammutolito e affranto. Non sono riuscito a espletare il mio sdegno, non ho aperto bocca per tutta la trasmissione, impietrito, né il fazzoletto asciugava la lunga lacrima che mi segnava il volto.
Dal reportage sono emerse immagini di distruzione e di sofferenze inaudite, inimmaginabili. Cattiveria, cinismo…una vergogna per tutta l’umanità, un crimine contro l’umanità… impunito…come i tanti… perpetrati in nome del diritto all’esistenza, per difendersi da razzi di fattura artigianali, paragonabili a quelli delle nostre feste.
Gli israeliani hanno usato, con la complicità di quanti sapevano, di quanti sanno, bombe al fosforo bianco e armi di cui si conoscono solo gli effetti devastanti su bambini, donne e uomini indifesi.
Scuole, ospedali, case, centrali elettriche sono state devastate, bruciate da bombe di ogni tipo. Bambini, donne, uomini considerati bersagli. Intere famiglie distrutte…volti spaventati, col terrore negli occhi che mai dimenticheranno, si aggiravano tra le macerie…bambini che muovevano, ormai con perizia spaventosa, grumi di fosforo che a contatto con l’aria, ancora tre giorni fa, riprendeva a bruciare…
Ventidue giorni di bombardamenti, ventidue giorni di lutto per l’umanità, ventidue giorni in cui l’occidente ha mostrato tutta l’ipocrisia possibile.
Abbiamo continuato ad ascoltare, per ventidue giorni, telegiornali e dibattiti soft, di una guerra lontana e…civilmente condotta dai discendenti della shoà che, avendo sopportato atroci sofferenze nei campi di concentramento tedeschi, non si macchieranno di alcun crimine.
I bambini uccisi…invenzioni dei palestinesi cattivi; le scuole e i depositi di medicine bombardate…errori (dopo aver negato l’evidenza); ospedali bombardati, case distrutte…rifugi di terroristi; la guerra…lotta al terrorismo e per la sicurezza di tutto…l’occidente.
Un Paese democratico, circondato da regimi dittatoriali e teocratici, va difeso per evitarne, così ci hanno detto, la scomparsa. Sembra, infatti, paradossale che ciò possa accadere per un paese che si è dotato di un esercito potentissimo armato fino ai denti di ogni arma, anche, come abbiamo visto, di quelle ad altri conosciute.
Non so che cos’altro occorre vedere per capire, per sentirsi umiliati, per reagire al cinismo mascherato, alla cattiva informazione nostrana asservita.
Ringrazio, con una commozione e una disperazione repressa, volontari, infermieri, medici che fanno di tutto e in mancanza di tutto, con mezzi di fortuna, per alleviare quelle inenarrabili sofferenze che ho viso ieri sera.
Mi hanno sconvolto. Mi sono sentito piccolo e impotente, fratello e padre di quel bimbo con le gambe amputate, di quell’altro con una pallottola nel cervello, marito di quella donna senza più lacrime accanto ad un letto di morte…
Crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimini contro la dignità dell’uomo, crimini contro i bambini indifesi, crimini…crimini…crimini…crimini…povera umanità!
01 marzo 2009
INTERVISTA A GENCHI, TRATTO DAL BLOG DI BEPPE GRILLO
Questa è un'intervista che non si può commentare.
Beppe Grillo.
Intervista a Gioacchino Genchi:
"Io svolgo l'attività di consulente tecnico per conto dell'autorità giudiziaria da oltre vent'anni, lavoro nato quasi per caso quando con l'avvento del nuovo codice di procedura penale è stata inserita questa figura, come da articoli 359 e 360 che danno al Pubblico Ministero la possibilità di avvalersi di tecnici con qualunque professionalità allorquando devono compiere delle attività importanti. Mi spiace che Martelli se lo sia dimenticato, Cossiga me lo abbia ricordato, proprio il nuovo codice di procedura penale che ha promulgato il presidente Cossiga inserisce questa figura che è una figura moderna. Che è nelle giurisdizioni più civili ed avanzate, mentre prima il Pubblico Ministero era limitato, e doveva per accertamenti particolari avvalersi solo della Polizia giudiziaria, il nuovo codice ha previsto queste figure.
Per cui per l'accertamento della verità, nel processo penale, accertamento della verità significa anche a favore dell'indagato o dell'imputato, il Pubblico Ministero non ha limiti nella scelta delle professionalità di cui si deve avvalere. Io ho fatto questa attività all'interno del Dipartimento della Pubblica sicurezza.
Abbiamo svolto importanti attività con Arnaldo La Barbera, con Giovanni Falcone poi sulle stragi. Quando si è reso necessario realizzare un contributo esterno per il Pubblico Ministero, contenuto forse scevro da influenze del potere esecutivo, mi riferisco a indagini su colletti bianchi, magistrati, su eccellenti personalità della politica, il Pubblico Ministero ha preferito evitare che organi della politica e del potere esecutivo potessero incidere in quelle che erano le scelte della pubblica amministrazione presso la quale i vari soggetti operavano.
Nel fare questo ho fatto una scelta deontologica, cioè di rinunciare alla carriera, allo stipendio, per dedicare tutto il mio lavoro al servizio della magistratura. Questa scelta, anziché essere apprezzata è stata utilizzata dai miei detrattori che fino a ieri mi hanno attaccato in parlamento, al contrario.
Il ministro Brunetta non poteva non riferire che la concessione dell'aspettativa non retribuita che io avevo chiesto era perfettamente regolare, è stata vagliati da vari organi dello Stato, dal Ministero dell'Interno, dal Ministero della Funzione pubblica e dalla presidenza del Consiglio dei Ministri di Berlusconi, la stessa che mi ha attaccato in maniera così violenta e così assurda dicendo le fandonie che hanno fatto ridere gli italiani perché tutto questo can can che si muove nei miei confronti, questo pericolo nazionale, cioè una persona che da vent'anni lavora con i giudici e i Pubblici Ministeri nei processi di mafia, di stragi, di omicidi, di mafia e politica più importanti che si sono celebrati in Italia, rappresenta un pericolo.
Forse per loro! Per tutti quelli che mi hanno attaccato perché poi la cosa simpatica (è chiaro che ora sto zitto, non posso parlare sono legato al segreto) ma mi scompiscio dalle risate perché tutti i signori giornalisti che mi hanno attaccato, da Farina a Luca Fazzo a Lionello Mancini del Sole 24 ore, al giornalista della Stampa Ruotolo, sono i soggetti protagonisti delle vicende di cui mi stavo occupando. Questo è l'assurdo!
Gli stessi politici che mi stanno attaccando, sono gli stessi protagonisti di cui mi stavo occupando. Da Rutelli a Martelli, Martelli conosciuto ai tempi di Falcone. Parliamo di persone che comunque sono entrate nell'ottica della mia attività. Martelli nei computer di Falcone quando furono manomessi, Rutelli perché è amico di Saladino usciva dalle intercettazioni di Saladino, Mastella per le evidenze che tutti sappiamo e così via, poi dirò quelli che hanno parlato alla Camera al question time, quel giornalista che gli ha fatto il comunicato, cose da ridere! Tra l'altro questi non hanno nemmeno la decenza di far apparire un'altra persona.
No, compaiono loro in prima persona! Sapendo che loro entravano a pieno titolo nell'indagine. Questo è assurdo. Io continuo a ridere perché il popolo italiano che vede questo grande intercettatore, che avrebbe intercettato tutti gli italiani, ma che cosa andavo ad intercettare agli italiani? Per farmi sentire dire che non riescono ad arrivare alla fine del mese? Per sentir dire che i figli hanno perso il posto di lavoro o che sono disoccupati? Che c'è una crisi economica? Ma perché mai dovrei andare ad intercettare gli italiani? Ma quali sono questi italiani che hanno paura di Gioacchino Genchi?
Quelli che hanno paura di Gioacchino Genchi sono quelli che hanno la coscienza sporca, e quelli che hanno la coscienza sporca sono quelli che mi hanno attaccato. E con questo attacco hanno dimostrato di valere i sospetti che io avevo su di loro. Anzi, più di quelli di cui io stesso mi ero accorto, perché devo essere sincero, probabilmente io avevo sottovalutato il ruolo di Rutelli nell'inchiesta Why not.
Rutelli ha dimostrato probabilmente di avere il carbone bagnato e per questo si è comportato come si è comportato. Quando ci sarà la resa della verità chiariremo quali erano i rapporti di Rutelli con Saladino, quali erano i rapporti del senatore Mastella, il ruolo di suo figlio, chi utilizzava i telefoni della Camera dei Deputati... chiariremo tutto! Dalla prima all'ultima cosa. Questa è un'ulteriore scusa perché loro dovevano abolire le intercettazioni, dovevano togliere ai magistrati la possibilità di svolgere delle intercettazioni considerati i risultati che c'erano stati, Vallettopoli, Saccà, la Rai eccetera, la procura di Roma immediatamente senza problemi però apre il procedimento nei confronti del dottor Genchi su cui non ha nessuna competenza a indagare, perché la procura di Roma c'entra come i cavoli a merenda. C'entra perché l'ex procuratore generale di Catanzaro ormai fortunatamente ex, ha utilizzato questi tabulati come la foglia di fico per coprire tutte le sue malefatte e poi le ha utilizzate come paracadute per non utilizzarle a Catanzaro, dove probabilmente il nuovo procuratore generale avrebbe immediatamente mandato a Salerno.
Perché in quei tabulati c'è la prova della loro responsabilità penale. Non della mia. Quindi, non li manda a Salerno che era competente, non li manda al procuratore della Repubblica di Catanzaro che avrebbe potuto conoscere quei tabulati e quello che c'era, non li manda al procuratore della Repubblica di Palermo dove io ho svolto tutta la mia attività ma li manda a Roma che non c'entra niente.
Quindi si va a paracadutare questi tabulati sbagliando l'atterraggio perché in una procura che non ci azzecca nulla. Perché tra l'altro in quei tabulati c'erano delle inquisizioni che riguardavano magistrati della procura della Repubblica di Roma! Su cui stavamo indagando. Ora la procura di Roma indaga su di me e sui magistrati della procura della Repubblica di Roma. Si è ripetuto lo scenario che accadde tra Salerno e Catanzaro e si è ripetuto lo scenario che era già accaduto tra Milano e Brescia all'epoca delle indagini su Di Pietro. Con la sola differenza che all'epoca si chiamava Gico l'organo che fece quelle attività, adesso si chiamano Ros, ma sostanzialmente non è cambiato nulla.
In ultima analisi dico che io sono comunque fiducioso nella giustizia. Hanno cercato di mettermi tutti contro, hanno cercato di dire ad esempio, nel momento in cui c'era un rapporto di collaborazione con la procura di Milano anche fra De Magistris e la procura di Milano, un'amicizia personale fra De Magistris e Spataro, che siano stati acquisiti i tabulati di Spataro. Assurdo! Non è mai esistita un'ipotesi del genere. Nemmeno per idea! Come si fa a togliere a De Magistris l'appoggio della magistratura associata? Diciamo che ha preso i tabulati di Spataro. Come si fa a mettere il Csm contro De Magistris? Diciamo che ha preso i tabulati di Mancino.
Adesso i Ros dicono che nei tabulati che io ho preso ci sono, non so quante utenze del Consiglio superiore della magistratura. Non abbiamo acquisito tabulati del Csm, sono i signori magistrati di cui abbiamo acquisito alcuni tabulati, quelli sì, tra cui alcuni della procura nazionale antimafia ben precisi, due, solo due, che hanno contatti col Csm.
Ha inquisito il Quirinale! Ma quando mai? Se però qualcuno del Quirinale ha chiamato o è stato chiamato dai soggetti di cui ci siamo occupati validamente, bisogna vedere chi dal Quirinale chi ha avuto contatti con queste persone, ma io non ho acquisito i tabulati del Quirinale. A parte che se fosse stato fatto sarebbe stata attività assolutamente legittima perché, sia chiaro, le indagini in Italia non si possono fare soltanto nei confronti dei tossici e magari che siano pure extracomunitari, oppure quelli che sbarcano a Lampedusa nei confronti dei quali è possibile fare di tutto, compresa la creazione dei lager.
La legge è uguale per tutti. Tutti siamo sottoposti alla legge! Perché sia chiaro. Questo lo devono capire. Nel momento in cui a questi signori li si osa sfiorare solo da lontano, con la punta di una piuma, questi signori si ribellano e distruggono le persone che hanno solo il coraggio di fare il proprio lavoro.
Gli italiani questo l'hanno capito. E hanno capito che questo dottor Genchi di cui hanno detto tutte le cose peggiori di questo mondo... e io adesso pubblicherò tutti i miei lavori, dal primo sino all'ultimo pubblicherò tutte le sentenze della Corte di Cassazione, delle Corti d'Appello, delle Corti di Assise, dei tribunali che hanno inflitto centinaia e centinaia di anni di carcere col mio lavoro.
Ma le sentenze di cui io sono più orgoglioso non sono le sentenze di condanna, ma sono le sentenze di assoluzione! Sono quelle persone ingiustamente accusate anche per lavori fatti dal Ros che sono state assolte grazie al mio lavoro e che rischiavano l'ergastolo! E che erano in carcere. Persone che erano in carcere perché avevano pure sbagliato l'intestatario di una scheda telefonica. E adesso questi signori vengono ad accusare me di avere fatto lo stesso lavoro che loro... ma non esiste completamente!
Tutte queste fandonie e la serie di stupidaggini che sono state perpetrate addirittura in un organismo che è il Copasir! Che si deve occupare dei servizi di vigilanza sulla sicurezza, non sui consulenti e sui magistrati che svolgono la loro attività sui servizi di sicurezza! Noi abbiamo trovato delle collusioni di appartenenti ai servizi di sicurezza, con delle imprese che lavorano per i servizi di sicurezza, che lavorano nel campo delle intercettazioni, che costruiscono caserme con appalti dati a trattativa privata per milioni di euro, noi stavamo lavorando su quello! Stavamo lavorando su quello e ci hanno bloccato perché avevano le mani in pasta tutti loro! Questa è la verità.
Questa è la verità e adesso mi hanno pure dato l'opportunità di dirla perché essendo indagato io non sono più legato al segreto perché mi devo difendere! Mi devo difendere con una procura che non ci azzecca nulla con la competenza, la procura di Roma, mi difenderò alla procura di Roma.
Però sicuramente la verità verrà a galla! E non ci vogliono né archivi né dati perché sono tre o quattro cose molto semplici. Le intercettazioni di Saladino utili saranno una decina, quando fu intercettato prima che De Magistris iniziasse le indagini, ma sono chiarissime! E l'attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D'Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D'Amelio numero diciannove dov'è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l'ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l'occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D'Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata."
Beppe Grillo.
Intervista a Gioacchino Genchi:
"Io svolgo l'attività di consulente tecnico per conto dell'autorità giudiziaria da oltre vent'anni, lavoro nato quasi per caso quando con l'avvento del nuovo codice di procedura penale è stata inserita questa figura, come da articoli 359 e 360 che danno al Pubblico Ministero la possibilità di avvalersi di tecnici con qualunque professionalità allorquando devono compiere delle attività importanti. Mi spiace che Martelli se lo sia dimenticato, Cossiga me lo abbia ricordato, proprio il nuovo codice di procedura penale che ha promulgato il presidente Cossiga inserisce questa figura che è una figura moderna. Che è nelle giurisdizioni più civili ed avanzate, mentre prima il Pubblico Ministero era limitato, e doveva per accertamenti particolari avvalersi solo della Polizia giudiziaria, il nuovo codice ha previsto queste figure.
Per cui per l'accertamento della verità, nel processo penale, accertamento della verità significa anche a favore dell'indagato o dell'imputato, il Pubblico Ministero non ha limiti nella scelta delle professionalità di cui si deve avvalere. Io ho fatto questa attività all'interno del Dipartimento della Pubblica sicurezza.
Abbiamo svolto importanti attività con Arnaldo La Barbera, con Giovanni Falcone poi sulle stragi. Quando si è reso necessario realizzare un contributo esterno per il Pubblico Ministero, contenuto forse scevro da influenze del potere esecutivo, mi riferisco a indagini su colletti bianchi, magistrati, su eccellenti personalità della politica, il Pubblico Ministero ha preferito evitare che organi della politica e del potere esecutivo potessero incidere in quelle che erano le scelte della pubblica amministrazione presso la quale i vari soggetti operavano.
Nel fare questo ho fatto una scelta deontologica, cioè di rinunciare alla carriera, allo stipendio, per dedicare tutto il mio lavoro al servizio della magistratura. Questa scelta, anziché essere apprezzata è stata utilizzata dai miei detrattori che fino a ieri mi hanno attaccato in parlamento, al contrario.
Il ministro Brunetta non poteva non riferire che la concessione dell'aspettativa non retribuita che io avevo chiesto era perfettamente regolare, è stata vagliati da vari organi dello Stato, dal Ministero dell'Interno, dal Ministero della Funzione pubblica e dalla presidenza del Consiglio dei Ministri di Berlusconi, la stessa che mi ha attaccato in maniera così violenta e così assurda dicendo le fandonie che hanno fatto ridere gli italiani perché tutto questo can can che si muove nei miei confronti, questo pericolo nazionale, cioè una persona che da vent'anni lavora con i giudici e i Pubblici Ministeri nei processi di mafia, di stragi, di omicidi, di mafia e politica più importanti che si sono celebrati in Italia, rappresenta un pericolo.
Forse per loro! Per tutti quelli che mi hanno attaccato perché poi la cosa simpatica (è chiaro che ora sto zitto, non posso parlare sono legato al segreto) ma mi scompiscio dalle risate perché tutti i signori giornalisti che mi hanno attaccato, da Farina a Luca Fazzo a Lionello Mancini del Sole 24 ore, al giornalista della Stampa Ruotolo, sono i soggetti protagonisti delle vicende di cui mi stavo occupando. Questo è l'assurdo!
Gli stessi politici che mi stanno attaccando, sono gli stessi protagonisti di cui mi stavo occupando. Da Rutelli a Martelli, Martelli conosciuto ai tempi di Falcone. Parliamo di persone che comunque sono entrate nell'ottica della mia attività. Martelli nei computer di Falcone quando furono manomessi, Rutelli perché è amico di Saladino usciva dalle intercettazioni di Saladino, Mastella per le evidenze che tutti sappiamo e così via, poi dirò quelli che hanno parlato alla Camera al question time, quel giornalista che gli ha fatto il comunicato, cose da ridere! Tra l'altro questi non hanno nemmeno la decenza di far apparire un'altra persona.
No, compaiono loro in prima persona! Sapendo che loro entravano a pieno titolo nell'indagine. Questo è assurdo. Io continuo a ridere perché il popolo italiano che vede questo grande intercettatore, che avrebbe intercettato tutti gli italiani, ma che cosa andavo ad intercettare agli italiani? Per farmi sentire dire che non riescono ad arrivare alla fine del mese? Per sentir dire che i figli hanno perso il posto di lavoro o che sono disoccupati? Che c'è una crisi economica? Ma perché mai dovrei andare ad intercettare gli italiani? Ma quali sono questi italiani che hanno paura di Gioacchino Genchi?
Quelli che hanno paura di Gioacchino Genchi sono quelli che hanno la coscienza sporca, e quelli che hanno la coscienza sporca sono quelli che mi hanno attaccato. E con questo attacco hanno dimostrato di valere i sospetti che io avevo su di loro. Anzi, più di quelli di cui io stesso mi ero accorto, perché devo essere sincero, probabilmente io avevo sottovalutato il ruolo di Rutelli nell'inchiesta Why not.
Rutelli ha dimostrato probabilmente di avere il carbone bagnato e per questo si è comportato come si è comportato. Quando ci sarà la resa della verità chiariremo quali erano i rapporti di Rutelli con Saladino, quali erano i rapporti del senatore Mastella, il ruolo di suo figlio, chi utilizzava i telefoni della Camera dei Deputati... chiariremo tutto! Dalla prima all'ultima cosa. Questa è un'ulteriore scusa perché loro dovevano abolire le intercettazioni, dovevano togliere ai magistrati la possibilità di svolgere delle intercettazioni considerati i risultati che c'erano stati, Vallettopoli, Saccà, la Rai eccetera, la procura di Roma immediatamente senza problemi però apre il procedimento nei confronti del dottor Genchi su cui non ha nessuna competenza a indagare, perché la procura di Roma c'entra come i cavoli a merenda. C'entra perché l'ex procuratore generale di Catanzaro ormai fortunatamente ex, ha utilizzato questi tabulati come la foglia di fico per coprire tutte le sue malefatte e poi le ha utilizzate come paracadute per non utilizzarle a Catanzaro, dove probabilmente il nuovo procuratore generale avrebbe immediatamente mandato a Salerno.
Perché in quei tabulati c'è la prova della loro responsabilità penale. Non della mia. Quindi, non li manda a Salerno che era competente, non li manda al procuratore della Repubblica di Catanzaro che avrebbe potuto conoscere quei tabulati e quello che c'era, non li manda al procuratore della Repubblica di Palermo dove io ho svolto tutta la mia attività ma li manda a Roma che non c'entra niente.
Quindi si va a paracadutare questi tabulati sbagliando l'atterraggio perché in una procura che non ci azzecca nulla. Perché tra l'altro in quei tabulati c'erano delle inquisizioni che riguardavano magistrati della procura della Repubblica di Roma! Su cui stavamo indagando. Ora la procura di Roma indaga su di me e sui magistrati della procura della Repubblica di Roma. Si è ripetuto lo scenario che accadde tra Salerno e Catanzaro e si è ripetuto lo scenario che era già accaduto tra Milano e Brescia all'epoca delle indagini su Di Pietro. Con la sola differenza che all'epoca si chiamava Gico l'organo che fece quelle attività, adesso si chiamano Ros, ma sostanzialmente non è cambiato nulla.
In ultima analisi dico che io sono comunque fiducioso nella giustizia. Hanno cercato di mettermi tutti contro, hanno cercato di dire ad esempio, nel momento in cui c'era un rapporto di collaborazione con la procura di Milano anche fra De Magistris e la procura di Milano, un'amicizia personale fra De Magistris e Spataro, che siano stati acquisiti i tabulati di Spataro. Assurdo! Non è mai esistita un'ipotesi del genere. Nemmeno per idea! Come si fa a togliere a De Magistris l'appoggio della magistratura associata? Diciamo che ha preso i tabulati di Spataro. Come si fa a mettere il Csm contro De Magistris? Diciamo che ha preso i tabulati di Mancino.
Adesso i Ros dicono che nei tabulati che io ho preso ci sono, non so quante utenze del Consiglio superiore della magistratura. Non abbiamo acquisito tabulati del Csm, sono i signori magistrati di cui abbiamo acquisito alcuni tabulati, quelli sì, tra cui alcuni della procura nazionale antimafia ben precisi, due, solo due, che hanno contatti col Csm.
Ha inquisito il Quirinale! Ma quando mai? Se però qualcuno del Quirinale ha chiamato o è stato chiamato dai soggetti di cui ci siamo occupati validamente, bisogna vedere chi dal Quirinale chi ha avuto contatti con queste persone, ma io non ho acquisito i tabulati del Quirinale. A parte che se fosse stato fatto sarebbe stata attività assolutamente legittima perché, sia chiaro, le indagini in Italia non si possono fare soltanto nei confronti dei tossici e magari che siano pure extracomunitari, oppure quelli che sbarcano a Lampedusa nei confronti dei quali è possibile fare di tutto, compresa la creazione dei lager.
La legge è uguale per tutti. Tutti siamo sottoposti alla legge! Perché sia chiaro. Questo lo devono capire. Nel momento in cui a questi signori li si osa sfiorare solo da lontano, con la punta di una piuma, questi signori si ribellano e distruggono le persone che hanno solo il coraggio di fare il proprio lavoro.
Gli italiani questo l'hanno capito. E hanno capito che questo dottor Genchi di cui hanno detto tutte le cose peggiori di questo mondo... e io adesso pubblicherò tutti i miei lavori, dal primo sino all'ultimo pubblicherò tutte le sentenze della Corte di Cassazione, delle Corti d'Appello, delle Corti di Assise, dei tribunali che hanno inflitto centinaia e centinaia di anni di carcere col mio lavoro.
Ma le sentenze di cui io sono più orgoglioso non sono le sentenze di condanna, ma sono le sentenze di assoluzione! Sono quelle persone ingiustamente accusate anche per lavori fatti dal Ros che sono state assolte grazie al mio lavoro e che rischiavano l'ergastolo! E che erano in carcere. Persone che erano in carcere perché avevano pure sbagliato l'intestatario di una scheda telefonica. E adesso questi signori vengono ad accusare me di avere fatto lo stesso lavoro che loro... ma non esiste completamente!
Tutte queste fandonie e la serie di stupidaggini che sono state perpetrate addirittura in un organismo che è il Copasir! Che si deve occupare dei servizi di vigilanza sulla sicurezza, non sui consulenti e sui magistrati che svolgono la loro attività sui servizi di sicurezza! Noi abbiamo trovato delle collusioni di appartenenti ai servizi di sicurezza, con delle imprese che lavorano per i servizi di sicurezza, che lavorano nel campo delle intercettazioni, che costruiscono caserme con appalti dati a trattativa privata per milioni di euro, noi stavamo lavorando su quello! Stavamo lavorando su quello e ci hanno bloccato perché avevano le mani in pasta tutti loro! Questa è la verità.
Questa è la verità e adesso mi hanno pure dato l'opportunità di dirla perché essendo indagato io non sono più legato al segreto perché mi devo difendere! Mi devo difendere con una procura che non ci azzecca nulla con la competenza, la procura di Roma, mi difenderò alla procura di Roma.
Però sicuramente la verità verrà a galla! E non ci vogliono né archivi né dati perché sono tre o quattro cose molto semplici. Le intercettazioni di Saladino utili saranno una decina, quando fu intercettato prima che De Magistris iniziasse le indagini, ma sono chiarissime! E l'attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D'Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D'Amelio numero diciannove dov'è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l'ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l'occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D'Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata."
18 febbraio 2009
UNA DOMANDA
L’avvocato inglese Mills è stato condannato dal Tribunale di Milano a quattro anni e sei mesi per corruzione. Aveva ricevuto 600 mila dollari dalla Fininvest per dichiarare il falso nei processi che vedevano coinvolto Berlusconi. Nello stesso procedimento è imputato il premier Berlusconi che però, grazie al lodo Alfano, un altro provvedimento ad personam, vede stralciata la sua posizione almeno finché ricoprirà una delle quattro maggiori cariche dello Stato.
Se Mills è stato condannato perché corrotto, vuol dire che c’è un corruttore e, quindi, un responsabile di reato, o presunto tale, rimane impunito e ricopre tra l’altro la carica di Presidente del Consiglio. Senza una sentenza di condanna , nessuno è colpevole, ma perché Berlusconi non si fa giudicare come un normale cittadino, se , come sostiene, non ha commesso il fatto?
La legge del governo sul fine vita viola i diritti umani
Articoli Correlati
I professori di diritto civile contestano punto per punto le aberrazioni della proposta di legge governativa.
1. Nelle ultime concitate settimane si sono verificate attorno al caso Englaro forzature istituzionali molto preoccupanti in sé e per sé, ma assolutamente inaccettabili quando si controverte di valori fondamentali della persona come il significato del diritto alla vita, la dignità dell’uomo, l’habeas corpus, il diritto all’autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze, di mediazione ed ascolto delle diverse posizioni etiche, e con procedure adatte a consentire la discussione, il confronto, la ricerca di un attento bilanciamento.
2. Ora il Parlamento sta per approvare in tempi stretti una legge in materia di direttive anticipate (c.d. testamento biologico). A quanto è dato di conoscere, la maggioranza pare intenzionata ad una discussione rapida di un testo fortemente limitativo del fondamentale diritto all’intangibilità del corpo. Verso questo obiettivo si procede a passi spediti, senza tener conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale ed ignorando l’esigenza di rispetto di posizioni morali diverse.
3. Sembra quindi necessario richiamare alcuni capisaldi giuridici in materia:
a) La Convenzione di Oviedo, che l’Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all’art 5, che “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso”. La previsione non riguarda solo le terapie in senso stretto, ma ogni “intervento nel campo della salute”, espressione più ampia che può corrispondere a quella di “atto medico”, vale a dire qualsiasi atto che, anche a fine non terapeutico, determini un’invasione della sfera corporea.
All’art 9 si prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”, ove se da un lato non si qualificano i “desideri” come vincolanti, dall’altro è evidente che il rispetto va dato non soltanto alle “dichiarazioni di volontà” (men che meno alle sole dichiarazioni solenni come l’atto pubblico) ma ad ogni espressione di preferenze comunque manifestata.
b) La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea protegge il diritto alla vita (art.2) e il diritto all’integrità della persona (art.3) nel titolo dedicato alla Dignità, che è anche il primo, fondamentale diritto della persona (art.1). All’integrità della persona, in ragione della dignità, è consustanziale il principio di autodeterminazione stabilito nel secondo comma dell’art. 2, secondo il quale “Nell'ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, ecc.” Ancora una volta il principio non è limitato ai trattamenti terapeutici, ma riguarda la libera determinazione nel campo medico-biologico.
c) La Costituzione italiana, che tutela l’autodeterminazione all’art. 13, configura all’art. 32 il principio del consenso come elemento coessenziale al diritto alla salute, e prevede che anche nei casi in cui il legislatore si avvalga del potere di imporre un trattamento sanitario, “in nessun caso possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Tale dignità non può essere intesa solo in un senso affidato a criteri oggettivi, ma implica il rispetto dell’identità senza la quale cade la ragion d’essere della dignità dell’uomo.
d) Il principio che consente il rifiuto di atti medici anche benefici è un’acquisizione consolidata della giurisprudenza europea, a valle di una evoluzione che risale alla fine dell’800; e più volte si è confermato che anche di fronte allo stato di necessità il libero, consapevole, lucido dissenso dev’essere rispettato. Un tale diritto di rifiutare le terapie, anche di sostegno vitale, non ha nulla a che fare con l’eutanasia, che consiste invece in una condotta direttamente intesa a procurare la morte.
e) Egualmente estraneo all’eutanasia è il principio condiviso in bioetica e in biodiritto per cui l’interruzione delle cure, anche senza volontà espressa del paziente divenuto incapace, debba essere praticata non solo quando le cure sono sproporzionate (c.d. accanimento terapeutico) ma anche quando esse siano inutili o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale (cfr. l’art. L 1110-5, 2° comma, del Code de la santé publique, modificato dalla L. n. 2005-370 del 22 aprile 2005 “Relativa ai diritti del malato ed alla fine della vita”, e l’art. R 4127-37 del Code de la santé publique, modificato dal decreto n. 2006-120 del 6 febbraio 2006).
Confidiamo che il legislatore italiano saprà e vorrà tenere in conto questi principi e adeguare ad essi la disciplina delle direttive anticipate, evitando di espropriare la persona del diritto elementare di accettare la morte che la malattia ha reso inevitabile, di combattere il male secondo le proprie misure e - se ritiene - praticando soltanto il lenimento della sofferenza, senza rimanere prigioniera, per volontà di legge, di meccanismi artificiali di prolungamento della vita biologica.
Il documento è sottoscritto dai seguenti Professori di diritto civile:
(in ordine alfabetico)
Guido Alpa - Università di Roma La Sapienza
Giuseppe Amadio - Università di Padova
Tommaso Auletta - Università di Catania
Angelo Barba - Università di Siena
Massimo Basile - Università di Messina
Alessandra Bellelli - Università di Perugia
Andrea Belvedere - Università di Pavia
Alberto Maria Benedetti - Università di Genova
Umberto Breccia - Università di Pisa
Paolo Cendon - Università di Trieste
Donato Carusi - Università di Genova
Maria Carla Cherubini - Università di Pisa
Maria Vita De Giorgi - Università di Ferrara
Valeria De Lorenzi - Università di Torino
Raffaella De Matteis - Università di Genova
Gilda Ferrando - Università di Genova
Massimo Franzoni - Università di Bologna
Paolo Gaggero - Università di Milano Bicocca
Aurelio Gentili - Università di Roma Tre
Francesca Giardina - Università di Pisa
Biagio Grasso - Università di Napoli Federico II
Gianni Iudica - Università Bocconi Milano
Gregorio Gitti - Università di Milano Statale
Leonardo Lenti - Università di Torino
Francesco Macario - Università di Roma Tre
Manuela Mantovani - Università di Padova
Marisaria Maugeri - Università di Catania
Cosimo Marco Mazzoni - Università di Siena
Marisa Meli - Università di Catania
Salvatore Monticelli - Università di Foggia
Giovanni Passagnoli - Università di Firenze
Salvatore Patti - Università di Roma La Sapienza
Paolo Pollice - Università di Napoli
Roberto Pucella - Università di Bergamo
Enzo Roppo - Università di Genova
Carlo Rossello - Università di Genova
Liliana Rossi Carleo - Università di Napoli
Giovanna Savorani - Università di Genova
Claudio Scognamiglio - Università di Roma “Tor Vergata”
Chiara Tenella Sillani - Università di Milano Statale
Giuseppe Vettori - Università di Firenze
Alessio Zaccaria -Università di Verona
Mario Zana - Università di Pisa
Paolo Zatti - Università di Padova
Se Mills è stato condannato perché corrotto, vuol dire che c’è un corruttore e, quindi, un responsabile di reato, o presunto tale, rimane impunito e ricopre tra l’altro la carica di Presidente del Consiglio. Senza una sentenza di condanna , nessuno è colpevole, ma perché Berlusconi non si fa giudicare come un normale cittadino, se , come sostiene, non ha commesso il fatto?
La legge del governo sul fine vita viola i diritti umani
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I professori di diritto civile contestano punto per punto le aberrazioni della proposta di legge governativa.
1. Nelle ultime concitate settimane si sono verificate attorno al caso Englaro forzature istituzionali molto preoccupanti in sé e per sé, ma assolutamente inaccettabili quando si controverte di valori fondamentali della persona come il significato del diritto alla vita, la dignità dell’uomo, l’habeas corpus, il diritto all’autodeterminazione: temi che per rispetto delle radici stesse della convivenza civile in una società pluralistica richiedono di essere affrontati, in sede normativa, sulla base di approfondite e documentate conoscenze, di mediazione ed ascolto delle diverse posizioni etiche, e con procedure adatte a consentire la discussione, il confronto, la ricerca di un attento bilanciamento.
2. Ora il Parlamento sta per approvare in tempi stretti una legge in materia di direttive anticipate (c.d. testamento biologico). A quanto è dato di conoscere, la maggioranza pare intenzionata ad una discussione rapida di un testo fortemente limitativo del fondamentale diritto all’intangibilità del corpo. Verso questo obiettivo si procede a passi spediti, senza tener conto dei principi costituzionali di diritto interno e sovranazionale ed ignorando l’esigenza di rispetto di posizioni morali diverse.
3. Sembra quindi necessario richiamare alcuni capisaldi giuridici in materia:
a) La Convenzione di Oviedo, che l’Italia ha sottoscritto e di cui è stata approvata la legge di ratifica, dispone all’art 5, che “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso”. La previsione non riguarda solo le terapie in senso stretto, ma ogni “intervento nel campo della salute”, espressione più ampia che può corrispondere a quella di “atto medico”, vale a dire qualsiasi atto che, anche a fine non terapeutico, determini un’invasione della sfera corporea.
All’art 9 si prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione”, ove se da un lato non si qualificano i “desideri” come vincolanti, dall’altro è evidente che il rispetto va dato non soltanto alle “dichiarazioni di volontà” (men che meno alle sole dichiarazioni solenni come l’atto pubblico) ma ad ogni espressione di preferenze comunque manifestata.
b) La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea protegge il diritto alla vita (art.2) e il diritto all’integrità della persona (art.3) nel titolo dedicato alla Dignità, che è anche il primo, fondamentale diritto della persona (art.1). All’integrità della persona, in ragione della dignità, è consustanziale il principio di autodeterminazione stabilito nel secondo comma dell’art. 2, secondo il quale “Nell'ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge, ecc.” Ancora una volta il principio non è limitato ai trattamenti terapeutici, ma riguarda la libera determinazione nel campo medico-biologico.
c) La Costituzione italiana, che tutela l’autodeterminazione all’art. 13, configura all’art. 32 il principio del consenso come elemento coessenziale al diritto alla salute, e prevede che anche nei casi in cui il legislatore si avvalga del potere di imporre un trattamento sanitario, “in nessun caso possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Tale dignità non può essere intesa solo in un senso affidato a criteri oggettivi, ma implica il rispetto dell’identità senza la quale cade la ragion d’essere della dignità dell’uomo.
d) Il principio che consente il rifiuto di atti medici anche benefici è un’acquisizione consolidata della giurisprudenza europea, a valle di una evoluzione che risale alla fine dell’800; e più volte si è confermato che anche di fronte allo stato di necessità il libero, consapevole, lucido dissenso dev’essere rispettato. Un tale diritto di rifiutare le terapie, anche di sostegno vitale, non ha nulla a che fare con l’eutanasia, che consiste invece in una condotta direttamente intesa a procurare la morte.
e) Egualmente estraneo all’eutanasia è il principio condiviso in bioetica e in biodiritto per cui l’interruzione delle cure, anche senza volontà espressa del paziente divenuto incapace, debba essere praticata non solo quando le cure sono sproporzionate (c.d. accanimento terapeutico) ma anche quando esse siano inutili o abbiano il solo effetto del mantenimento in vita artificiale (cfr. l’art. L 1110-5, 2° comma, del Code de la santé publique, modificato dalla L. n. 2005-370 del 22 aprile 2005 “Relativa ai diritti del malato ed alla fine della vita”, e l’art. R 4127-37 del Code de la santé publique, modificato dal decreto n. 2006-120 del 6 febbraio 2006).
Confidiamo che il legislatore italiano saprà e vorrà tenere in conto questi principi e adeguare ad essi la disciplina delle direttive anticipate, evitando di espropriare la persona del diritto elementare di accettare la morte che la malattia ha reso inevitabile, di combattere il male secondo le proprie misure e - se ritiene - praticando soltanto il lenimento della sofferenza, senza rimanere prigioniera, per volontà di legge, di meccanismi artificiali di prolungamento della vita biologica.
Il documento è sottoscritto dai seguenti Professori di diritto civile:
(in ordine alfabetico)
Guido Alpa - Università di Roma La Sapienza
Giuseppe Amadio - Università di Padova
Tommaso Auletta - Università di Catania
Angelo Barba - Università di Siena
Massimo Basile - Università di Messina
Alessandra Bellelli - Università di Perugia
Andrea Belvedere - Università di Pavia
Alberto Maria Benedetti - Università di Genova
Umberto Breccia - Università di Pisa
Paolo Cendon - Università di Trieste
Donato Carusi - Università di Genova
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Maria Vita De Giorgi - Università di Ferrara
Valeria De Lorenzi - Università di Torino
Raffaella De Matteis - Università di Genova
Gilda Ferrando - Università di Genova
Massimo Franzoni - Università di Bologna
Paolo Gaggero - Università di Milano Bicocca
Aurelio Gentili - Università di Roma Tre
Francesca Giardina - Università di Pisa
Biagio Grasso - Università di Napoli Federico II
Gianni Iudica - Università Bocconi Milano
Gregorio Gitti - Università di Milano Statale
Leonardo Lenti - Università di Torino
Francesco Macario - Università di Roma Tre
Manuela Mantovani - Università di Padova
Marisaria Maugeri - Università di Catania
Cosimo Marco Mazzoni - Università di Siena
Marisa Meli - Università di Catania
Salvatore Monticelli - Università di Foggia
Giovanni Passagnoli - Università di Firenze
Salvatore Patti - Università di Roma La Sapienza
Paolo Pollice - Università di Napoli
Roberto Pucella - Università di Bergamo
Enzo Roppo - Università di Genova
Carlo Rossello - Università di Genova
Liliana Rossi Carleo - Università di Napoli
Giovanna Savorani - Università di Genova
Claudio Scognamiglio - Università di Roma “Tor Vergata”
Chiara Tenella Sillani - Università di Milano Statale
Giuseppe Vettori - Università di Firenze
Alessio Zaccaria -Università di Verona
Mario Zana - Università di Pisa
Paolo Zatti - Università di Padova
17 febbraio 2009
W LA SARDEGNA
Elezioni regionali in Sardegna. Il presidente uscente Soru vince schiacciando il suo avversario: un distacco di ben dodici punti. Il PD scavalca il Pdl lasciandolo ad oltre 10 punti, un miracolo.
Il grande sponsor di Cappellini ne è uscito con le ossa rotte. Finalmente l’Italia tutta può tirare un sospiro di sollievo. Gli italiani incominciano ad alzare la testa, hanno capito che il cavaliere e la sua schiera di cortigiani non sono in grado di risolvere i gravi problemi della recessione economica; che l’ordine pubblico, nonostante l’uso dell’esercito, continua ad essere un punto non risolto e a nulla valgono i proclami televisivi; che la democrazia è in pericolo per il cinismo con cui si usano le istituzioni. Il successo non può essere attribuito solo al coraggio di Soru, ma anche alla solida struttura del PD e all’intraprendenza politica e organizzativa del suo leader Walter Weltroni.
Il centrosinistra da oggi può riprendere a sognare. Il suo progetto di società nuova, fondata su un nuovo Rinascimento culturale e politico e, grazie all’opera continua di diffusione attuata in umiltà dai “vecchi” (Rutelli, D’alema, Binetti…), già cammina. Vedremo i giovani alla guida non più di un partito bicefalo, ma di un monolite che, pur mantenendo delle diversità, riuscirà, nel rispetto della costituzione e del patto di appartenenza, ad avere un’unica posizione su i problemi più determinanti della politica a partire dalla bioetica.
Ma che cos’è questo trillo continuo? È la sveglia che, bruscamente mi fa saltare giù dal letto.
Senza nemmeno prendere il caffè, accendo la Tv e mi sintonizzo sul televideo: le elezioni i Sardegna sono state vinte da Berlusconi, Soru si è fermato al 42%, il Pd di Veltroni & company ha perso solo 11 punti rispetto alle politiche.
Il mio sogno è stravolto, eppure gli antichi sui sogni vedevano un’anticipazione della realtà, gli oracoli erano potentissimi, nessuna impresa veniva intrapresa senza consultarli.
Si vede che la nostra realtà è dura da scalfire…ci contentiamo della realtà onirica che, tra l’altro, possiamo realizzarla come vogliamo.
È ovvio, a questo punto, che alcune riflessioni politiche vanno pure fatte, che sicuramente saranno diverse dai soliti vecchi commenti dei soliti vecchi e soliti uomini di partito commentatoti a loro sodali. La destra osannerà il suo leader Berlusconi, il Pd se la prenderà con l’invadenza dei media e della campagna elettorale fatta da Berlusconi “sempre in Sardegna e con i soldi dello Stato”. Meschine giustificazioni che tentano di nascondere il vuoto profondo di proposta politica su tutti i principali problemi all’ordine del giorno dall’economia, alla giustizia, dalla democrazia in pericolo al testamento biologico, dalla laicità dello stato all’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche…e potremmo continuare all’infinito.
Soru e il Pd hanno perso, senza appello. La sconfitta è netta, tanto netta che la domanda da farsi è una sola: Cosa ci sta a fare un partito che naviga a vista, che non ha un progetto da contrapporre a quello demagogico e distruttivo della destra, se su ogni singolo argomento le due anime, la cattolica
e la laica (?), e non trovano una sintesi, una compattezza di contrasto, senza rifugiarsi sul voto di coscienza, di comodo?
Occorre che il Pd esca dall’ambiguità programmatica, lasciando l’improvvisazione, e dando certezza ai suoi elettori, cercando di conquistare le numerosissime schede bianche, non illudendosi che siano solo di sinistra e che prima o poi ritorneranno all’ovile. Sarebbe una pia illusione se il Pd non riuscirà a recepire la disillusione di quanti avevano scommesso sul nuovo soggetto. Nuovo in tutti i sensi, nelle proposte e negli uomini, perché, lo ricordino bene i boss del Pd, se l’Italia va alla deriva, una colpa determinante e anche loro.
Il grande sponsor di Cappellini ne è uscito con le ossa rotte. Finalmente l’Italia tutta può tirare un sospiro di sollievo. Gli italiani incominciano ad alzare la testa, hanno capito che il cavaliere e la sua schiera di cortigiani non sono in grado di risolvere i gravi problemi della recessione economica; che l’ordine pubblico, nonostante l’uso dell’esercito, continua ad essere un punto non risolto e a nulla valgono i proclami televisivi; che la democrazia è in pericolo per il cinismo con cui si usano le istituzioni. Il successo non può essere attribuito solo al coraggio di Soru, ma anche alla solida struttura del PD e all’intraprendenza politica e organizzativa del suo leader Walter Weltroni.
Il centrosinistra da oggi può riprendere a sognare. Il suo progetto di società nuova, fondata su un nuovo Rinascimento culturale e politico e, grazie all’opera continua di diffusione attuata in umiltà dai “vecchi” (Rutelli, D’alema, Binetti…), già cammina. Vedremo i giovani alla guida non più di un partito bicefalo, ma di un monolite che, pur mantenendo delle diversità, riuscirà, nel rispetto della costituzione e del patto di appartenenza, ad avere un’unica posizione su i problemi più determinanti della politica a partire dalla bioetica.
Ma che cos’è questo trillo continuo? È la sveglia che, bruscamente mi fa saltare giù dal letto.
Senza nemmeno prendere il caffè, accendo la Tv e mi sintonizzo sul televideo: le elezioni i Sardegna sono state vinte da Berlusconi, Soru si è fermato al 42%, il Pd di Veltroni & company ha perso solo 11 punti rispetto alle politiche.
Il mio sogno è stravolto, eppure gli antichi sui sogni vedevano un’anticipazione della realtà, gli oracoli erano potentissimi, nessuna impresa veniva intrapresa senza consultarli.
Si vede che la nostra realtà è dura da scalfire…ci contentiamo della realtà onirica che, tra l’altro, possiamo realizzarla come vogliamo.
È ovvio, a questo punto, che alcune riflessioni politiche vanno pure fatte, che sicuramente saranno diverse dai soliti vecchi commenti dei soliti vecchi e soliti uomini di partito commentatoti a loro sodali. La destra osannerà il suo leader Berlusconi, il Pd se la prenderà con l’invadenza dei media e della campagna elettorale fatta da Berlusconi “sempre in Sardegna e con i soldi dello Stato”. Meschine giustificazioni che tentano di nascondere il vuoto profondo di proposta politica su tutti i principali problemi all’ordine del giorno dall’economia, alla giustizia, dalla democrazia in pericolo al testamento biologico, dalla laicità dello stato all’ingerenza delle gerarchie ecclesiastiche…e potremmo continuare all’infinito.
Soru e il Pd hanno perso, senza appello. La sconfitta è netta, tanto netta che la domanda da farsi è una sola: Cosa ci sta a fare un partito che naviga a vista, che non ha un progetto da contrapporre a quello demagogico e distruttivo della destra, se su ogni singolo argomento le due anime, la cattolica
e la laica (?), e non trovano una sintesi, una compattezza di contrasto, senza rifugiarsi sul voto di coscienza, di comodo?
Occorre che il Pd esca dall’ambiguità programmatica, lasciando l’improvvisazione, e dando certezza ai suoi elettori, cercando di conquistare le numerosissime schede bianche, non illudendosi che siano solo di sinistra e che prima o poi ritorneranno all’ovile. Sarebbe una pia illusione se il Pd non riuscirà a recepire la disillusione di quanti avevano scommesso sul nuovo soggetto. Nuovo in tutti i sensi, nelle proposte e negli uomini, perché, lo ricordino bene i boss del Pd, se l’Italia va alla deriva, una colpa determinante e anche loro.
12 febbraio 2009
INTERVISTA A ZAGREBELSKY
Pubblico l'intervista rilasciata dal costituzinalista Zagrebelsky, esempio laico di equilibrio e di rispetto per tutte le posizioni,che immagina lontane dai dogmi, causa di scontri che non si sa mai dove andranno a finire.
La politica non deve essere succube della Chiesa, ma deve rivendicarne l'autonomia, così come la Chiesa non deve invadere il campo della politica, anche se nessuno le vieta di dire la sua in ordini ai principi che le sono propprie, senza pretese egemoniche.
Parla l'ex presidente della Consulta
"Dialogo sull'etica è impossibile con lo scontro tra dogmi"
Zagrebelsky: "Se il potere nichilista
si allea con la Chiesa del dogma"
di GIUSEPPE D'AVANZO
L'Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, ha definito Beppino Englaro "un boia". Credo che debba partire da qui, da un insulto atroce, il colloquio con Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale.
Beppino Englaro, "un boia"?"
In un caso controverso dove sono in gioco dati della vita così legati alla tragicità della condizione umana è fuori luogo usare un linguaggio violento, così impietoso, così incontrollato, così ingiusto. Non ho ascoltato, sul versante opposto, che vi sia chi ragiona dell'esistenza di un "partito della crudeltà" opposto a "un partito della pietà". Credo che in vicende così dolorose debbano trovare espressione parole più adeguate e controllate, più cristiane".
E tuttavia, presidente, i toni accusatori, le accuse così aggressive e definitive sembrano indicare che cosa è in gioco o a contrasto nel caso di Eluana Englaro. I valori contro i principi, la verità contro il dubbio. Questioni da sempre aperte nelle riflessioni dei dotti che avevano trovato, per così dire, una sistemazione condivisa nella Costituzione italiana. Che cosa è accaduto? Perché quell'equilibrio viene oggi messo di nuovo in discussione dopo appena sessant'anni?
"Le posizioni in tema di etica possono essere prese in due modi. In nome della verità e del dogma, con regole generali e astratte; oppure in nome della carità e della com-passione, con atteggiamenti e comportamenti concreti. Nella Chiesa cattolica, ovviamente, ci sono entrambe queste posizioni. Nelle piccole cerchie, prevale la carità; nelle grandi, la verità. Quando le prime comunità cristiane erano costituite da esseri umani in rapporto gli uni con gli altri, la carità del Cristo informava i loro rapporti. La "verità" cristiana non è una dottrina, una filosofia, una ideologia. Lo è diventata dopo. Gesù di Nazareth dice: io sono la verità. La verità non è il dogma, è un atteggiamento vitale. Quando la Chiesa è diventata una grande organizzazione, un'organizzazione "cattolica" che governa esseri umani senza entrare in contatto con loro, con la loro particolare, individuale esperienza umana, ha avuto la necessità di parlare in generale e in astratto. È diventata, - cosa in origine del tutto impensabile - una istituzione giuridica che, per far valere la sua "verità", ha bisogno di autorità e l'autorità si esercita in leggi: leggi che possono entrare in conflitto con quelle che si dà la società. Chi pensa e crede diversamente, può solo piegarsi o opporsi. Un terreno d'incontro non esiste. ".
Che ne sarà allora dell'invito del capo dello Stato a una "riflessione comune" ora che il parlamento affronterà la discussione sulle legge di "fine vita"?
" Una legge comune è possibile solo se si abbandonano i dogmi, se si affrontano i problemi non brandendo quella verità che consente a qualcuno di parlare di "omicidio" e "boia", ma in una prospettiva di carità. La carità è una virtù umana, che trascende di gran lunga le divisioni delle ideologie e dei credi religiosi o filosofici. La carità non ha bisogno né di potere, né di dogmi, né di condanne, ma si nutre di libertà e responsabilità. Dico la stessa cosa in altro modo: un approdo comune sarà possibile soltanto se prevarrà l'amore cristiano contro la verità cattolica".
Lo ritiene possibile?
"Giovanni Botero nella sua Della Ragione di Stato del 1589 scriveva, a proposito dei Modi di propagandar la religione: "Tra tutte le leggi, non ve n'è alcuna più favorevole a' Prencipi, che la Christiana: perché questa sottomette loro, non solamente i corpi e le facoltà de'sudditi, dove conviene, ma gli animi ancora; e lega non solamente le mani, ma gli affetti ancora e i pensieri". Botero era uomo della controriforma. Purtroppo, c'è chi pensa ancora così, tra i nostri moderni "prencipi". Essi potrebbero far loro il motto di un discepolo di Botero che scriveva: "questa è la ragion di stato, fratel mio, obbedire alla Chiesa cattolica". Ora, se l'obbedienza alla Chiesa cattolica è la ragion di stato, è chiaro che i laici non troveranno mai un approdo comune con costoro.
Dobbiamo allora credere che il conflitto di oggi tra mondo laico e mondo cattolico, che ha accompagnato il calvario di Eluana, segnali soprattutto la fine della riflessione del Concilio Vaticano II e, per quel che ci riguarda, la crisi di quella "disposizione costituzionale" che è consistita, per lo Stato, nel principio di laicità contenuto nella Costituzione, e per la Chiesa nella distinzione tra religione e politica?
"Il Concilio Vaticano II ha rovesciato la tradizione della Chiesa come potere alleato dello Stato, ha voluto liberarla da questo legame tutt'altro che evangelico. Non si propose di proteggere o conservare i suoi privilegi, ancorché legittimamente ricevuti, e invitò i cattolici a un impegno responsabile nella società, uomini con gli altri uomini, con la fiducia riposta nel libero esercizio delle virtù cristiane e nell'incontro con gli "uomini di buona volontà", senza distinzione di fedi. Fu "religione delle persone" e non surrogato di una religione civile. Il cattolicesimo-religione civile sembra invece, oggi, essere assai gradito per i vantaggi immediati che possono derivare sia agli uomini di Chiesa che a quelli di Stato".
Ieri mentre finiva l'esistenza di Eluana Englaro e il Paese era scosso dalle emozioni, dalla pietà e, sì, anche da una rabbia cieca, dieci milioni di italiani hanno voluto vedere il Grande Fratello. E' difficile non osservare che l'artefice della macchina spettacolare televisiva del reality e di ogni altra fantasmagorica vacuità - capace di distruggere ogni identità reale, alienare il linguaggio, espropriarci di ciò che ci è comune, di separare gli uomini da se stessi e da ciò che li unisce - è lo stesso leader politico che pretende di dire e agire in nome dell'Umanità, della Vita, addirittura della Verità e della Parola di Dio. Le appare più tragico o grottesco, questo paradosso? Come spiegarsi la dissoluzione di ogni senso critico dinanzi a questo falso indiscutibile?
"Non è questo il solo paradosso. Non è la sola contraddizione che si può cogliere in questa vicenda. Il mondo cattolico enfatizza spesso il valore della dimensione comunitaria della vita, soprattutto nella famiglia. E' la convinzione che induce la Chiesa a invocare a gran voce la cosiddetta sussidiarietà: lo Stato intervenga soltanto quando non esistono strutture sociali che possono svolgere beneficamente la loro funzione. Mi chiedo perché, quando la responsabilità, la presenza calda e diretta della famiglia, nelle tragiche circostanze vissute dalla famiglia Englaro, dovrebbero ricevere il più grande riconoscimento, la Chiesa - con una contraddizione patente - chiude alla famiglia e invoca l'intervento dello Stato; alla com-passione di chi è direttamente coinvolto in quella tragedia, preferisce i diktat della legge, dei tribunali, dei carabinieri. Sia chiaro: lo Stato deve vigilare contro gli abusi - proprio per evitare il rischio espresso dal presidente del consiglio con l'espressione, in concreto priva di compassione, "togliersi un fastidio" - ma osservo come la legge che la Chiesa chiede assorbe nella dimensione statale tutte le decisioni etiche coinvolte: questo è il contrario della sussidiarietà e assomiglia molto allo Stato etico, allo Stato totalitario".
Lei è il primo firmatario di un appello che ha per titolo Rompiamo il silenzio. Vi si legge che "la democrazia è in bilico". Le chiedo: può una democrazia fragile, in bilico appunto, reggere l'urto coordinato di un potere politico invasivo e senza contrappesi e di un potere religioso che agita come una spada la verità?
"Oggi la politica è succuba della Chiesa, ma domani potrebbe accadere l'opposto. Se la politica è diventata - come mi pare - mezzo al solo fine del potere, potere per il potere, attenzione per la Chiesa! Essa, la Chiesa del dogma e della verità, può essere un alleato di un potere che oggi ha bisogno, strumentalmente, di legittimazione morale. Il compromesso convince i due poteri a cooperare. Ma domani? Il potere dell'uno, rafforzato e soddisfatto, potrebbe fare a meno dell'altra. ".
Qual è l'obiettivo del suo appello?
"'Rompiamo il silenziò è già stato sottoscritto da centosessantamila cittadini. È la dimostrazione che, per fortuna, la nostra società non è un corpo informe, conserva capacità di reazione. L'appello ha tre ragioni. E' uno sfogo liberatorio, innanzitutto: devo dire a qualcuno che non sono d'accordo. E' poi un autorappresentarsi non come singoli, ma come comunità di persone. Il terzo obiettivo è rendersi consapevoli, voler guardare le cose non in dettagli separati, è un volersi raffigurare un quadro. A volte abbiamo la tendenza a evitare di guardare le cose nel loro insieme. E' quasi un istinto di sopravvivenza distogliere lo sguardo dalla disgrazia che ci può capitare. L'appello prende posizione. Si accontenta di questo. Se mi chiede come e dove diventerà concreta questa presa di coscienza, le rispondo che ognuno ha i suoi spazi, il lavoro, la scuola, il partito, il voto. Faccia quel che deve, quel che crede debba essere fatto per sconfiggere la rassegnazione".
(11 febbraio 2009) da "la Repubblica"
La politica non deve essere succube della Chiesa, ma deve rivendicarne l'autonomia, così come la Chiesa non deve invadere il campo della politica, anche se nessuno le vieta di dire la sua in ordini ai principi che le sono propprie, senza pretese egemoniche.
Parla l'ex presidente della Consulta
"Dialogo sull'etica è impossibile con lo scontro tra dogmi"
Zagrebelsky: "Se il potere nichilista
si allea con la Chiesa del dogma"
di GIUSEPPE D'AVANZO
L'Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, ha definito Beppino Englaro "un boia". Credo che debba partire da qui, da un insulto atroce, il colloquio con Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale.
Beppino Englaro, "un boia"?"
In un caso controverso dove sono in gioco dati della vita così legati alla tragicità della condizione umana è fuori luogo usare un linguaggio violento, così impietoso, così incontrollato, così ingiusto. Non ho ascoltato, sul versante opposto, che vi sia chi ragiona dell'esistenza di un "partito della crudeltà" opposto a "un partito della pietà". Credo che in vicende così dolorose debbano trovare espressione parole più adeguate e controllate, più cristiane".
E tuttavia, presidente, i toni accusatori, le accuse così aggressive e definitive sembrano indicare che cosa è in gioco o a contrasto nel caso di Eluana Englaro. I valori contro i principi, la verità contro il dubbio. Questioni da sempre aperte nelle riflessioni dei dotti che avevano trovato, per così dire, una sistemazione condivisa nella Costituzione italiana. Che cosa è accaduto? Perché quell'equilibrio viene oggi messo di nuovo in discussione dopo appena sessant'anni?
"Le posizioni in tema di etica possono essere prese in due modi. In nome della verità e del dogma, con regole generali e astratte; oppure in nome della carità e della com-passione, con atteggiamenti e comportamenti concreti. Nella Chiesa cattolica, ovviamente, ci sono entrambe queste posizioni. Nelle piccole cerchie, prevale la carità; nelle grandi, la verità. Quando le prime comunità cristiane erano costituite da esseri umani in rapporto gli uni con gli altri, la carità del Cristo informava i loro rapporti. La "verità" cristiana non è una dottrina, una filosofia, una ideologia. Lo è diventata dopo. Gesù di Nazareth dice: io sono la verità. La verità non è il dogma, è un atteggiamento vitale. Quando la Chiesa è diventata una grande organizzazione, un'organizzazione "cattolica" che governa esseri umani senza entrare in contatto con loro, con la loro particolare, individuale esperienza umana, ha avuto la necessità di parlare in generale e in astratto. È diventata, - cosa in origine del tutto impensabile - una istituzione giuridica che, per far valere la sua "verità", ha bisogno di autorità e l'autorità si esercita in leggi: leggi che possono entrare in conflitto con quelle che si dà la società. Chi pensa e crede diversamente, può solo piegarsi o opporsi. Un terreno d'incontro non esiste. ".
Che ne sarà allora dell'invito del capo dello Stato a una "riflessione comune" ora che il parlamento affronterà la discussione sulle legge di "fine vita"?
" Una legge comune è possibile solo se si abbandonano i dogmi, se si affrontano i problemi non brandendo quella verità che consente a qualcuno di parlare di "omicidio" e "boia", ma in una prospettiva di carità. La carità è una virtù umana, che trascende di gran lunga le divisioni delle ideologie e dei credi religiosi o filosofici. La carità non ha bisogno né di potere, né di dogmi, né di condanne, ma si nutre di libertà e responsabilità. Dico la stessa cosa in altro modo: un approdo comune sarà possibile soltanto se prevarrà l'amore cristiano contro la verità cattolica".
Lo ritiene possibile?
"Giovanni Botero nella sua Della Ragione di Stato del 1589 scriveva, a proposito dei Modi di propagandar la religione: "Tra tutte le leggi, non ve n'è alcuna più favorevole a' Prencipi, che la Christiana: perché questa sottomette loro, non solamente i corpi e le facoltà de'sudditi, dove conviene, ma gli animi ancora; e lega non solamente le mani, ma gli affetti ancora e i pensieri". Botero era uomo della controriforma. Purtroppo, c'è chi pensa ancora così, tra i nostri moderni "prencipi". Essi potrebbero far loro il motto di un discepolo di Botero che scriveva: "questa è la ragion di stato, fratel mio, obbedire alla Chiesa cattolica". Ora, se l'obbedienza alla Chiesa cattolica è la ragion di stato, è chiaro che i laici non troveranno mai un approdo comune con costoro.
Dobbiamo allora credere che il conflitto di oggi tra mondo laico e mondo cattolico, che ha accompagnato il calvario di Eluana, segnali soprattutto la fine della riflessione del Concilio Vaticano II e, per quel che ci riguarda, la crisi di quella "disposizione costituzionale" che è consistita, per lo Stato, nel principio di laicità contenuto nella Costituzione, e per la Chiesa nella distinzione tra religione e politica?
"Il Concilio Vaticano II ha rovesciato la tradizione della Chiesa come potere alleato dello Stato, ha voluto liberarla da questo legame tutt'altro che evangelico. Non si propose di proteggere o conservare i suoi privilegi, ancorché legittimamente ricevuti, e invitò i cattolici a un impegno responsabile nella società, uomini con gli altri uomini, con la fiducia riposta nel libero esercizio delle virtù cristiane e nell'incontro con gli "uomini di buona volontà", senza distinzione di fedi. Fu "religione delle persone" e non surrogato di una religione civile. Il cattolicesimo-religione civile sembra invece, oggi, essere assai gradito per i vantaggi immediati che possono derivare sia agli uomini di Chiesa che a quelli di Stato".
Ieri mentre finiva l'esistenza di Eluana Englaro e il Paese era scosso dalle emozioni, dalla pietà e, sì, anche da una rabbia cieca, dieci milioni di italiani hanno voluto vedere il Grande Fratello. E' difficile non osservare che l'artefice della macchina spettacolare televisiva del reality e di ogni altra fantasmagorica vacuità - capace di distruggere ogni identità reale, alienare il linguaggio, espropriarci di ciò che ci è comune, di separare gli uomini da se stessi e da ciò che li unisce - è lo stesso leader politico che pretende di dire e agire in nome dell'Umanità, della Vita, addirittura della Verità e della Parola di Dio. Le appare più tragico o grottesco, questo paradosso? Come spiegarsi la dissoluzione di ogni senso critico dinanzi a questo falso indiscutibile?
"Non è questo il solo paradosso. Non è la sola contraddizione che si può cogliere in questa vicenda. Il mondo cattolico enfatizza spesso il valore della dimensione comunitaria della vita, soprattutto nella famiglia. E' la convinzione che induce la Chiesa a invocare a gran voce la cosiddetta sussidiarietà: lo Stato intervenga soltanto quando non esistono strutture sociali che possono svolgere beneficamente la loro funzione. Mi chiedo perché, quando la responsabilità, la presenza calda e diretta della famiglia, nelle tragiche circostanze vissute dalla famiglia Englaro, dovrebbero ricevere il più grande riconoscimento, la Chiesa - con una contraddizione patente - chiude alla famiglia e invoca l'intervento dello Stato; alla com-passione di chi è direttamente coinvolto in quella tragedia, preferisce i diktat della legge, dei tribunali, dei carabinieri. Sia chiaro: lo Stato deve vigilare contro gli abusi - proprio per evitare il rischio espresso dal presidente del consiglio con l'espressione, in concreto priva di compassione, "togliersi un fastidio" - ma osservo come la legge che la Chiesa chiede assorbe nella dimensione statale tutte le decisioni etiche coinvolte: questo è il contrario della sussidiarietà e assomiglia molto allo Stato etico, allo Stato totalitario".
Lei è il primo firmatario di un appello che ha per titolo Rompiamo il silenzio. Vi si legge che "la democrazia è in bilico". Le chiedo: può una democrazia fragile, in bilico appunto, reggere l'urto coordinato di un potere politico invasivo e senza contrappesi e di un potere religioso che agita come una spada la verità?
"Oggi la politica è succuba della Chiesa, ma domani potrebbe accadere l'opposto. Se la politica è diventata - come mi pare - mezzo al solo fine del potere, potere per il potere, attenzione per la Chiesa! Essa, la Chiesa del dogma e della verità, può essere un alleato di un potere che oggi ha bisogno, strumentalmente, di legittimazione morale. Il compromesso convince i due poteri a cooperare. Ma domani? Il potere dell'uno, rafforzato e soddisfatto, potrebbe fare a meno dell'altra. ".
Qual è l'obiettivo del suo appello?
"'Rompiamo il silenziò è già stato sottoscritto da centosessantamila cittadini. È la dimostrazione che, per fortuna, la nostra società non è un corpo informe, conserva capacità di reazione. L'appello ha tre ragioni. E' uno sfogo liberatorio, innanzitutto: devo dire a qualcuno che non sono d'accordo. E' poi un autorappresentarsi non come singoli, ma come comunità di persone. Il terzo obiettivo è rendersi consapevoli, voler guardare le cose non in dettagli separati, è un volersi raffigurare un quadro. A volte abbiamo la tendenza a evitare di guardare le cose nel loro insieme. E' quasi un istinto di sopravvivenza distogliere lo sguardo dalla disgrazia che ci può capitare. L'appello prende posizione. Si accontenta di questo. Se mi chiede come e dove diventerà concreta questa presa di coscienza, le rispondo che ognuno ha i suoi spazi, il lavoro, la scuola, il partito, il voto. Faccia quel che deve, quel che crede debba essere fatto per sconfiggere la rassegnazione".
(11 febbraio 2009) da "la Repubblica"
11 febbraio 2009
LA VIOLENZA DELLE PAROLE E LA PRESUNZIONE DELLA VERITA’
Eluana è stata uccisa. È questa la triste certezza del signor Marco Tarquinio, giornalista di punta dell’Avvenire, l’organo della CEI. Ne è talmente convinto che usa l’intercalare all’inizio di ogni periodo, come atto d’accusa certo. È un’accusa che ha dei destinatari ben individuati cui si rivolge con linguaggio da “Santa” inquisizione, violento e arrogante, in un momento in cui la riflessione dovrebbe guidare le nostre pulsioni.
“Se non gridassimo questa…verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli”. Non capisco a quale verità si riferisce il signor Tarquinio, se alla sua o a quella divina, perché, nell’un caso e nell’altro deve dimostrarlo e se è proprio convinto che Eluana è stata uccisa e conosce i nomi dei suoi assassini, e li conosce, come si evince dalla lettura dell’articolo, ha una sola strada da percorrere, quella della denuncia circostanziata alla Magistratura, proprio per non “consentire menzogne e tollerare mistificazioni”. Una tale azione gli darebbe “titolo morale” per parlare a lettori, cittadini e figli (ma non sarebbe stato meglio invertire l’ordine dei destinatari?). Sulla verità divina, cioè rivelata, avrei molte perplessità, viste le manipolazioni a cui è stata sottoposta la Bibbia, come sul titolo morale, considerando che nel “Nuovo catechismo della Chiesa cattolica, 1999” si legge “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude (…) il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani…”.
Parla, l’articolista, di Eluana “strappata all’affetto e alle competenze di vita delle suore, contrapposta a una competenza di morte messa in campo a Udine”. E l’affetto dei genitori quello che li ha legati per diciassette anni al calvario di Eluana, a quanto ho capito, si trasforma in “competenza di morte”, poiché i nostri figli “rinunceranno a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre (…) e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia?”. Linguaggio violento e farneticante!
Concordo nella richiesta che la politica s’impegni a colmare il vuoto legislativo in merito, elaborando una legge che tenga conto della volontà chiaramente espressa dal paziente che verrebbe a trovarsi in una condizione di stato vegetativo o di coma irreversibile prevedendo, altresì, strumenti di aiuto per le famiglie coinvolte, proprio per dare un senso a quella che viene definita “cultura della vita”.
Il signor Tarquinio, conclude chiedendo ai giudici, prima chiamati a correo, “che si faccia giustizia” e ci dicano “come è stata uccisa Eluana”.
Ecco, come insegna la Chiesa e la sua gerarchia, emerge sempre la visione dualistica della realtà divisa tra il bene e il male, tra l’assolutismo dogmatico e il relativismo, tra il giusto e ciò che giusto non è. Ovviamente la verità sta sempre dalla loro parte, gli altri di adeguino alla legge divina se non vogliono finire all’Inferno e patire mille pene, come la giustizia divina ci insegna, poiché quella umana è lontana assai dalla perfezione. La perfettibilità della legge umana è certezza di rispetto della dignità e della libertà dell’uomo, di una ricerca che va verso il divino senza certezze assolute ma con il desiderio di conoscenza.
Invito, infine, il signor Tarquini, a non chiedere perdono in mia vece al suo Dio. Innanzitutto perché non credo di dover chiedere perdono perché ho condiviso la posizione di Eluana e della famiglia, e poi perché il perdono è un atto personale e non delegabile. Lo chieda per sé per quanto a scritto e per le pietre che ha lanciato senza dimenticare quello che dice Gesù in Giovanni1, 8-7: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro…”. Oppure lo chieda per tutti i morti dovuti all’integr5alismo cattolico in secoli di massacri.
Segue l'articolo di prima pagine del signor Tarquini che invito a leggere
10 Febbraio 2009
Non morta, ma uccisa
Adesso però vogliamo sapere tutto
Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tollerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini.
Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte» messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.
Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi <+corsivo>sentenziata<+tondo>, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.
Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.
Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.
Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana?
Marco Tarquinio
“Se non gridassimo questa…verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli”. Non capisco a quale verità si riferisce il signor Tarquinio, se alla sua o a quella divina, perché, nell’un caso e nell’altro deve dimostrarlo e se è proprio convinto che Eluana è stata uccisa e conosce i nomi dei suoi assassini, e li conosce, come si evince dalla lettura dell’articolo, ha una sola strada da percorrere, quella della denuncia circostanziata alla Magistratura, proprio per non “consentire menzogne e tollerare mistificazioni”. Una tale azione gli darebbe “titolo morale” per parlare a lettori, cittadini e figli (ma non sarebbe stato meglio invertire l’ordine dei destinatari?). Sulla verità divina, cioè rivelata, avrei molte perplessità, viste le manipolazioni a cui è stata sottoposta la Bibbia, come sul titolo morale, considerando che nel “Nuovo catechismo della Chiesa cattolica, 1999” si legge “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude (…) il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani…”.
Parla, l’articolista, di Eluana “strappata all’affetto e alle competenze di vita delle suore, contrapposta a una competenza di morte messa in campo a Udine”. E l’affetto dei genitori quello che li ha legati per diciassette anni al calvario di Eluana, a quanto ho capito, si trasforma in “competenza di morte”, poiché i nostri figli “rinunceranno a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre (…) e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia?”. Linguaggio violento e farneticante!
Concordo nella richiesta che la politica s’impegni a colmare il vuoto legislativo in merito, elaborando una legge che tenga conto della volontà chiaramente espressa dal paziente che verrebbe a trovarsi in una condizione di stato vegetativo o di coma irreversibile prevedendo, altresì, strumenti di aiuto per le famiglie coinvolte, proprio per dare un senso a quella che viene definita “cultura della vita”.
Il signor Tarquinio, conclude chiedendo ai giudici, prima chiamati a correo, “che si faccia giustizia” e ci dicano “come è stata uccisa Eluana”.
Ecco, come insegna la Chiesa e la sua gerarchia, emerge sempre la visione dualistica della realtà divisa tra il bene e il male, tra l’assolutismo dogmatico e il relativismo, tra il giusto e ciò che giusto non è. Ovviamente la verità sta sempre dalla loro parte, gli altri di adeguino alla legge divina se non vogliono finire all’Inferno e patire mille pene, come la giustizia divina ci insegna, poiché quella umana è lontana assai dalla perfezione. La perfettibilità della legge umana è certezza di rispetto della dignità e della libertà dell’uomo, di una ricerca che va verso il divino senza certezze assolute ma con il desiderio di conoscenza.
Invito, infine, il signor Tarquini, a non chiedere perdono in mia vece al suo Dio. Innanzitutto perché non credo di dover chiedere perdono perché ho condiviso la posizione di Eluana e della famiglia, e poi perché il perdono è un atto personale e non delegabile. Lo chieda per sé per quanto a scritto e per le pietre che ha lanciato senza dimenticare quello che dice Gesù in Giovanni1, 8-7: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro…”. Oppure lo chieda per tutti i morti dovuti all’integr5alismo cattolico in secoli di massacri.
Segue l'articolo di prima pagine del signor Tarquini che invito a leggere
10 Febbraio 2009
Non morta, ma uccisa
Adesso però vogliamo sapere tutto
Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tollerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità, non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini.
Eluana è stata uccisa. Una settimana esatta dopo essere stata strappata all’affetto e alla «competenza di vita» delle sorelle che per 15 anni, a Lecco, si erano pienamente e teneramente occupate di lei. In un momento imprecisato e oscuro del «protocollo», orribile burocratico eufemismo con il quale si è cercato di sterilizzare invano l’idea di una «competenza di morte» messa in campo, a Udine, per porre fine artificialmente ai suoi giorni.
Eluana è stata uccisa. E noi osiamo chiedere perdono a Dio per chi ha voluto e favorito questa tragedia. Per ogni singola persona che ha contribuito a fermare il respiro e il cuore di una giovane donna che per mesi era stata ostinatamente raccontata, anzi <+corsivo>sentenziata<+tondo>, come «già morta» e che morta non era. Chiediamo perdono per ognuno di loro, ma anche per noi stessi. Per non aver saputo parlare e scrivere più forte. Per essere riusciti a scalfire solo quando era troppo tardi il muro omertoso della falsa pietà. Per aver trovato solo quando nessuno ha voluto più ascoltarle le voci per Eluana (le altre voci di Eluana) che erano state nascoste. Sì, chiediamo perdono per ogni singola persona che ha voluto e favorito questa tragedia. E per noi che non abbiamo saputo gridare ancora di più sui tetti della nostra Italia la scandalosa verità sul misfatto che si stava compiendo: senza umanità, senza legge e senza giustizia.
Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà, chi dimostrerà, loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.
Sì, Eluana è stata uccisa. E noi, oggi, abbiamo solo una povera tenace speranza, già assediata – se appena guardiamo nel recinto delle aule parlamentari – dalle solite cautelose sottigliezze, dalle solite sferraglianti polemiche. Eppure questa povera tenace speranza noi la rivendichiamo: che non ci sia più un altro caso così. Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.
Ma che si faccia, ora, davvero giustizia. Che s’indaghi fino in fondo, adesso che il «protocollo» è compiuto e il mistero di questa fine mortalmente c’inquieta. Non ci si risparmi nessuna domanda, signori giudici. Ci sia trasparenza finalmente, dopo l’opacità che ci è stata imposta fino a colmare la misura della sopportazione. E si risponda presto, si risponda subito, si risponda totalmente. Come è stata uccisa Eluana?
Marco Tarquinio
10 febbraio 2009
LETTERA A PAPA’ PEPPINO
Signor Peppino,
non lo conosco, ma voglio unirmi al suo dolore lungo diciassette anni, durante i quali ha dato un’alta immagine di padre, stando vicino alla sua unica e amata figlia, quella splendida ragazza di vent’anni.
Il suo atto di coraggio lo rende un gigante di fronte all’ipocrisia di chi in nome della sacralità della vita, giorno dopo giorno la calpesta in tutte le sue manifestazioni spostando su altri le responsabilità.
Istituzioni politiche e morali non hanno avuto l’umiltà del silenzio e della comprensione, ma hanno inscenato uno spettacolo indegno, strumentalizzando ai propri fini un dramma familiare che non può vivere chi non lo prova.
Un padre non diventa un mostro dopo diciassette anni, come dopo diciassette anni, di colpo, ci si accorge di Eluana…con violenza, cercando di dividere le coscienze invece di unirle attorno alla sofferenza immensa, sua, Peppino, e della sua famiglia.
Cinici sepolcri imbiancati, mercanti che Gesù aveva buttato fuori dal tempio, osano parlare di due culture, quella della vita e quella della morte, cercando di impadronirsi impropriamente della prima. Non hanno capito, o non l’hanno voluto, che non spetta a loro, come a nessuno, stabilire la linea di confine tra ciò che è bene e ciò che non lo è, che non possono entrare nel tempio che è in ognuno di noi senza dissacrarlo, calpestando il diritto che ogni essere umano ha di decidere del proprio destino.
La verità assoluta ed esclusiva, anche se esistesse, conterrebbe il rispetto per la “sua” verità e, quindi, del suo modo di porsi nei confronti della vita.
Mi scusi Peppino dello sfogo, ma ho vissuto questi ultimi giorni con angoscia.
Mi permetta di abbracciarlo da fratello e di versare una lacrima e unirla alle sue.
Giuseppe Governanti
Di seguito riporto integralmente l’articolo del direttore di “la Repubblica”, che meglio di ogni altro ha espresso i sentimenti di vicinanza verso la famiglia Englaro, evidenziando l’indignazione verso la politica che non ha saputo stare in silenzio, invadendo con la sua ipocrisia e cinismo il triste campo del dolore e della sofferenza.
Solo un appunto, dottor Mauro. In questa triste vicenda un ruolo importante, forse determinante, hanno avuto le gerarchie vaticane. È cosa opportuna, oltre che giusta, sottolinearne, non solo l’invadenza, fino al limite estremo dell’ingerenza, ma anche la continua accusa di omicidio rivolti verso chi si è stretto al dolore della famiglia e la famiglia stessa, alimentando il fuoco dello scontro ideologico. Sono evidenze che è giusto riprendere, com’è giusto riaffermare la laicità dello Stato così come recita la Costituzione, sottolineando le numerose prebende (l’8 per mille, il 5 per mille, i finanziamenti alle scuole cattoliche a scapito della scuola statale sempre più in rovina…) e i numerosi privilegi di cui gode, come una religione di stato.
La morte e la politica
di EZIO MAURO
Il nuovo Calvario su cui è salita Eluana Englaro e dove è morta ieri sera, è questa fine tutta politica, usata, strumentalizzata, quasi annullata nella riduzione a puro simbolo e pretesto feroce di una battaglia di potere che è appena incominciata e nell'usurpazione del suo nome segnerà la nostra epoca.
Il vero sgomento è nel dover parlare di queste cose, davanti alla morte di Eluana. Bisognerebbe soltanto tacere, riflettere su quell'avventura umana, sulla tragedia di una ragazza diventata donna adulta nella perenne incoscienza del suo letto d'ospedale, su quelle vecchie fotografie piene di vita e di bellezza rovesciate nella costrizione immobile di un'esistenza minima, inconsapevole. Voleva vivere, quel corpo che respirava? O se avesse potuto esprimersi, avrebbe ripetuto la vecchia idea di volersene andare, come aveva detto da ragazza Eluana a suo padre, molti anni fa, quando poteva parlare e pensare?
È la domanda che si fa ognuno di noi, quando è accanto ad un malato che non può più guarire, in un ospedale o in una clinica. È un'angoscia fatta di carezze e interrogativi, dopo che le speranze si sono tutte dissolte. Di giuramenti eroici - fino alla fine, pur di poterti ancora vedere, toccare, pur di immaginare che senti almeno il tepore del sole, che stringi una mano, e non importa se nei riflessi automatici dell'incoscienza. Ma è un'angoscia fatta anche di domande sul futuro, che si scacciano ma tornano: fino a quando? E come, attraverso quale percorso di sofferenza, di degenerazione, di smarrimento di sé? E alla fine, perché? C'è una vita da conservare, o in queste condizioni è un simulacro di vita, un'ostinazione, una costrizione? È per lei o è per noi che la teniamo viva?
Quegli atti inconsapevoli che in certe giornate rasserenano, e sono tutto - il respiro, naturalmente, un tremito di ciglia - altre volte sembrano una condanna meccanica, soprattutto inutile. Perché la vita è un bene in sé, ma deve pur servire a qualcosa, avere un senso.
Questo è stato per 17 anni il dramma di un padre. Accanto al letto della sua Eluana, lui è vivo, vede, ama, soffre, s'interroga, si dispera e ragiona. Diciassette anni sono lunghissimi, la speranza fa in tempo ad andarsene senza illusioni, c'è il realismo dei medici, l'evidenza quotidiana. Una figlia che ogni giorno si allontana dall'immagine della vita mentre resiste, ogni giorno è presente nel suo bisogno di assistenza ma non sente più l'amore, lo sconforto, la presenza. Nulla. È lontana e tuttavia respira, mentre il padre la guarda. Lui ricorda quel che la figlia voleva, quel che avrebbe voluto. Non so che cosa pensi, come arrivi alla decisione, se gli faccia paura l'idea di un futuro in cui lui potrebbe non esserci più, con la madre gravemente malata. Se ha ceduto, facendo la sua scelta, o se invece ha dovuto farsi forza. So che in quel padre, in questi 17 anni, si somma il massimo del dolore e dell'amore per Eluana. Questo non significa automaticamente che tutto ciò che lui decide sia giusto. Ma significa che lui ha un diritto, il diritto di raccogliere la volontà di un tempo di Eluana e di confrontarla con la sua volontà, com'è venuta maturando accanto a quel letto d'ospedale, in un percorso che lui solo conosce, e che nasce dal rapporto più intimo e più autentico di un uomo con sua figlia, nei momenti supremi.
Il padre potrebbe risolvere il problema nell'ombra, come fanno molti e come vogliono i Pilati italiani, pur di non vedere e di non sentire. Potrebbe cioè chiudere l'esistenza di Eluana nel moderno, silenzioso, neutro "rapporto" tra medico e familiare del paziente terminale. Bastano poche parole, poi un giorno uno sguardo d'intesa, un cenno del capo, e tutto finisce senza clamore. Ma quello del padre, in questo caso, non è "un problema". È la sua stessa esistenza, congiunta con quella di sua figlia, che non sanno come procedere e come sciogliersi. È una cosa infinitamente più grande di lui, che tutto lo pervade e lo domina, altro che "problema", altro che "rapporto" tra un medico e una famiglia, altro che scelte silenziose e sbrigative, purché nulla sia detto davvero, niente chiamato col suo nome. Ciò che molti dicono tragedia, in questi casi, quel padre la vive davvero, al punto da urlarla. Vuole che gli altri sappiano. Vuole che gli dicano se quel che fa è giusto o sbagliato. Lui ha deciso di chiedere allo Stato di lasciar andare Eluana. Chiede che lo Stato risponda, dunque si faccia carico, non se ne lavi le mani. Solo così, portata in pubblico, la tragedia di quella figlia servirà a qualcosa, a qualcuno, e quei 17 anni acquisteranno un senso per tutti, quasi un insegnamento. Non so se sia giusto o sbagliato. A me sembra un gesto d'amore, supremo, che nasce dal profondo di una desolazione e di un abbandono, perché l'una e l'altro non siano del tutto inutili, visto che già sono purtroppo inevitabili.
C'è qualcosa di più. Quel gesto verso lo Stato - violento: dimmi cosa devo fare, dimmi come posso fare, dimmi qualcosa, io sono solo ma resto cittadino e ho il diritto d'interpellarti - è un gesto che nasce dall'interno di una famiglia. Strano che nessuno lo abbia detto. Quel padre fa la spola tra una moglie malata gravissima e una figlia incosciente da un numero d'anni che non si possono nemmeno contare. Nessuno ha nemmeno il diritto, da fuori, di immaginare il suo tormento, il filo dei pensieri, la disperazione che deve tenere a bada mentre guida, mentre telefona, quando prova a dormire. Tra moglie e figlia, giorno dopo giorno, lui tiene insieme la sua famiglia. Ciò che resta, certo. Ma anche: ciò che è. Esiste forse una famiglia italiana, in questo 2009, più "famiglia" di questa? Lui parla con le sue due donne, ogni tanto con parole inutili, più spesso nella mente. Provano a ragionare insieme, è finzione, certo, ma è la cosa più vicina alla realtà, è l'unica possibile perché la famiglia esista non solo a livello fisico, delle due presenze malate in clinica con l'uomo lì accanto, ma anche a livello spirituale, come comunione possibile: anni insieme, gioie, speranze, amore, abbracci, progetti, un modo di pensare, di sentire, un modo di essere comune. La decisione che il padre prende, la prende in nome della sua famiglia. Non per sé, per tutti. Fa spavento pensare a questo, e poi pensare al futuro, ma è l'unica verità possibile. L'unica cosa autentica.
Quella famiglia, a un certo punto, dice che l'esistenza di Eluana, così com'è ridotta, deve finire. Nessuno può sapere se nella sensibilità acutissima della sua solitudine tra le due donne il padre ha deciso così perché lo ritiene un ultimo gesto d'attenzione, una cura estrema e finale per quella figlia; oppure perché non ce la fa più. Se lui non ce la fa più, è la famiglia che si ferma, che non può andare oltre. Loro sono insieme: ancor più negli ultimi diciassette anni. L'unico modo per non prendere su di sé tutto il peso di questa decisione, per il padre è quello di decidere in pubblico. Come se questo Paese fosse in grado - ben al riparo dalla tragedia, naturalmente - non solo di compatire, come sa fare benissimo, soprattutto in televisione. Ma per una volta, di condividere.
Il padre si aspettava la discussione, la polemica, gli attacchi e anche gli insulti. Aveva scritto una lettera a "Repubblica", l'altro giorno, che poi ha voluto rinviare ancora. Chiedeva di attaccarlo liberamente, purché si accettasse di discutere davvero la grande questione del cosiddetto caso Englaro. Domandava soltanto di risparmiare la morbosità degli sguardi e delle curiosità sugli ultimi istanti di Eluana. Negli ospedali, diceva, nelle corsie, a un certo punto si tira una tenda per riparare il momento finale di chi sta morendo.
Quel che il padre non poteva prevedere, era l'altra morbosità, più feroce: quella della politica, della destra italiana. Prima l'inverosimile conferenza stampa di Berlusconi, che usava più di metà del tempo per attaccare il Capo dello Stato in nome della potestà suprema e incondizionata del governo, e quando parlava di Eluana - dopo aver detto di non volersi assumere la responsabilità della sua morte - arrivava a pronunciare frasi offensive: il "figlio" che la ragazza potrebbe avere, il "gravame" a cui il padre vorrebbe rinunciare. Poi l'attacco alla Costituzione, come se una tragedia fosse fondatrice del diritto. Infine, ieri, alla notizia della morte di Eluana, il peggio, qualcosa a cui non volevamo credere. Berlusconi che punta dritto sul presidente Napolitano come responsabile diretto della tragedia ("l'azione del governo per salvare una vita è stata resa impossibile"), un gesto di violenza politica senza precedenti in democrazia, nel linguaggio tipico dei regimi contro i dissenzienti, quando si mescola politica e criminalità. Subito seguito dall'amplificazione di personaggi minori e terribili, come Quagliarello che parla di "assassinio", Gasparri che minaccia dicendo quanto pesino "le firme messe e non messe". Borghezio che chiama in causa i "dottor morte" colpevoli di "omicidio di Stato", anche da "altissime cariche istituzionali".
È miserabile sfruttare una morte per trarne un vantaggio politico. È vergognoso trascinare il Capo dello Stato sul terreno della vita e della morte per aver esercitato i suoi doveri di custode della Costituzione. È umiliante assistere a questo degrado della politica. È preoccupante scoprire qual è la vera anima della destra italiana, feroce e crudele nella cupidigia di potere assoluto, incurante di ogni senso dello Stato, aliena rispetto alle istituzioni e allo spirito repubblicano, con l'eccezione ogni giorno più forte e più netta del presidente della Camera Fini.
Con la strumentalizzazione di una tragedia nazionale e familiare, e con gli echi cupi di chi tenta di trasformare la morte in politica, è iniziata ieri sera la fase più pericolosa della nostra storia recente per le sorti della Repubblica.
(10 febbraio 2009)
non lo conosco, ma voglio unirmi al suo dolore lungo diciassette anni, durante i quali ha dato un’alta immagine di padre, stando vicino alla sua unica e amata figlia, quella splendida ragazza di vent’anni.
Il suo atto di coraggio lo rende un gigante di fronte all’ipocrisia di chi in nome della sacralità della vita, giorno dopo giorno la calpesta in tutte le sue manifestazioni spostando su altri le responsabilità.
Istituzioni politiche e morali non hanno avuto l’umiltà del silenzio e della comprensione, ma hanno inscenato uno spettacolo indegno, strumentalizzando ai propri fini un dramma familiare che non può vivere chi non lo prova.
Un padre non diventa un mostro dopo diciassette anni, come dopo diciassette anni, di colpo, ci si accorge di Eluana…con violenza, cercando di dividere le coscienze invece di unirle attorno alla sofferenza immensa, sua, Peppino, e della sua famiglia.
Cinici sepolcri imbiancati, mercanti che Gesù aveva buttato fuori dal tempio, osano parlare di due culture, quella della vita e quella della morte, cercando di impadronirsi impropriamente della prima. Non hanno capito, o non l’hanno voluto, che non spetta a loro, come a nessuno, stabilire la linea di confine tra ciò che è bene e ciò che non lo è, che non possono entrare nel tempio che è in ognuno di noi senza dissacrarlo, calpestando il diritto che ogni essere umano ha di decidere del proprio destino.
La verità assoluta ed esclusiva, anche se esistesse, conterrebbe il rispetto per la “sua” verità e, quindi, del suo modo di porsi nei confronti della vita.
Mi scusi Peppino dello sfogo, ma ho vissuto questi ultimi giorni con angoscia.
Mi permetta di abbracciarlo da fratello e di versare una lacrima e unirla alle sue.
Giuseppe Governanti
Di seguito riporto integralmente l’articolo del direttore di “la Repubblica”, che meglio di ogni altro ha espresso i sentimenti di vicinanza verso la famiglia Englaro, evidenziando l’indignazione verso la politica che non ha saputo stare in silenzio, invadendo con la sua ipocrisia e cinismo il triste campo del dolore e della sofferenza.
Solo un appunto, dottor Mauro. In questa triste vicenda un ruolo importante, forse determinante, hanno avuto le gerarchie vaticane. È cosa opportuna, oltre che giusta, sottolinearne, non solo l’invadenza, fino al limite estremo dell’ingerenza, ma anche la continua accusa di omicidio rivolti verso chi si è stretto al dolore della famiglia e la famiglia stessa, alimentando il fuoco dello scontro ideologico. Sono evidenze che è giusto riprendere, com’è giusto riaffermare la laicità dello Stato così come recita la Costituzione, sottolineando le numerose prebende (l’8 per mille, il 5 per mille, i finanziamenti alle scuole cattoliche a scapito della scuola statale sempre più in rovina…) e i numerosi privilegi di cui gode, come una religione di stato.
La morte e la politica
di EZIO MAURO
Il nuovo Calvario su cui è salita Eluana Englaro e dove è morta ieri sera, è questa fine tutta politica, usata, strumentalizzata, quasi annullata nella riduzione a puro simbolo e pretesto feroce di una battaglia di potere che è appena incominciata e nell'usurpazione del suo nome segnerà la nostra epoca.
Il vero sgomento è nel dover parlare di queste cose, davanti alla morte di Eluana. Bisognerebbe soltanto tacere, riflettere su quell'avventura umana, sulla tragedia di una ragazza diventata donna adulta nella perenne incoscienza del suo letto d'ospedale, su quelle vecchie fotografie piene di vita e di bellezza rovesciate nella costrizione immobile di un'esistenza minima, inconsapevole. Voleva vivere, quel corpo che respirava? O se avesse potuto esprimersi, avrebbe ripetuto la vecchia idea di volersene andare, come aveva detto da ragazza Eluana a suo padre, molti anni fa, quando poteva parlare e pensare?
È la domanda che si fa ognuno di noi, quando è accanto ad un malato che non può più guarire, in un ospedale o in una clinica. È un'angoscia fatta di carezze e interrogativi, dopo che le speranze si sono tutte dissolte. Di giuramenti eroici - fino alla fine, pur di poterti ancora vedere, toccare, pur di immaginare che senti almeno il tepore del sole, che stringi una mano, e non importa se nei riflessi automatici dell'incoscienza. Ma è un'angoscia fatta anche di domande sul futuro, che si scacciano ma tornano: fino a quando? E come, attraverso quale percorso di sofferenza, di degenerazione, di smarrimento di sé? E alla fine, perché? C'è una vita da conservare, o in queste condizioni è un simulacro di vita, un'ostinazione, una costrizione? È per lei o è per noi che la teniamo viva?
Quegli atti inconsapevoli che in certe giornate rasserenano, e sono tutto - il respiro, naturalmente, un tremito di ciglia - altre volte sembrano una condanna meccanica, soprattutto inutile. Perché la vita è un bene in sé, ma deve pur servire a qualcosa, avere un senso.
Questo è stato per 17 anni il dramma di un padre. Accanto al letto della sua Eluana, lui è vivo, vede, ama, soffre, s'interroga, si dispera e ragiona. Diciassette anni sono lunghissimi, la speranza fa in tempo ad andarsene senza illusioni, c'è il realismo dei medici, l'evidenza quotidiana. Una figlia che ogni giorno si allontana dall'immagine della vita mentre resiste, ogni giorno è presente nel suo bisogno di assistenza ma non sente più l'amore, lo sconforto, la presenza. Nulla. È lontana e tuttavia respira, mentre il padre la guarda. Lui ricorda quel che la figlia voleva, quel che avrebbe voluto. Non so che cosa pensi, come arrivi alla decisione, se gli faccia paura l'idea di un futuro in cui lui potrebbe non esserci più, con la madre gravemente malata. Se ha ceduto, facendo la sua scelta, o se invece ha dovuto farsi forza. So che in quel padre, in questi 17 anni, si somma il massimo del dolore e dell'amore per Eluana. Questo non significa automaticamente che tutto ciò che lui decide sia giusto. Ma significa che lui ha un diritto, il diritto di raccogliere la volontà di un tempo di Eluana e di confrontarla con la sua volontà, com'è venuta maturando accanto a quel letto d'ospedale, in un percorso che lui solo conosce, e che nasce dal rapporto più intimo e più autentico di un uomo con sua figlia, nei momenti supremi.
Il padre potrebbe risolvere il problema nell'ombra, come fanno molti e come vogliono i Pilati italiani, pur di non vedere e di non sentire. Potrebbe cioè chiudere l'esistenza di Eluana nel moderno, silenzioso, neutro "rapporto" tra medico e familiare del paziente terminale. Bastano poche parole, poi un giorno uno sguardo d'intesa, un cenno del capo, e tutto finisce senza clamore. Ma quello del padre, in questo caso, non è "un problema". È la sua stessa esistenza, congiunta con quella di sua figlia, che non sanno come procedere e come sciogliersi. È una cosa infinitamente più grande di lui, che tutto lo pervade e lo domina, altro che "problema", altro che "rapporto" tra un medico e una famiglia, altro che scelte silenziose e sbrigative, purché nulla sia detto davvero, niente chiamato col suo nome. Ciò che molti dicono tragedia, in questi casi, quel padre la vive davvero, al punto da urlarla. Vuole che gli altri sappiano. Vuole che gli dicano se quel che fa è giusto o sbagliato. Lui ha deciso di chiedere allo Stato di lasciar andare Eluana. Chiede che lo Stato risponda, dunque si faccia carico, non se ne lavi le mani. Solo così, portata in pubblico, la tragedia di quella figlia servirà a qualcosa, a qualcuno, e quei 17 anni acquisteranno un senso per tutti, quasi un insegnamento. Non so se sia giusto o sbagliato. A me sembra un gesto d'amore, supremo, che nasce dal profondo di una desolazione e di un abbandono, perché l'una e l'altro non siano del tutto inutili, visto che già sono purtroppo inevitabili.
C'è qualcosa di più. Quel gesto verso lo Stato - violento: dimmi cosa devo fare, dimmi come posso fare, dimmi qualcosa, io sono solo ma resto cittadino e ho il diritto d'interpellarti - è un gesto che nasce dall'interno di una famiglia. Strano che nessuno lo abbia detto. Quel padre fa la spola tra una moglie malata gravissima e una figlia incosciente da un numero d'anni che non si possono nemmeno contare. Nessuno ha nemmeno il diritto, da fuori, di immaginare il suo tormento, il filo dei pensieri, la disperazione che deve tenere a bada mentre guida, mentre telefona, quando prova a dormire. Tra moglie e figlia, giorno dopo giorno, lui tiene insieme la sua famiglia. Ciò che resta, certo. Ma anche: ciò che è. Esiste forse una famiglia italiana, in questo 2009, più "famiglia" di questa? Lui parla con le sue due donne, ogni tanto con parole inutili, più spesso nella mente. Provano a ragionare insieme, è finzione, certo, ma è la cosa più vicina alla realtà, è l'unica possibile perché la famiglia esista non solo a livello fisico, delle due presenze malate in clinica con l'uomo lì accanto, ma anche a livello spirituale, come comunione possibile: anni insieme, gioie, speranze, amore, abbracci, progetti, un modo di pensare, di sentire, un modo di essere comune. La decisione che il padre prende, la prende in nome della sua famiglia. Non per sé, per tutti. Fa spavento pensare a questo, e poi pensare al futuro, ma è l'unica verità possibile. L'unica cosa autentica.
Quella famiglia, a un certo punto, dice che l'esistenza di Eluana, così com'è ridotta, deve finire. Nessuno può sapere se nella sensibilità acutissima della sua solitudine tra le due donne il padre ha deciso così perché lo ritiene un ultimo gesto d'attenzione, una cura estrema e finale per quella figlia; oppure perché non ce la fa più. Se lui non ce la fa più, è la famiglia che si ferma, che non può andare oltre. Loro sono insieme: ancor più negli ultimi diciassette anni. L'unico modo per non prendere su di sé tutto il peso di questa decisione, per il padre è quello di decidere in pubblico. Come se questo Paese fosse in grado - ben al riparo dalla tragedia, naturalmente - non solo di compatire, come sa fare benissimo, soprattutto in televisione. Ma per una volta, di condividere.
Il padre si aspettava la discussione, la polemica, gli attacchi e anche gli insulti. Aveva scritto una lettera a "Repubblica", l'altro giorno, che poi ha voluto rinviare ancora. Chiedeva di attaccarlo liberamente, purché si accettasse di discutere davvero la grande questione del cosiddetto caso Englaro. Domandava soltanto di risparmiare la morbosità degli sguardi e delle curiosità sugli ultimi istanti di Eluana. Negli ospedali, diceva, nelle corsie, a un certo punto si tira una tenda per riparare il momento finale di chi sta morendo.
Quel che il padre non poteva prevedere, era l'altra morbosità, più feroce: quella della politica, della destra italiana. Prima l'inverosimile conferenza stampa di Berlusconi, che usava più di metà del tempo per attaccare il Capo dello Stato in nome della potestà suprema e incondizionata del governo, e quando parlava di Eluana - dopo aver detto di non volersi assumere la responsabilità della sua morte - arrivava a pronunciare frasi offensive: il "figlio" che la ragazza potrebbe avere, il "gravame" a cui il padre vorrebbe rinunciare. Poi l'attacco alla Costituzione, come se una tragedia fosse fondatrice del diritto. Infine, ieri, alla notizia della morte di Eluana, il peggio, qualcosa a cui non volevamo credere. Berlusconi che punta dritto sul presidente Napolitano come responsabile diretto della tragedia ("l'azione del governo per salvare una vita è stata resa impossibile"), un gesto di violenza politica senza precedenti in democrazia, nel linguaggio tipico dei regimi contro i dissenzienti, quando si mescola politica e criminalità. Subito seguito dall'amplificazione di personaggi minori e terribili, come Quagliarello che parla di "assassinio", Gasparri che minaccia dicendo quanto pesino "le firme messe e non messe". Borghezio che chiama in causa i "dottor morte" colpevoli di "omicidio di Stato", anche da "altissime cariche istituzionali".
È miserabile sfruttare una morte per trarne un vantaggio politico. È vergognoso trascinare il Capo dello Stato sul terreno della vita e della morte per aver esercitato i suoi doveri di custode della Costituzione. È umiliante assistere a questo degrado della politica. È preoccupante scoprire qual è la vera anima della destra italiana, feroce e crudele nella cupidigia di potere assoluto, incurante di ogni senso dello Stato, aliena rispetto alle istituzioni e allo spirito repubblicano, con l'eccezione ogni giorno più forte e più netta del presidente della Camera Fini.
Con la strumentalizzazione di una tragedia nazionale e familiare, e con gli echi cupi di chi tenta di trasformare la morte in politica, è iniziata ieri sera la fase più pericolosa della nostra storia recente per le sorti della Repubblica.
(10 febbraio 2009)
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